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Teismo – anticlericalismo – libero pensiero

venerdì, 16 novembre 2007

Secondo taluni “uomini di dio”, da lui investiti del “sacerdozio” e quindi iniziati ai misteri della trascendenza, i Liberi Pensatori sarebbero persone libere di ragionare con i paraorecchi dei preconcetti, e di vedere le cose con gli occhiali affumicati dall’ateismo ed anticlericalismo.
Questa è un’affermazione a dir poco paradossale quando si considera che viene pronunciata da individui che, ponendo la ragione in subordine alla fede, vincolano la loro concezione del mondo e del senso dell’esistenza ad opinioni prefabbricate, assunte quali verità assolute ed indiscutibili.
Al proposito si può dire che qualcuna di queste persone vede e denuncia, scandalizzandosene, la pagliuzza nell’occhio altrui e non la trave nel proprio!
Dei Liberi Pensatori si vuol far passare l’immagine di pecore smarrite che disubbidiscono al buon pastore e ne sfidano i cani in quanto hanno il difetto di misconoscere la propria natura che è quella di appartenere al gregge.
Ma gli uomini non sono pecore! Per altro nemmeno sono animali meno mansueti usi a riunirsi in branchi, ai quali talora sembrano simili.
Gli Esseri Umani hanno il dono della Ragione associato al libero arbitrio (ma su ciò nemmeno tutti i credenti concordano), dunque hanno facoltà di scelta, pur se presso taluni (ma non tutti!) interviene il dio donando loro la fede: una fede che, appunto, se uno non l’ha non se la può dare!
I Liberi pensatori non sono dunque “uomini di fede”, nel senso che non credono nelle verità rivelate da una divinità calata dalla trascendenza della storia. E, a maggior ragione, non credono nelle rielaborazioni del presunto divino messaggio che individui auto-proclamatisi “sacerdoti” hanno successivamente scodellato ai profani.
Non è tuttavia corretto sostenere che tutti i Liberi pensatori siano atei finché si equivoca sul termine dio. In effetti, sulle questioni di natura metafisica non vi sono certezze condivise. Se è consentito un gioco di parole, si è tutti concordi nel dire che non vi sono certezze se non una: quella, appunto, secondo cui non vi sono certezze!
Così il Libero Pensatore può essere ateo, agnostico, panteista o credente in un’entità superiore indefinita, ma non può, contemporaneamente, essere fautore di una confessione religiosa.
L’adesione all’Associazione Svizzera dei Liberi Pensatori non è compatibile con l’appartenenza ad una qualsiasi comunità religiosa.
I clericali sono infastiditi dal fatto che i Liberi Pensatori non sono i laici ed i laicisti che loro si aspetterebbero, cioè non sono le persone rispettose del loro divino agire che, declamano, è atto a preparare ed a garantire la serenità eterna. Il termine laico si presta a questa incomprensione in quanto laico è, infatti, colui che non fa parte del clero perché non ha ricevuto gli ordini sacerdotali. Quindi, dato che un gregge non può essere composto solo da pastori, per i clericali, i laici sono…le pecore!
Ma i Liberi Pensatori sono laici in quanto si ispirano ai principi del laicismo, cioè al sostegno della piena indipendenza di pensiero ed azione, anche politica, contro qualsiasi ingerenza religiosa.
Al proposito il “caso” Zapatero è emblematico: in occasione di una visita papale in terra spagnola, il Primo Ministro ha ottemperato, come suo compito, ai doveri di accoglienza del Monarca dello Stato del Vaticano, ma nulla più, nel pieno rispetto dei principi laicisti. Non vi è, infatti, nessuna necessaria complementarietà fra Stato e Chiesa, anzi, tale collaborazione comporta inaccettabili confusione e sovrapposizione di ruoli, a favore esclusivo della Chiesa per un’estensione della sua influenza.
In questo ordine di idee, una breve digressione merita la distinzione tra deismo e teismo.
Deismo inteso quale ipotesi dell’esistenza di un demiurgo dagli indefinibili contorni, appartenente ad una dimensione umanamente inarrivabile ed inconoscibile; teismo caratterizzato dalla certezza di una figura soprannaturale chiaramente personalizzata, in permanente colloquiale relazione con l’uomo “fatto a sua immagine e somiglianza”.
Le due diverse concezioni non hanno nulla che le accomuni: l’una è un’astratta speculazione filosofica, l’altra un’affabulazione superstiziosa.
Eppure c’è chi ha la spudoratezza di sostenere il contrario. Nell’ottica medievaleggiante, secondo cui il rango della filosofia era di fungere da umile ancella alla teologia, il papa Ratzinger ha preteso arruolare le “anime morte” del pensiero ellenico nel tentativo di stabilire una parentela ideale tra la filosofia greco antica e la mitologia giudaico-cristiana.
Con tale operazione mistificante egli vorrebbe cucire un mantello ideologico comune ad uso di quell’occidente che, nelle sue aspirazioni, dovrebbe essere unitario.
Il riferimento papale al mondo ellenico è, sotto un certo profilo, opportuno: ricorda, infatti, l’attitudine abietta che gli uomini della Chiesa primitiva ebbero nei confronti del pensiero antico.
In effetti, fu riciclato tutto ciò che poteva essere incorporato nell’ideologia dominante, mentre ciò che non serviva alla bisogna, talora spacciato come “scritto di magia”, veniva distrutto (con una certa frequenza assieme al latore di tale pensiero). Non per nulla, degli scritti di coloro che non appartenevano alle correnti teiste non sono rimasti che miseri brandelli.
Già negli “atti degli apostoli” (19,19) si parla di un grandioso autodafè in cui, su istigazione del cosiddetto “apostolo delle genti”, Paolo di Tarso, vennero bruciati libri per un valore allora stimato in cinquantamila giornate lavorative di un operaio. Il fatto, pare, avvenne ad Efeso.
Secondo i religiosi nostrani, i Liberi Pensatori, in particolare quelli che si riconoscono nell’ASLP-TI, sarebbero affetti da un anticlericalismo preconcetto: come se uno, di punto in bianco, senz’altra motivazione che il gusto della faziosità, prendesse partito contro tutto ciò che sa di sacrestia.
(Ma è certo una forzatura il ridurre l’anticlericale alla figura caricaturale del mangiapreti. A parte le considerazioni sull’indigeribilità di simile pietanza si può anche immaginare che tra i mangiapreti si trovassero persone mosse da rancori d’origine strettamente privata: chi avesse sofferto le attenzioni pruriginose dei sacerdoti, chi non avesse apprezzato la pratica della confessione secondo le istruzioni sessuofobiche di sant’Alfonso Maria de Liguori, chi fosse stato leso nei propri diritti ereditari da lasciti estorti in punto di morte ai propri cari. Non è tuttavia su queste miserie che l’anticlericale fonda le proprie convinzioni.)
L’anticlericalismo ha motivazioni ben più elevate e, se la denominazione non apparisse troppo riduttiva, le Associazioni dei Liberi pensatori potrebbero con orgoglio richiamarsi a questa scelta etica: che fu quella dei nostri maggiori, i quali nel 1902 costituirono la “Società anticlericale Ticinese” e pubblicarono il loro “organo officiale” dal nome “L’ Anticlericale”.
Si potrebbe ricordare, a titolo di paragone, che in drammatici momenti della storia europea i democratici d’ogni tendenza trovarono un loro comune denominatore nell’antifascismo: e ancorché questa non fosse condizione sufficiente a caratterizzare il “democratico”, ne era condizione necessaria.
Analogamente, ancorché l’anticlericalismo non sia condizione sufficiente a caratterizzare il Libero Pensatore, ne è condizione necessaria!
La spiegazione del termine sta nella sua composizione: anti clericalismo = contro il clericalismo. Ora, il clericalismo è quell’attitudine che induce i seguaci di una religione, e di una religione rivelata, per giunta, a riconoscersi come un tutt’uno: membri di un sol corpo che, in un intricato labirinto allegorico, diventa “sposa di Cristo”, trasformandosi così nel “Cristo totale”, attraverso l’unione sponsale.

Al di là delle difficoltà di comprensione del confuso rapporto genealogico tra le varie persone della divinità, nonché tra queste ed il popolo di Dio, una cosa è chiara: la Chiesa è una ed al di fuori di essa non c’è salvezza.
Al proposito è significativa la citazione di san Cipriano di Cartagine ripresa in un testo che avrebbe dovuto testimoniare la riflessione della Chiesa sulle colpe del passato: “Non può avere Dio per
padre chi non ha la Chiesa per madre.” (vedi documento della Commissione teologica
internazionale “Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”, cap. 3,4)
In questo ordine di idee il rapporto che l’uomo può avere con la Chiesa è ridotto alla semplice alternativa di starne dentro o di starne fuori, con tutte le conseguenze che l’una o l’altra
comportano.
Ma se è comprensibile che i clericali si comportino secondo i dettami dell’organizzazione cui appartengono, non è ammissibile che i miscredenti siano costretti a riconoscere come valori universali quelli, e solo quelli, di cui la Chiesa si arroga la tutela, né che siano tenuti ad assumere tutte le norme morali e/o comportamentali che sono proprie degli uomini di fede, né che debbano partecipare o contribuire direttamente o indirettamente alle manifestazioni collettivo di stampo confessionale, né che si richiedano loro ossequio per le istituzioni religiose e reverenza per le esibizioni liturgiche
E nemmeno si può chiedere ai miscredenti di rimanere silenziosi di fronte alle operazioni di proselitismo e di propaganda che vengono condotte invadendo gli spazi pubblici.
Per altro visto che per i clericali non c’è neutralità possibile (si ricordi l’inequivocabile sentenza: “chi non è con me, è contro di me.”), è bene che le voci del dissenso si facciano sentire adeguatamente.
Certo è che le gerarchie clericali non hanno più l’influenza di un tempo e sono dunque meno aggressive nel portare avanti le loro ambizioni prevaricatrici e nel sostenere la “legittimità” dei loro privilegi. Il che è vero! Ma la Chiesa non è mutata per propria iniziativa, bensì vi è stata costretta da quegli Uomini Liberi che hanno lottato per affrancare progressivamente il potere civile da quello religioso: facendo prevalere l’autorità fondata sulla partecipazione democratica in opposizione a quella di emanazione teocratica.
A chi non ha conoscenza della lenta evoluzione della storia, giova ricordare che il quadro geo- politico ha subito una decisiva mutazione solo poco più di due secoli or sono e che i regimi nei
quali lo Stato della Chiesa si specchiava sono mutati nella forma quanto nella sostanza. Finito il tempo dei sovrani per diritto divino, si sono diffuse ovunque le istituzioni repubblicane. Il solo monarca assoluto rimasto è il papa!
Comunque sia, a coloro che sostengono che l’organizzazione clericale non è più quella di prima si può, e si deve, obiettare che la Chiesa apostolica romana:
-continua ad asserire la sua sacralità derivante dalla mistica parentela con la divina mono triade;
-continua a rivendicare la facoltà di esprimersi in nome e per conto del dio da cui avrebbe ricevuto esplicito mandato;
-continua ad affermare il suo primato tra i cristiani e, ovviamente, tra coloro che si rifanno
all’alleanza di Abramo (inclusi i “fratelli maggiori”);
-persiste nell’esercizio di pratiche magiche: dal miracolo transustanziale su cui si fonda la comunione eucaristica, agli esorcismi volti alla liberazione degli indemoniati, dalle taumaturgie connesse al culto mariano, ai fenomeni soprannaturali connessi all’esposizione di reliquie ed icone;
-ribadisce l’estensione della sua giurisdizione spirituale sulla legge civile le cui disposizioni devono essere conformi alla legge divina, eterna, naturale e rivelata, che “ha come perno l’aspirazione e la sottomissione a Dio”;
-pretende il riconoscimento dei valori che si ricavano dal suo magistero, predicato e praticato nei secoli, ignorando volutamente le nefandezze perpetuate contro l’umanità nel corso dei diciannove ventesimi della sua bimillenaria tradizione.
E tra tutte le attitudini pretenziose dei clericali, la più ripugnante è quella di calar lezioni d’etica e di morale su tutto e a tutti, sulla base di una spudorata mistificazione della storia: della propria storia! Se si vuoI ricorrere a una immagine, la Chiesa si presenta come un vecchio malvissuto che, dopo aver commesso lungo il corso di tutta la sua vita una serie ininterrotta di crimini ed aver istigato le sue creature a fare altrettanto in nome dei propri interessi, venga a mostrarsi quale modello di virtù. Non è il caso di farla lunga con l’elenco dei crimini della Chiesa, tanto più che essa osa sostenere d’aver già fatto i conti con il proprio passato, d’aver riconosciuto le proprie colpe e di essersene perdonata in virtù del mandato assolutorio che il dio le ha concesso di applicare anche a se stessa
Il fatto è che la Chiesa non ha alcuna credibilità nell’operazione volta a “purificare la memoria”: sia perché non ha formulato che una confessione parziale e reticente, sia perché non ha mostrato alcun segno del suo sincero pentimento.
Ma, considerato che una riparazione del male commesso non è concretamente immaginabile, in
qual modo la Chiesa avrebbe potuto dare un segno che mostrasse il suo ripudio dell’ignominioso passato e, quindi, la sua conversione?
Sarebbe stato.sufficiente che avesse depennato dal lungo elenco dei santi tutti coloro che si distinsero nella persecuzione dei pagani, degli infedeli, degli eretici, dei non conformisti, degli areligiosi, degli uomini di scienza eterodossi, dei liberi pensatori. Non ne è stato rimosso uno dalla comunione dei santi, e tutti continuano coralmente a cantare le lodi alla maggior gloria del dio!
Si dirà, formulando con ciò più una speranza che una convinzione, che “indietro non si torna”. Sarebbe tuttavia un errore credere che i principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, sulla cui equilibrata fusione si regge la giustizia sociale, siano acquisiti una volta per tutte.
La storia, nei suoi corsi e ricorsi che seguono cicli ultragenerazionali, insegna, o per lo meno dovrebbe insegnare, che in ogni tempo sono state riproposte con successo barbariche teorie sulla disuguaglianza delle razze, delle etnie, delle culture, e sulla superiorità delle une rispetto alle altre.
E in ogni tempo sono apparsi coloro che hanno anteposto la logica della sopraffazione a quella della fraterna cooperazione.
Orbene, immancabilmente sono intervenuti gli uomini di fede a consacrare i rispettivi fanatismi così da impedire ogni razionale e pacifica concertazione.
Anche ai giorni nostri le relazioni tra gli uomini sono condotte all’insegna della competizione che, qua e là, si manifesta in forma cruente. E ovunque vi sono componenti confessionali!
Ben si sa che tutte le tensioni sociali hanno motivazioni d’ordine politico-economico, eppure tutte finiscono per assumere dimensioni in parte o prevalentemente confessionali, nell’interesse di chi queste tensioni non vuoI sciogliere e nell’interesse di chi dalla religiosità collettiva può ricavare strumenti di pressione e, quindi, di potere.
E proprio nel momento in cui da una parte e dall’altra si attizza lo scontro fra i fedeli delle due più rappresentative correnti religiose (cristianesimo ed islam), fa non poca specie la strategia del Capo della Chiesa di Roma (in ciò fiancheggiato dai leader politico-spirituali di ispirazione protestante ) che tende la mano al “mondo islamico” con l’aria di chiedere scusa ai fideisti di quella sponda per
le offese che una parte degenerata del mondo “occidentale” loro arreca con l’esibizione sacrilega
del suo indifferentismo, del suo relativismo, del suo agnosticismo, della sua areligiosità.
C’è da chiedersi se i mestatori delle diverse correnti musulmane condivideranno il disegno del papa Ratzinger e accoglieranno il suo implicito invito a scatenare la guerra santa contro i “nemici della religione”.
Se questa eventualità dovesse verificarsi, prepariamoci ad un difficile confronto, poiché già sappiamo da che parte si schiereranno i clericali nostrani.
Guido Bernasconi

Betrand Russel: “Perché non sono cristiano”

venerdì, 16 novembre 2007

Un libro sempre attuale

Mentre è in pieno svolgimento l’annuale trionfo dell’irrazionalismo e della mistificazione, Longanesi pubblica la traduzione in italiano di Tina Buratti Cantarelli del libro Perché non sono cristiano di Bertrand Russel, con appendice di Paul Edwards e l’introduzione di Piergiorgio Odifreddi, che vi propongo quale contributo in lingua italiana del “freidenker-libero pensatore”

Perché non sono cristiano
di Bertrand Russel
€ 14,60  221 p., rilegato
Anno 2006
Longanesi
ISBN 88-304-2348-3

Introduzione di Piergiorgio Odifreddi

Il cristianesimo pervade la società occidentale da così tanto tempo, e in maniera così invasiva, che le opinioni su di esso e sul suo ruolo ricoprono l’intero spettro delle possibilità: dalla constatazione di Soren Kierkegaard che «non possiamo essere cristiani», per l’impossibilità di vivere un autentico rapporto personale con Gesù, all’affermazione di Benedetto Croce che «non possiamo non dirci cristiani», per il ruolo che la fede e la Chiesa hanno avuto nella formazione della nostra cultura, al pronunciamento di Marcello Pera che «dobbiamo dirci cristiani», perché la laicità e la democrazia non sarebbero (state) possibili al di fuori della tradizione evangelica.
Evidentemente, e nonostante le loro differenze reciproche, gli esistenzialisti, gli idealisti e gli apostati hanno almeno un aspetto in comune: la mania di elevare le proprie opinioni personali al rango di verità universali. I logici sono più modesti, come dimostra fin dal titolo Perché non sono cristiano di Bertrand Russell: una memorabile raccolta di una dozzina di saggi scritti tra il 1925 e il 1954 (a parte una curiosità filosofica del 1899), in cui egli dice la sua su tutti gli aspetti della
religione in generale, e del cristianesimo in particolare.
E la dice apertamente, senza nascondersi, dichiarando fin dalla prefazione: «Penso che tutte le grandi religioni del mondo siano, a un tempo, false e dannose».Quanto alla giustificazione del titolo del libro, è presto detta: «In primo luogo, non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale». Anzi, a pensarci bene, più un personaggio letterario che un uomo, visto che in fondo «storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza». E neppure così eccezionale, visto che molte frasi dei Vangeli «hanno recato paura e terrore alI’umanità, e non mi sento di riconoscere un’eccezionale bontà in chi le pronunciò».
Del cristianesimo organizzato, poi, Russell pensa ancora peggio, e cioè che «è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale del mondo», e che «in ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte della Chiesa contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario». Affermazioni certo difficili da digerire per i credenti, ma altrettanto difficili da controbattere per chi ricorda da un lato le inopportune chiusure del Vaticano nei confronti delle maggiori innovazioni scientifiche, dall’eliocentrismo all’evoluzionismo alle biotecnologie, e dall’altro gli opportunistici concordati stipulati dalla Santa Sede con Mussolini ne11929, Hitler ne11933, Salazar nel 1940 e Franco nel 1953 (dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei).
Quanto all’atteggiamento del cristianesimo riguardo al sesso, cos’altro potrebbe dire Russell se non che esso è «morboso e innaturale», e che come altre sue dottrine fondamentali richiede «una buona dose di perversione etica in chi le accetta»? In fondo, le premesse biologiche della morale cristiana sono una madre che rimane vergine «prima, durante e dopo il parto», una procreazione assistita eterologa ante litteram, un esempio di vita completamente asessuata, e una predicazione per la quale «è bene non toccare donna», anche se «è meglio sposarsi che bruciare dalla passione» (Lettera ai Corinzi, I, 4). Le conseguenze logiche diventano così il celibato e l’astinenza nei casi migliori, e la pedofilia e la perversione in quelli peggiori: ovvero, in entrambi, un comportamento innaturale o morboso, come volevasi appunto dimostrare.
Più in generale, Russell avanza due obiezioni contro la religione. Anzitutto, «l’anacronismo di precetti che risalgono a epoche in cui gli uomini erano più crudeli, e perpetuano così abitudini contrarie alla nostra coscienza attuale»: cosa che dovrebbe essere ovvia, visto che le regole di vita adatte ai pastori analfabeti del deserto di duemila anni fa difficilmente possono essere automaticamente applicabili agli abitanti multimediali delle metropoli di oggi. E poi, la propensione moderna a «chiedersi se la religione sia utile, anziché di capire se essa sia vera»: non a caso, un capitolo del libro è la trascrizione di un dibattito (o, se si preferisce, un dialogo fra sordi) sull’esistenza di Dio tra Russell e un gesuita, trasmesso dalla BBC.
Da parte sua, l’obiezione che la religione rivolge in genere ai non credenti è che, come direbbe l’lvan dei Fratelli Karamazov, se Dio non ci fosse allora tutto sarebbe permesso. In più parti del libro Russell dimostra invece che un’etica laica è possibile, e la riassume nella massima: «la vita retta è quella ispirata dall’amore e guidata dalla conoscenza». Naturalmente, lungi dall’essere innocua, quest’affermazione è in aperto contrasto con le regole di comportamento che si ispirano alla religione, additata senza mezzi termini come «una forza del male»: ad esempio, non sono certo né l’amore né la conoscenza a proibire l’educazione sessuale, la masturbazione, i rapporti prematrimoniali, la contraccezione, l’aborto, la convivenza e il divorzio.
In un capitolo del maggio 1940 Russell notava che «la plutocrazia e la Chiesa si coalizzano per scagliare accuse di comunismo [sic] contro chiunque non abbia opinioni conformi», come quelle appena elencate. E sapeva cosa stava dicendo, visto che si trovava nel bel mezzo di un’imbarazzante vicenda accaduta a New York, dov’era stato invitato a insegnare al City College. Le proteste di un vescovo avevano scatenato una tipica caccia alle streghe statunitense che culminò in un processo, intentato da una signora di Brooklyn che temeva ciò che sarebbe potuto accadere alla figlia se un tale filosofo avesse insegnato in città, nonostante il fatto che i corsi dell’università fossero riservati per statuto ai soli uomini!
L’avvocato dell’accusa definì le opere di Russell «lascive, libidinose, sensuali, erotiche, afrodisiache, irriverenti, grette, false e prive di contenuto morale», e sostenne che era «contrario all’interesse pubblico nominare un insegnante che propugna l’ateismo». Il filosofo ricevette le dichiarazioni di solidarietà del mondo accademico, ed Einstein osservò: «I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta stupidamente i pregiudizi ereditati, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza». Il giudice revocò comunque la nomina, con la motivazione che Russell era uno straniero, era stato assunto senza regolare concorso e «aveva divulgato dottrine immorali e libertine».
L’episodio ebbe l’effetto pratico di impedire allo «straniero» non solo di insegnare in tutti gli Stati Uniti, dai quali non poteva andarsene per via della guerra, ma anche di tenere conferenze e scrivere articoli. Come racconta egli stesso nella sua Autobiografia, la situazione era aggravata dal fatto che i suoi sostenitori lo immaginavano, in quanto pari di Inghilterra, possessore di grandi tenute ancestrali e ricchissimo. A salvarlo dall’essere ridotto sul lastrico fu un mecenate di Filadelfia, il dottor Albert Barnes, che gli fece un contratto per scrivere la Storia della filosofia occidentale, poi divenuta il suo maggior successo editoriale.
E fu proprio quel libro a essere citato nella motivazione ufficiale del premio Nobel per la letteratura che venne assegnato a Russell nel 1950, quando l’Accademia Svedese decise di onorare le sue opere come «un servizio alla civilizzazione morale», e lui come «un brillante campione dell’umanità e del libero pensiero»: evidentemente, i paesi scandinavi luterani hanno standard di civiltà, moralità, umanità e libertà diversi da quelli dei paesi anglosassoni puritani, per non parlare dei paesi latini cattolici.
Ma è proprio per questo che il libro di Russell continua a mantenere intatta, a cinquant’anni dalla pubblicazione nel 1957, la sua efficacia come vaccino di prevenzione e antidoto di disintossicazione sia per gli Stati Uniti che per l’Italia di oggi, in cui gli untori teo-con hanno ormai invaso parlamenti e ministeri, dai quali infettano media e scuole con le «teologiche conneries» che danno loro il nome. Dunque, lo leggano e lo diffondano tutti coloro che vogliono immunizzare se e il prossimo dalle epidemie di integralismo e di fondamentalismo che minacciano di recidere le vere radici dell’Occidente: che non sono, nonostante ciò che si canta in Vaticano e si controcanta in Senato, quelle cristiane e superstiziose dell’Era delle Tenebre, bensì quelle laiche e razionali dell’Era dei Lumi.
PlERGIORGIO ODIFREDDI

Ateismo

venerdì, 16 novembre 2007

«Perché… dovrei?»

Musica ovattata di sottofondo. Chiacchiere su argomenti disimpegnati: la casa, il lavoro, il tempo libero… perfino il tempo atmosferico… La compagnia è piacevole ma non emozionante. Mi annoio un po’. Stasera non ho voglia di tenere banco, così mi isolo. Poi, quasi per caso, percepisco una deviazione su temi più sostanziosi: la politica internazionale, l’evoluzione della società, lo scontro di civiltà… Drizzo le antenne. Guardo i miei commensali, che conosco poco, e cerco di farmi un’idea delle loro convinzioni. Ogni tanto butto là una battuta, fra il serio e il faceto, fra l’impegnato e il provocatorio. D’un tratto il marito di un’amica di mia moglie mi apostrofa: «Tu sei cattolico o protestante?». Quasi quasi gli dico che sono buddhista, così mi do una patina di esotismo. Che poi è quasi vero, va’. Ma no, vediamo che cosa succede a dire la verità: «Né l’uno né l’altro. Sono ateo».
Un attimo di silenzio. Mi punta addosso uno sguardo da pesce lesso: è chiaro che non ha capito. «Scusa… cioè?». «Cioè non credo in Dio». Adesso la tavolata si è zittita. È sempre così: viene fuori la parola «Dio» e tutti tacciono, non si capisce se per rispetto del Padreterno o perché non sanno bene che cosa dire di fronte a un argomento che li supera. «Non credi in Dio?». «No». Secco, brutale. Beh, d’altro canto i fatti sono questi, mica si può stare a giocare con gli eufemismi, a perdersi in distinguo. Forse però riesco a chiuderla qui. Se qualcuno mi aiutasse a cambiare discorso… magari… «Perché?». Macché: m’hanno fregato anche stavolta. E adesso mi toccherà spiegare l’incongruenza intrinseca della figura divina, il problema della teodicea, l’argomento cosmologico, Kant, Ivan Karamazov… Insomma, tutto il patrimonio filosofico e culturale dell’ateismo. Poi, lo so già, mi ricorderanno la figura storica di Gesù e mi sentirò rimproverare che «non si può dimenticare» questo e quello e quell’altro… e allora dovrò replicare citando gli studi filologici sui Vangeli, le contraddizioni interne, la mancanza di verifiche storiche attendibili, la parzialità delle fonti, i rimaneggiamenti storici… Ahimé, mi attende la solita discussione in cui mi tocca sempre giocare in difesa. E io sono davvero stufo.
È una percezione bizzarra quella che la gente ha dell’ateo. Se sono ateo, mi manca qualcosa. La «condizione normale» di ogni essere umano implica la credenza in qualche forma di divinità. Può essere il Grande Spirito oppure Shiva, ma un qualche Dio io dovrei averlo per forza. Normalmente dovrebbe essere quello della mia tradizione culturale, cattolica o protestante, ma ormai in questa società multietnica piena di gente esotica ci siamo abituati anche alle fedi più strampalate, dunque… «Qual è il tuo Dio?». E, se a quel punto replico «Niente Dio, grazie», ecco che suscito lo sconcerto e lo stupore. Ma come? Ma perché? È chiaro che se non credo in Dio rinuncio a un elemento determinante dell’esperienza umana. Rinnego la dimensione spirituale (giuro: m’hanno detto anche questo). Sono un gretto materialista (e a questo punto, a volte, sul viso dell’interlocutore si dipinge un’espressione un po’ disgustata). Come minimo devo rendere ragione di queste mie strampalate convinzioni, che si situano al di fuori della tradizione culturale comune. E a poco serve ricordare che nella nostra tradizione culturale ci sono anche Epicuro e Lucrezio, d’Holbach, Feuerbach e Marx, Nietzsche e Freud. Tutto inutile: mi tocca spiegare ancora e ancora perché esco dalla «normalità». Alla fine, come se non bastasse, ecco l’ultima ridotta nella quale si trincerano i credenti: l’accusa di fideismo rivolta all’ateo. «Prova un po’ a dimostrare che Dio non esiste! Eh? Prova un po’!».
Ebbene, che si sappia: io mi sono stancato di rendere ragione del mio ateismo. Mi sono stancato di spiegare e giustificare. Non sta a me. Non è compito mio. Posso farlo quando voglio… ma adesso non voglio più. Si giustifichi chi crede, piuttosto. Troppo spesso si dimentica un fatto fondamentale: l’onere della prova spetta sempre (sempre!) a chi afferma qualcosa. Non accetto più di essere messo sullo stesso piano della pletora dei credenti. L’ateismo non è una fede, perché non si può dimostrare che qualcosa non esiste. Non si può, punto e basta. Non si può neppure per Babbo Natale. Gedankenexperiment: immaginate di dover dimostrare a un bambino cocciuto che Babbo Natale non esiste. Non ci riuscirete. Perché, per quanto a fondo voi abbiate esplorato l’universo, non avrete mai frugato davvero in tutti gli angoli più reconditi. E magari sul quinto pianeta di Alfa Centauri c’è un signore obeso, con la barba e il cappello a pompon, che svolazza su una slitta trainata da renne magiche. Chissà, eh?
Sicché… no, non c’è simmetria fra chi afferma e chi nega: non sono entrambe persone di fede. L’onere della prova spetta solo al primo, non al secondo. E chi nega, ossia l’ateo, non ha nulla da difendere, non è tenuto a proporre argomenti per giustificarsi. Semmai è la controparte che deve esporre i propri, che deve dare ragione delle proprie credenze, che deve squadernare le prove. Se ne ha, beninteso. Se invece non ne ha, si applica allora un ben noto principio di economia concettuale che va sotto il nome di «rasoio di Occam»: non si devono postulare entità inutili, nel senso che si devono evitare le ipotesi complesse, in particolare quelle non suffragate dall’esperienza. E il «rasoio», in assenza di prove dell’esistenza di Dio, taglia senza pietà e induce a concludere che Dio… non esiste.
Nel silenzio del ristorante, mentre tutti gli sguardi sono appuntati su di me, mi sento un po’ sotto processo. Potrei, lo so bene, accettare il confronto e difendermi. Non mi mancano gli argomenti. E, anche se mi rifilano il nero, alla fine lo scacco matto lo do sempre io. Potrei giocare a questo gioco e concedergli la prima mossa, ma non voglio. Non più. Intanto però il mio interlocutore comincia a diventare impaziente. Ora sorride al proprio vicino, con quell’aria di sufficienza stampata sul viso di chi è troppo sicuro di sé. Non sa, il meschino, che cosa lo attende. E finalmente ripete la domanda: «Allora, ci spieghi perché non credi in Dio?». Quasi quasi estraggo la scimitarra della Ragione e lo faccio a fette. Ma sono troppo superiore per accettare la sua provocazione. Così lo guardo, gli sorrido paziente… e gli offro l’unica risposta razionale e dignitosa: «Perché… dovrei?». E adesso vediamo come te la cavi in difesa…

Marco Cagnotti