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Islam: Chi ha paura dei minareti?

domenica, 3 agosto 2008

Arnaldo Alberti

A prima vista sembrerebbe che la riuscita dell’iniziativa per la proibizione dell’edificazione di minareti soddisfi gli atei e gli agnostici dei movimenti di libero pensiero. Coloro che si sono mossi per far togliere i crocifissi dalle aule scolastiche e dagli uffici dovrebbero rallegrarsi: sul  territorio svizzero non sorgeranno nuovi segni religiosi. Ma non è così e per molte ragioni. La prima è che chi pensa liberamente non può ostacolare il pensiero altrui senza entrare in contraddizione con se stesso. Da ciò deriva il rispetto che il libero pensatore ha per ogni espressione di fede; rispetto che non sempre è dato per reciprocità da chi crede e considera chi non ha una religione, invece che  un individuo forte ed indipendente, quasi un minorato da esiliare su un’isola morale. Da non sottovalutare che, per la coerenza e l’uguaglianza che dovrebbero ispirare il nostro agire democratico, proibire l’edificazione di minareti comporterebbe il divieto d’edificare campanili per le chiese cristiane. E’ tuttavia un altro il capitolo che si dovrebbe aprire nel dibattito sulla tolleranza e la libertà religiose: quello legato al riguardo che noi europei non abbiamo mai avuto per gli arabi islamici. Nei due secoli che precedono il nostro, con il colonialismo degli inglesi, dei francesi, degli spagnoli e degli italiani: una scorreria di rapina sistematica mascherata da progresso civile e che continua oggi con le guerre del petrolio in Iraq, con la corruzione dei regimi che governano gli stati del golfo e con la presenza d’Israele, che fonda la sua costituzione espandendosi su un territorio non suo e giustificando la colonizzazione con pretesti  etnico religiosi, il nostro disprezzo per quei popoli è stato più che evidente. L’umiliazione sistematica e secolare subita dai popoli islamici ha rafforzato l’orgoglio nazionale e il sentimento di riscossa che si manifesta con un’opposizione identitaria, spesso sconfinante nell’integralismo. Oggi, solidali più che mai, quelle genti non accettano la presunta superiorità culturale, civile e religiosa, ostentata da noi occidentali. Gli iniziativisti,  tutti del partito di Blocher, vedono nei minareti un simbolo di potenza (eine Machtsymbol titolava il Bund del 9 luglio), qualcosa che fa paura e che si deve temere. Sempre e stucchevolmente in ogni destra deviante, da quella nazista a quella fascista, ed oggi nella destra dominante nell’UDC che ha occupato un partito fino a ieri liberale, così come nella destra espressa da Regan e da Busch, con i deliranti fantasmi degli assi del male, si presenta come pericolosa la voglia d’indipendenza nazionale che confluisce nel religioso e che perciò bisogna contrastare e combattere. Si teme, in sintesi e per cattiva coscienza, un potere fatto di niente. Le masse che pregano, unite e disciplinate, suscitano l’insicurezza dovuta alla non appartenenza ad un popolo che noi stessi abbiamo emarginato e che si è fatto sempre più forte proprio perché noi l’abbiamo spinto in un angolo.

Pubblicato sul Caffé del 3 agosto 2008

Islam: L’affare delle vignette

mercoledì, 21 novembre 2007

Offensivo per chi?

Su questo presunto scontro di civiltà e di culture pubblichiamo ampi stralci della lettera dell’amico Guido Bernasconi, che fa il punto alla situazione e mette i puntini sulle i dopo tanto cancan mediatico.

«(…) un organo di stampa della lontana Danimarca ha pubblicato una serie di vignette suppostamente umoristiche in cui è stato raffigurato il profeta dell’islam preso ad emblema dell’attitudine aggressiva di una minoranza rumorosa – ma comunque consistente – del mondo musulmano.
Non manca d’esser curioso il fatto che gran parte della gente che è scesa in piazza non ha avuto modo di vedere le vignette: non nell’edizione originale né in eventuali copie le quali comunque, sarebbero state sacrileghe anche se riprodotte a scopo… pedagogico. Di fatto le masse fanatizzate si sono mobilitate sul sentito dire: offese nei propri sentimenti religiosi “per procura”, hanno vissuto il loro momento eroico sentendosi una volta tanto protagoniste.
Le manifestazioni di intolleranza religiosa fanno un certo effetto, oggi, poiché coinvolgono un’Europa che credeva d’essere al di sopra o al di fuori di conflitti di tale natura, ma non sono per nulla infrequenti nel resto del mondo: ce n’è per tutti i gusti, nello Sri-Lanka, nell’Afghanistan, nel Pakistan, nei vari Stati dell’Unione Indiana, nelle Filippine, in Indonesia…ove induisti, musulmani, buddisti e anche cristiani se la danno di santa ragione in modo ricorrente.
Se i fenomeni ai quali assistiamo in questi giorni suscitano una certa inquietudine, non meno preoccupante è la posizione assunta dalla generalità dei “responsabili” politici europei: tutti pronti a proclamare l’irrinunciabilità dei “nostri” valori e dei diritti che ne discendono, tutti altrettanto pronti a relativizzarne l’estensione sulla base di criteri d’opportunità. (Libertà sì, ma limitata!).
Orbene, quando si afferma che occorre rispettare la libertà di coscienza (e quindi anche la libertà di credenza: di qualsiasi credenza!) è doveroso non equivocare: il rispetto non va alla credenza bensì solo alla libertà. Questo “rispetto” non può tradursi nel divieto di esprimere opinioni critiche sulle questioni religiose, soprattutto allorché sono le organizzazioni confessionali che si rivolgono al pubblico con ogni mezzo propagandistico, a scopo di proselitismo,
Quando si ammette che non è lecito offendere i sentimenti altrui (segnatamente quelli religiosi) ci si pone su una china pericolosa che può condurre molto lontano.
In effetti , il giudizio sull’esistenza, la natura e la portata dell’oltraggio sembra essere di esclusiva pertinenza dell’offeso e dipende dalla sua “sensibilità”.
Numerosissimi sono gli episodi che illustrano come la sensibilità degli uomini di fede si tramuti, spesso, in suscettibilità e come questa si traduca, sempre, in atti di intolleranza.
Confrontati con reazioni intolleranti, i fautori del “dialogo interconfessionale” sono disposti a capirle – quando non a giustificarle – prendendo per buona la scusa che esse sono delle risposte, magari sproporzionate, a delle provocazioni.
Poiché quest’anno ricorre il 240′esimo anniversario della morte del cavaliere de La Barre vale la pena di ricordare ch’egli commise la provocazione di non scoprirsi il capo e di non farsi il segno della croce allorché si trovava a venticinque passi (tanti ne furono contati) dal passaggio della processione del “Corpus domini”. Per questo fu imprigionato, torturato e infine decollato; il suo corpo venne dato alle fiamme. Era il 1° di luglio del 1766. Jean François La Febre de La Barre aveva diciannove anni, fu castigato avendo dato scandalo…per omissione! Il fatto è che i tempi sono cambiati, anche se la mancata partecipazione ad un atto di devozione che tutti gli altri compiono può essere intesa come una ostentazione irreligiosa – dunque oltraggiosa! – da parte del renitente. Non si finisce più sul patibolo come un tempo ma, fino a non molti anni fa i nonconformisti erano soggetti ad una sorta di riprovazione da parte dei benpensanti.

Circa le recenti manifestazioni dei musulmani si deve ancora rilevare la sollecitudine con cui i rappresentanti delle altre confessioni religiose, pur denunciando gli “eccessi” compiuti dai seguaci di Maometto, hanno riconosciuto il carattere offensivo delle vignette: e non per il loro specifico messaggio, bensì per la natura blasfema della raffigurazione del “profeta”. (Per altro il divieto delle immagini ha solo la funzione di evitarne il culto ed, evidentemente, non sono delle vignette umoristiche suscettibili di promuovere l’idolatria.)

L’acquiescenza nei confronti delle pretese totalitarie dei fondamentalisti rientra nella strategia di “dialogo” perseguito dai credenti giudaico-cristiani, ovvero: all’insegna del motto “è dando che si riceve” i fondamentalisti cristiani ed ebrei auspicano che i loro omologhi islamici si attengano, in materia di rispetto del sentimento religioso, al criterio della reciprocità. E ciò allo scopo di rendere universalmente inquestionabile ogni genere di attitudine teista.
Da qui a ritenere peccaminosa e quindi condannabile (e perseguibile!) l’espressione di opinioni “non conformi” al totalitarismo fideista, il passo è breve. Su questa strada, in futuro non molto lontano, agli atei, agli agnostici, agli indifferenti verrà permesso di rimanere tali a condizione che non manifestino esteriormente la loro posizione: perché non possano dare scandalo.
In prospettiva, nel coro di coloro che cantano le lodi al dio, sarà permesso solo di non cantare, purché si muovano le mascelle fingendo di farlo.
Occorre dunque, perché questo scenario non si verifichi rispondere con la decisione che si impone alla rinnovata offensiva dell’internazionale fideista(…)»

D’altra parte, come dice Michel Onfray, il sostrato dei monoteismi è lo stesso e come già sosteneva Abi Tahir, condottiero di una corrente ismaelita, che nel gennaio 930 s’impadronì e saccheggiò La Mecca: «In questo mondo, tre individui hanno corrotto gli uomini, un pastore [Mosè], un guaritore [Gesù] e un cammelliere [Maometto]. E questo cammelliere è stato il peggior illusionista, il peggior prestigiatore».

E. Z.

Islam: Conflitto cristiano – maomettano

mercoledì, 21 novembre 2007

La cronaca di queste ultime settimane ha registrato, e registra tuttora, le turbolenze ed i contraccolpi della “lezione di Ratisbona” del 12 settembre scorso.
In quell’occasione il Papa ha fatto pesare tutta la sua autorità di capo della Chiesa Cattolica apostolica romana presentandosi quale promotore di un dialogo interreligioso tra i fedeli dei credo rivelati: un dialogo tra un Occidente ed un Oriente dagli indefiniti ed improbabili confini, l’uno e l’altro contraddistinti dal rispettivo marchio confessionale.
Perché l’attenzione di tutti ricadesse su di lui, Ratzinger ha fatto uso dell’arma della provocazione: se l’è presa con l’aggressivo espansionismo islamico servendosi delle parole di un imperatore bizantino vissuto nei secoli or sono.
Nessuno ha però rivelato che l’imperatore quando denunciava i mali della guerra santa musulmana, ometteva di ricordare che proprio la capitale del suo impero, dopo aver assunto in più occasioni il ruolo di sede strategica dei crociati in viaggio verso la Terra Santa, era stata messa a ferro e fuoco dalle barbariche orde cristiane nell’ambito della quarta spedizione dei liberatori del Santo Sepolcro.
Smemorato il personaggio storico in questione, non meno smemorato il Papa romano: l’uno e l’altro indecorosamente tesi a mistificare la storia.
E in ciò è più colpevole Papa Ratzinger che, mentre denuncia la disumanità della scimitarra jihadista, tace scandalosamente sulle atrocità connesse all’uso della spada evangelica. Non è certo con il “logos” che i contendenti delle varie guerre di religione hanno diffuso il divino messaggio d’amore insanguinando le “civili” terre europee. E non è certo con il “logos” che gli alfieri dell’occidente cristianissimo hanno bonificato le terre da loro colonizzate nel Terzo Mondo.
È proprio il caso di dire che raramente si son viste, così mirabilmente abbinate, la sfacciataggine e la malafede.
La parabola che narra di colui che denuncia il fuscello nell’occhio altrui e non rileva la trave nel proprio ben raffigura l’attitudine dei cristiani delle varie Chiese.
Il fatto è che la “lezione di Ratisbona” non aveva solo funzione didattica (nel senso che mirava a chiarire il pensiero del Pontefice romano sulla diversità confessionale) abbinata alla motivazione interlocutoria (nel senso che postulava un pacifico confronto con gli “altri” credenti nelle “rivelazioni”): Ratzinger ha provocato i musulmani nel loro insieme perché essi lo individuassero come principale antagonista e si unificassero nella comune avversione.
La conseguenza, auspicata ed avveratasi, è stata che all’apparentemente corale (e qua e là scomposta) reazione islamica ha fatto riscontro un’ altrettanto apparentemente corale (seppur non ovunque entusiastica) solidarietà cristiana.
Così, come per un gioco di prestigio, si riscopre nel XXI secolo un “oriente” musulmano di là ed un “occidente” cristiano di qua: al fine di ridefinire anche su base confessionale le “reciproche” sfere d’influenza secondo il criterio controriformista del “cuius regio, eius religio”!
Ed è appunto nell’ambito di questo suo disegno geo-teo-politico che il Papa, con il pretesto di voler esprimere il proprio rammarico per il malinteso in cui sono incappati coloro che non l’hanno capito, ha dato prova di buona disposizione tendendo la mano all’Islam. L’operazione gli è stata agevole in quanto egli ha equivocamente agito nella duplice veste di capo religioso e di capo di Stato: ciò gli ha permesso di convocare i rappresentanti diplomatici di una ventina di Paesi ove il credo musulmano è praticato dalla maggioranza della popolazione e che, perciò, possono essere tout-court qualificati come islamici.
Il voler attribuire ai Paesi, e di conseguenza ai loro popoli, un’identità religiosa collettiva costituisce una fuorviante generalizzazione: infatti, è sulla base di questa forzatura che, ripetutamente, si è preteso di giustificare l’imposizione di un conformismo ideologico e morale in funzione, e questo è per lo meno molto preoccupante, dell’omogeneizzazione totalitaria di intere comunità, di intere Nazioni!
È pur vero che la Storia è una maestra inascoltata: le vicissitudini di Joseph Ratzinger lo provano!
Nell’ottica di chi, pur sostenendo l’auspicio di un dialogo, ritiene ineluttabile lo scontro tra civiltà, non c’è spazio per il dissenso interno: così si ritiene doveroso che alla compattezza islamica venga opposta altrettanta fermezza cristiana. E senza defezioni, secondo il monito evangelico “chi non è con me, è contro di me”!
Malauguratamente, nel medesimo ordine di idee, sia in “oriente” che in “occidente” si vuole che il laicismo sia un “problema specifico del cristianesimo”, se non addirittura una sua degenerazione, causata da un’infelice interpretazione di un altro passaggio evangelico secondo cui si debba “dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”!
Sotto questo profilo Papa Ratzinger ha colpito nel segno allorché ha affermato che la sensibilità dei musulmani (ovvero dei loro gruppi di potere) non è urtata dall’esistenza e dalla concorrenza dei fedeli d’altre “religioni del libro”: coloro che credono in una rivelazione piuttosto che in un’altra sono comunque suscettibili alla conversione. Soprattutto i capi politico-religiosi musulmani temono, più d’ogni altra cosa, che il popolo di Dio possa essere contagiato dall’agnosticismo, dal relativismo, dall’indifferentismo, dalla areligiosità di matrice occidentale.
Va ancora detto che a Ratisbona il papa ha di nuovo inteso proporre il nesso che, secondo lui, esisterebbe tra i principi espressi dalla filosofia greca ed i valori ricavati dalla cultura giudaico-cristiana, come se si fosse verificata una sorta di compenetrazione tra questi e quelli.
Se non si trattasse di un’abietta mistificazione, l’invenzione del sincretismo ellenico-giudaico-cristiano potrebbe essere apprezzata per il suo involontario umorismo. In effetti, appare indecoroso il tentativo di riciclare il pensiero di quei filosofi dalle cui ipotesi deiste erano già state forzosamente derivate le certezze teiste.
Ora, per rendere più estesa la “memoria condivisa” degli occidentali si ripropone l’antico slogan secondo cui la filosofia sarebbe ancella della teologia, quella al servizio di questa. Il che permetterebbe, nell’ottica papalina, di avvicinare i cultori della Ragione ed i tifosi della Fede … sempre che la Ragione riconosca il primato della Fede, e ciò sarà sempre pura utopia: la Ragione, logicamente, non potrà mai convertirsi in Fede!
Tuttavia, pur considerando un’interessata esasperazione degli aspetti confessionali di un conflitto generato soprattutto dalla sperequazione economica e sociale tra i Paesi convenzionalmente definiti sviluppati e quelli del Terzo o Quarto Mondo, non si può in ogni modo negare che il momento sia particolarmente grave.
Non è certamente facile indicare una via d’uscita da questa situazione di globale confusione.
Certo è che lo spirito Laico, libero da qualsiasi morale legata a forme di credenze trascendenti, deve rimanere vigile su più livelli per non permettere mistificazioni e/o “insabbiature” d’ogni genere.

Guido Bernasconi