Scuola e insegnamento religioso

Sezione Ticino

Presa di posizione sull’insegnamento religioso
Procedura di consultazione sulle proposte di insegnamento religioso

Pur avendo già espresso attraverso il proprio delegato in seno alla Commissione la sua posizione sull’ora di religione, l’ASLP-Ti tiene ad intervenire anche in questa fase del dibattito per ribadire le ragioni che la portano a pronunciarsi per lo stralcio puro e semplice dell’articolo 23 della vigente Legge scolastica e contro l’inserimento di una norma sostitutiva mirante a legalizzare l’erogazione di una “cultura religiosa” mediante un corso di frequenza obbligatoria.

Già nella fase precedente la promulgazione della “legge-Buffi”, i liberi pensatori erano intervenuti a più riprese dichiarando la propria opposizione alla pratica della propaganda religiosa nella Scuola Pubblica, tanto più che tale attività era finalizzata alla catechizzazione ed al proselitismo e, quindi, in contrasto con le finalità di un’Istituzione che deve educare all’esercizio della ragione sui dati forniti dall’esperienza, abituando gli allievi a non accettare affermazioni quando non vi siano validi motivi per ritenerle attendibili.

Di fatto l’istruzione religiosa è generalmente consistita nello scodellamento meccanico di verità rivelate, di dogmi, di rudimenti di un’improbabile storia sacra, di precetti di una “vita morale” agganciata alla “vita liturgica”. Solo in tempi relativamente recenti negli ambiti dei cattolici inquieti si è fatta strada una più moderna concezione didattica in base alla quale diventava prioritario “l’orientamento ad una mentalità di fede”: per preparare in modo adeguato il terreno alla semina dei contenuti dottrinari di cui si è detto.

Perciò, oggi come nelle precedenti occasioni, i Liberi Pensatori affermano imprescindibile il principio della laicità. Ovvero: la democrazia si perfeziona in una società retta secondo il concetto della “res publica” se nelle norme che regolano la civile convivenza sono contemplate:

  • la tutela della libertà di coscienza;
  • il rispetto della parità legale d’ogni opzione filosofica ed ideologica;
  • la garanzia della neutralità delle Istituzioni Pubbliche nei confronti delle organizzazioni confessionali.

Questo per evitare che aggressivi movimenti d’opinione esercitino indebite pressioni sui singoli per costringerli a conformarsi secondo criteri di identità collettive di natura ideologica.

I Liberi Pensatori non misconoscono l’importanza del fenomeno religioso: anzi, ritengono che sia opportuno conoscere gli aspetti che più profondamente hanno inciso nella Storia dell’Uomo.

Ma per sapere che cosa hanno significato nel concreto le scelte ispirate dalla religiosità e dal fideismo non ha senso addentrarsi nelle fantastiche costruzioni teologiche delle diverse opzioni confessionali, anche perché tra ciò che si dice di voler fare e ciò che si fa le discrepanze sono enormi: in particolare quando si tratta di tradurre nella pratica i concetti di giustizia, di equità, di libertà, di amore, di pace.
Per quanto la storia insegna, si sa che le organizzazioni religiose hanno legittimato il loro potere e la loro influenza rifacendosi al mandato ch’esse avrebbero ricevuto dal dio mediante la “rivelazione”. E quando il potere politico non è coinciso con quello religioso, l’uno e l’altro hanno vissuto in simbiosi sorreggendosi vicendevolmente.
Non risulta che gli “uomini di dio” delle varie credenze abbiano avuto un’influenza benefica sui loro propri fedeli: non è grazie ai loro interventi che si sono evitati i conflitti sanguinosi che in ininterrotta serie hanno caratterizzato le relazioni tra comunità aventi interessi contrapposti. È vero, semmai, che i capi religiosi sono stati spesso i mandanti dei peggiori crimini contro l’umanità.

Circa le due iniziative parlamentari del 2002 di Paolo Dedini (il 25 marzo) e di Laura Sadis (il 2 dicembre), l’ASLP-Ti rileva che, pur essendo assai diverse nel taglio, nell’uso dei termini, nelle motivazioni ideologiche e, parzialmente, nelle finalità, entrambe hanno il medesimo “peccato originale”: quello di proporre una materia a sé stante che tratti specificatamente del fenomeno religioso in funzione sostitutiva dell’ora di religione.

L’iniziativa di Laura Sadis (che in realtà è opera dell’“Associazione per la Scuola Pubblica”, come dichiarato nell’atto parlamentare) è quella che maggiormente ha ispirato il rapporto finale, nella parte in cui emerge la posizione della maggioranza commissionale: è questa dunque che merita una critica più dettagliata.

Preliminarmente, tuttavia, l’ASLP-Ti ricorda d’aver già preso posizione, in una lettera al Consiglio di Stato dell’8 aprile 1986, contro la proposta di inserire nell’orario settimanale un “corso parallelo di cultura religiosa ed etica” obbligatorio per tutti coloro che non frequentavano il catechismo scolastico. Nel concetto di chi aveva formulato la proposta, le due “materie” dovevano essere contenutisticamente equipollenti. Giova ricordare che a sostegno di quella soluzione, ipotizzata dalla Sezione Pedagogica dell’allora Dipartimento della Pubblica Educazione diretto da Carlo Speziali, si pronunciarono la Comunità dei socialisti ticinesi, la Direttiva del Partito popolare democratico e la Curia retta in quegli anni dal vescovo Corecco.

Nel medesimo ordine di idee, qualche lustro più tardi, si è mossa l’Associazione per la Scuola Pubblica che dalla crescente diserzione (si noti l’uso di un termine riprovatorio) dall’ora di religione crede di poter dedurre che “l’ignoranza dei sia pur minimi elementi di cultura cristiana negli studenti delle scuola pubbliche è sempre più generalizzata ed evidente”.

Orbene, in mancanza di dati ricavati da una indagine i cui criteri sarebbero comunque da sottoporre a verifica di attendibilità, si può tranquillamente affermare che la lamentata ignoranza rimane a livello di pura supposizione.
Ma è proprio su tale supposizione che “l’Associazione per la Scuola Pubblica” poggia la successiva e, per lei, conseguente argomentazione, ovvero che l’ignoranza di qualche nozione religiosa impedirebbe agli alunni di “riconoscersi nell’identità culturale che li accomuna”.

L’ASLP-Ti ritiene che, in un momento in cui le migrazioni intercontinentali conducono ad un rimescolamento e ad un meticciamento delle popolazioni, è pericolosamente controindicato istituire e delimitare ideologicamente posticce identità collettive il cui unico obiettivo è quello di stabilire criteri di inclusione e di esclusione sulla base di catalogazioni etnico-razziali. L’ASLP-Ti denuncia queste operazioni come un retaggio della logica del “cuius regio, eius religio”.
Secondo gli autori dell’iniziativa Sadis “l’intolleranza trae alimento dall’ignoranza”. Non è sempre così: vero è, semmai, che ad evitare reciproche incomprensioni basterebbe esibire meno supponente sicurezza nella presunta conoscenza di una fantasiosa trascendenza, così da evitare che indigeni ed allogeni assumano i rispettivi credi come elementi prioritari delle rispettive identità. Meglio sarebbe che ciascuno cercasse di stabilire le relazioni con persone d’altra origine prescindendo da questioni fideistiche o, tout court, ignorandole.

In effetti è arcinoto: la religiosità non ha mai favorito gli incontri bensì gli scontri, dato che le verità di fede, i sacramenti, i precetti d’una confessione non sono conciliabili con quelli delle altre. E questa incompatibilità si manifesta con maggiore asprezza quando vengono messe a confronto le diverse rivelazioni, poiché gli interpreti della “parola del Signore” non tollerano che venga messo in discussione il ruolo che il dio stesso avrebbe loro affidato in esclusiva.
Molti dicono di volere il dialogo interreligioso, ma nessuno pensa seriamente alla possibilità di una conciliazione sulla base di un qualsiasi compromesso, poiché nessuno è disposto ad arretrare di un pollice dalle proprie posizioni.
Il Catechismo della Chiesa cattolica dichiara in tutte le lettere che “fuori dalla Chiesa non v’è salvezza”, con la sola eccezione di coloro che “senza loro colpa” ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa e tuttavia si comportano in modo conforme alla volontà divina. E, a togliere ogni dubbio, la “Dichiarazione circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa” recita: “l’unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato il compito di diffonderla tra tutti gli uomini”. Così che nessuno possa accampare la scusa dell’ignoranza!

Qualche parola merita anche la tesi avanzata dall’“Associazione per la Scuola Pubblica” secondo la quale la tradizione sarebbe la chiave per capire ed interpretare correttamente gli eventi storici. La tradizione offre una chiave (non la sola e non la principale!) di lettura, ma ciò non deve indurci a ritenere che oltre a conoscerla ed a capirla occorra pure condividerla, soprattutto in quanto essa è caratterizzata da manifestazioni di conformismo, di superstizione, di faziosità, di intolleranza, di prevaricazione, di fanatismo. Lo stesso discorso si deve fare quando si richiamano i “valori etici” ricavati dalla bimillenaria tradizione cristiana, dimenticando ancora una volta i crimini commessi nel segno della croce e nel nome del “Signore”!

Ma, infine e concretamente, che cosa viene a proporre la maggioranza della “Commissione sull’insegnamento religioso nella scuola”?

Ebbene l’“insegnamento religioso” (così viene chiamato – et pour cause!) è obbligatorio nella scuola elementare e nel secondo biennio della scuola media.
L’ASLP-Ti ritiene che nella scuola elementare la conoscenza del fenomeno religioso va connessa alla realtà ambientale e non deve eccedere l’ambito dell’esperienza di vita del fanciullo (Mentre per ciò che attiene all’eventuale percorso confessionale che i genitori scelgono per i propri figli basta ed avanza ciò che vien detto e fatto in famiglia e nell’ambito delle attività parrocchiali.)
Orbene, pretendere che il docente generalista debba, d’ora innanzi, conformare la formazione culturale propria e quella dei suoi alunni ai contenuti tracciati da una commissione mista ad hoc e quindi sottoporsi alla sorveglianza speciale di detta commissione significa:

-    che, a mente della maggioranza della “Commissione sull’insegnamento religioso nella scuola”, i docenti titolari non sarebbero stati finora adeguatamente formati sul piano culturale e perciò non avrebbero saputo adempiere al proprio compito che contempla l’educazione morale e civile dei fanciulli anche attraverso opportune esercitazioni di vita pratica;
-    che di queste carenze non si sarebbe finora sentita conseguenza negativa alcuna a livello della preparazione degli allievi, perché il catechista vi avrebbe posto rimedio;
-    che la “materia” di cui si vorrebbe assegnare l’erogazione al generalista è, dunque, nella sostanza, equipollente al catechismo scolastico nella misura in cui ne deve fare le veci;
-    che occorrerebbe far “entrare la formazione religiosa (sic et simpliciter) nel curriculum di formazione del docente” perché costui sia abilitato compiutamente alla pienezza del suo compito educativo;
-    che in questo specifico settore del sapere (quello della “cultura” religiosa) il docente deve rimanere sotto tutela speciale, sia per quanto fa, sia per quanto omette di fare … e ciò in chiaro contrasto con il pieno riconoscimento della libertà d’insegnamento e dell’autonomia didattica che un tempo (solo venticinque anni fa: si legga il “Rapporto della Commissione per la nuova legge quadro della Scuola” in Scuola Ticinese, no 96/1982) si riteneva conditio sine qua non di un’efficace azione educativa.

Di questo passo ci si potrebbe chiedere perché la maggioranza della “Commissione sull’insegnamento religioso nella scuola” non abbia, per coerenza con quanto auspica nel “rapporto finale”, proposto l’apertura di una speciale sezione dell’Alta Scuola
Pedagogica presso il Seminario Diocesano San Carlo: là, infatti, si trovano le persone più adatte a dare ai maestri ticinesi quella “formazione religiosa” che loro permetterebbe di sostituire degnamente i catechisti.

Per ciò che attiene all’ora obbligatoria di “storia religiosa” da inserire nella griglia oraria settimanale del secondo biennio della scuola media, valgono le considerazioni già fatte: il fenomeno religioso non merita d’esser trattato in una materia sé stante, ma deve trovar posto, come per altro già avviene, nell’ambito delle altre diverse materie (storia, geografia, letteratura, storia dell’arte, ecc.).

La soluzione di affrontare la questione religiosa separatamente in primo luogo porrebbe seri problemi circa i contenuti che dovrebbero essere purgati da sbavature teologiche e, in secondo luogo, circa le persone degli insegnanti che dovrebbero essere liberi da ogni condizionamento confessionale (anche di natura “ecumenica”) per evitare ogni possibile scivolata propagandistica e proselitista. Si tratta di problemi sui quali, verosimilmente, non sarà possibile trovare una seppur minima base di consenso.
Circa l’eventuale istituzione di corsi facoltativi di “storia delle religioni” nella scuola media e nelle scuole medie superiori, l’ASLP-Ti tiene a sottolineare che anche sui contenuti di detti corsi dovrebbe esser fatta chiarezza per ragioni analoghe a quelle che ostano all’istituzione dei corsi obbligatori.

Sulla base di quanto esposto, l’ASLP-Ti annuncia sin d’ora che si opporrà con ogni mezzo legale a sua disposizione all’istituzionalizzazione dell’istruzione religiosa nelle forme auspicate dalla maggioranza della “Commissione sull’insegnamento religioso nella Scuola”.

In conclusione l’ASLP-Ti,

●    si oppone fermamente alla istituzione di un corso – obbligatorio o facoltativo – di “cultura” religiosa nell’ambito della scuola pubblica;

●    ritiene del tutto anticostituzionale l’obbligatorietà di tale corso;

●    considera che la storia delle religioni e delle loro ideologie debba semmai trovare posto, nel rispetto dei principi di laicità e di neutralità, nell’ambito dell’insegnamento delle materie storiche e di cultura generale;

●    chiede lo stralcio puro e semplice dell’art. 23 della Legge scolastica;

●    si riserva di intraprendere tutti i passi che riterrà opportuni, di natura giudiziale e stragiudiziale, a tutela della libertà confessionale e di espressione, nonché della neutralità e della laicità della scuola pubblica.

Paradiso,  24 agosto 2007

Il presidente                             Il segretario
Roberto Spielhofer                 Alfredo Neuroni

 

Approfondimenti: Dossier di educa.ch su “Liberta di credo e di coscienza. Basi giuridiche e raccolta di materiale per insegnanti”.