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Politica e religione, nefasto connubio

mercoledì, 2 settembre 2009

Paese, Nazione, Patria, Stato sono termini che, seppur talora usati quali sinonimi, servono ad esprimere concetti assai diversi. Anzi : ciascuno ha a sua volta più letture. Il che genera non pochi inconvenienti allorché si dibatte sulle questioni relative alla comunità, alla cittadinanza, alle istituzioni pubbliche, ai diritti e ai doveri individuali e sociali.

Paese Nazione Patria
In genere, quando si parla di Paese, di Nazione e di Patria ci si riferisce, in un crescendo affettivo – per non dire passionale -, all’ambiente e al collettivo antropico in cui si vive, di cui si è originati e a cui si è vincolati da relazioni familiari, claniche, tribali o etniche.

Stato
Altra cosa è lo Stato, che non si sostantiva come “collettivo” bensì come ente impersonale che agisce in nome e per conto dei cittadini osservando regole aventi per finalità la tutela dell’interesse comune nel rispetto delle fondamentali libertà individuali, secondo il criterio della reciprocità.

In questo ordine di idee, è comprensibile che il “sentimento di appartenenza” al Paese, alla Nazione e alla Patria non si estenda allo Stato in quanto esso è soltanto (si fa per dire) la materializzazione del pubblico potere. Di conseguenza, avere il “senso dello Stato” significa sentirsi corresponsabili  delle manifestazioni di quel potere che,esplicandosi nell’amministrazione pubblica, risponde alla volontà del popolo sovrano. Ma, appunto, solo il consenso popolare, debitamente espresso, legittima l’autorità dello Stato e di chi ne esercita, temporaneamente, i poteri. Tale consenso è ovunque, inevitabilmente, mediato: ai cittadini non rimane (al di là delle rare occasioni in cui è chiamato ad esprimersi su questioni specifiche mediante l’istituto del referendum – e, in Svizzera, anche dell’iniziativa) che eleggere dei rappresentanti, in un ventaglio di candidati preventivamente selezionati da organizzazioni clientelari. Chiunque abbia un minimo di interesse per ciò che avviene nel mondo ha modo di constatare che, in tutti i Paesi, il valore della delega popolare si relativizza sempre più, per la crescente tendenza all’astensionismo elettorale. Un astensionismo che lascia intuire una diffusa disaffezione della cittadinanza per la res publica, perché appunto lo Stato non rappresenta più  – se mai lo ha fatto…- la sintesi dell’ interesse collettivo, bensì la somma e la sottrazione di interessi particolari. Nel giudizio dei più, lo Stato non è altro che una multiforme azienda, dotata di una enorme macchina amministrativa nonché di (quasi) inesauribili mezzi finanziari, le cui leve di comando sono contese da concorrenti gruppi clientelari mossi dagli appetiti dei rispettivi capicosca. E, tuttavia, il sentimento di repulsione che “la gente” nutre un po’ qualunquisticamente nei confronti del mondo della politica non preoccupa gli uomini della partitocrazia: non più di quel tanto, considerato che, in tema di partecipazione democratica, vale la regola per cui gli assenti hanno sempre torto.

Nefasto connubio
Perché tutto questo discorso sulla degenerazione dello Stato? Perché è a questo Stato che la Chiesa bussa offrendogli il proprio autorevole sostegno morale, in cambio del riconoscimento della  tutela spirituale che il potere clericale può e deve esercitare su quello civile…in nome del primato del “sacro” sul “profano”. E, al di là di tutti gli ipocriti imbellettamenti retorici evocanti la virtuosa sussidiarietà civile-ecclesiastica all’insegna della socialità caritativa, anche questa non è che una operazione di mercato: le benedizioni si pagano!

Semper idem nella sua teocratica struttura, la Chiesa, in passato, manteneva il controllo sulla società civile alleandosi alle forze politiche a lei legate dal referente confessionale ed era inequivocabilmente schierata sul piano partitico: a destra! Oggi i partiti hanno vieppiù assunto una configurazione clientelare e, sfumando le antiche connotazioni ideali si sono avvicinati al punto da diventare, nel giudizio dei cittadini elettori,… intercambiabili. Tant’è che l’alternanza di governo è diventata prassi consolidata un po’ ovunque. Cosicché la Chiesa, confrontata con l’incerto avvicendamento di maggioranze variabili, ha scelto di assumere il ruolo super partes di conciliatrice tra le diverse formazioni, pronta a sostenere questa e/o quella  nei rispettivi compiti di governo e di opposizione. Ovviamente la paterna benevolenza è più amorevole nei confronti di chi manifesta tangibilmente maggior devozione filiale.(Esemplare è ciò che avviene nell’Italia della…Terza Repubblica dei Berlusconi, dei Fini, dei Bossi, dei Casini, dei Veltroni e compagnia bella.).Fuor di metafora, la gerarchia clericale dello Stato poco si importa. Quel che per lei conta è il vantaggio ottenibile da un rapporto privilegiato con le forze che, pro tempore, detengono il potere civile e l’amministrazione dei beni pubblici e intendono mantenerlo il più a lungo possibile. Ora, già si è rilevato che diventa sempre meno agevole servirsi di un ente la cui legittimazione è progressivamente erosa dal calante consenso democratico. Ben venga, pensano i mestieranti della politica, la benedizione di un ente spirituale che ricava la sua incontestabile autorità dalla trascendenza. Il fatto è che l’influenza della Chiesa non è più quel che era come attestano le statistiche relative alle percentuali dei fedeli praticanti. E’ perciò prevedibile che, dal rinnovato connubio tra il mondo della fede e quello della politica, ricada sull’ uno il discredito di cui già l’altro soffre : reciprocamente.

Guido Bernasconi (libero pensiero 7/8 2008)