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Sentenza crocefisso: offesa la libertà religiosa, ma per la Svizzera non cambia nulla.

martedì, 22 marzo 2011

COMUNICATO STAMPA ASLP TICINO

Sentenza crocefisso: offesa la libertà religiosa, ma per la Svizzera non cambia nulla.

La Sezione Ticino dell’ASLP prende atto del sorprendente esito del ricorso promosso dal governo italiano: la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo non ha confermato a maggioranza (quindici a due) la sentenza presa all’unanimità dalla Piccola Camera nel 2009.

Un simile cambiamento di opinione tra il primo e il secondo grado è senz’altro da imputare alle enormi pressioni messe in campo dalla Chiesa cattolica e dalle forze a lei vicine. Incredibilmente la Corte europea antepone le legislazioni nazionali alle violazioni dei diritti dell’uomo. Sostenere che mancano elementi che dimostrino la discriminazione subita è puerile: se un crocifisso non evangelizza certamente in modo diretto, è pur vero che trasmette inconfutabilmente il messaggio che i fedeli di una religione sono privilegiati rispetto a chi non ne fa parte e con la quale non si possono identificare.

L’ASLP-TI condivide il voto dissenziente dei due giudici Giorgio Malinverni (Svizzera) e Zdravka Kalaydjieva (Bulgaria), che ritengono invece violati i principi sia dell’Art. 2 del protocollo 1, cioè del diritto all’istruzione conformemente alle convinzioni religiose e filosofiche, sia dell’Art. 9 della Convenzione che richiede dallo Stato la una stretta neutralità confessionale, di pensiero e di coscienza, non limitata al solo piano di studio ma comprendente anche l’ambiente scolastico pubblico.

Per la Svizzera non cambia nulla perché la sentenza si basa sul primo protocollo supplementare che è al di fuori della Convenzione dei diritti dell’uomo e che la Svizzera non ha ne sottoscritto ne ratificato.

Resta così in vigore la decisione del Tribunale federale che, nella sentenza del 26 settembre 1990 della I Corte di diritto pubblico nella causa Comune di Cadro contro Guido Bernasconi e Tribunale amministrativo del Cantone Ticino, stabilisce che il crocifisso nelle aule scolasti non adempie l’esigenza di neutralità prevista all’art. 27 cpv. 3 della Costituzione e non può pertanto essere esposto.

Il professore di diritto costituzionale e di diritto internazionale presso l’università di Zurigo Tobias Jaag confida che il Tribunale federale anche in futuro non cambierà la sua giurisprudenza.

Paradiso, 22 marzo 2011

Il presidente ASLP-TI: Roberto Spielhofer

Cedu: sentenza sui crocifissi e opinione dissenziente

domenica, 20 marzo 2011

Nella sentenza definitiva di Grande Camera, emanata il 18.3.2011 nel caso Lautsi e altri contro l’Italia (ricorso no 30814/06), la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha concluso a maggioranza (quindici voti contro due) alla:

Non violazione dell’articolo 2 del Protocollo no 1 (diritto all’istruzione) alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Il caso riguardava la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche in Italia, incompatibile, secondo i ricorrenti, con l’obbligo dello Stato di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e insegnamento, il diritto dei genitori di garantire ai propri figli un’educazione e un insegnamento conformi alle loro convinzioni religiose e filosofiche.

Nessuna influenza sugli alunni
Secondo la Corte, se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni. Inoltre, pur essendo comprensibile che la ricorrente possa vedere nell’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai suoi figli una mancanza di rispetto da parte dello Stato del suo diritto di garantire loro un’educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche, la sua percezione personale non è sufficiente a integrare une violazione dell’articolo 2 del Protocollo no 1-

Mancanza di un consenso europeo
Il Governo italiano sosteneva che la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche rispecchia ancora oggi un’importante tradizione da perpetuare.

La Corte sottolinea che – il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione avendo delle posizioni divergenti sul significato del crocifisso e la Corte Costituzionale non essendosi pronunciata sulla questione –  non è suo compito prendere posizione in un dibattito tra giurisdizioni interne.

Simbolo “passivo” e nessun segno di indottrinamento
Di fatto gli Stati contraenti godono di un certo margine di discrezionalità nel conciliare l’esercizio delle funzioni che competono loro in materia di educazione e d’insegnamento con il rispetto del diritto dei genitori di garantire tale educazione e insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche. Tuttavia questo margine di discrezionalità si accompagna a un controllo della Corte, la quale deve garantire che questa scelta non conduca a una qualche forma di indottrinamento.

A tal proposito la Corte constata che nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del Paese una visibilità preponderante nell’ambiente scolastico. La Corte ritiene tuttavia che ciò non basta a integrare un’opera d’indottrinamento da parte dello Stato convenuto e a dimostrare una violazione degli obblighi previsti dall’articolo 2 del Protocollo no 18. Quanto a quest’ultimo punto, la Corte ricorda che ha già stabilito che, in merito al ruolo preponderante di una religione nella storia di un Paese, il fatto che, nel programma scolastico le sia accordato uno spazio maggiore rispetto alle altre religioni non costituisce di per sé un’opera d’indottrinamento. La Corte sottolinea altresì che un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose.

Margine di discrezionalità
La Corte conclude dunque che, decidendo di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai figli della ricorrente, le autorità hanno agito entro i limiti dei poteri di cui dispone l’Italia nel quadro del suo obbligo di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche; di conseguenza, non c’è stata violazione dell’articolo 2 del Protocollo no 1 quanto alla ricorrente. La Corte considera inoltre che nessuna questione distinta sussiste per quanto riguarda l’articolo 9.

Vedi il testo del comunicato stampa in italiano.

Sentenza (in francese):  http://tinyurl.com/6x6sr36

Opinione dissenziente
dei giudici Giorgio Malinverni (Svizzera) e Zdravka Kalaydjieva (Bulgaria)

1. Si rileva che la decisione presa a maggioranza ignora che laddove le corti supreme siano state invocate, ad esempio in Svizzera, Germania, Polonia ed Italia, esse si siano sempre pronunciate a favore della neutralità dello stato. L’art. 9 della convenzione impone agli Stati l’obbligo positivo di provvedere alla creazione di un clima di tolleranza e mutuo rispetto, obbligo del quale non si tiene conto con il rinvio al cristianesimo quale religione maggioritaria. Inoltre, la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche è autorizzata dai regi decreti del 1860, 1924 e 1928 nonché da una circolare fascista del 1922, il che ne rende dubbia la legittimazione democratica.

2. Viviamo in una società multiculturale in cui la protezione effettiva della libertà religiosa e del diritto all’istruzione richiedono da parte dello Stato la massima neutralità confessionale nelle scuole pubbliche e un insegnamento quanto più pluralistico possibile quali basi fondamentali della democrazia. L’articolo 2 del protocollo recita: “Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche.” In altre parole, lo Stato è tenuto a fornire un’istruzione oggettiva, critica e pluralistica, in modo che le scuole diventino dei luoghi d’incontro per le più diverse religioni e filosofie, dove  gli alunni possano acquisire le necessarie nozioni sulle svariate tradizioni del pensiero umano.

3.  Sempre dall’articolo 2 del protocollo 1 si desume che la neutralità dello Stato non si limita ai contenuti d’insegnamento ma si estende a tutto il sistema scolastico e quindi, come indicato nel commento generale ai diritto del fanciullo dell’ONU, il diritto all’istruzione riguarda il processo educativo nel suo insieme, dai metodi pedagogici applicati alle strutture fisiche in cui tale insegnamento viene impartito. L’intero ambiente deve in tal senso essere pervaso da uno spirito di libertà e fratellanza, di pace e tolleranza, di eguaglianza fra i sessi e di amicizia fra i popoli, le etnie, le nazioni e religioni.

Anche la corte suprema del Canada definisce la scuola come parte integrante di un’educazione libera da discriminazioni – un ambiente in cui tutti godono dello stesso trattamento e dove tutti sono incoraggiati a partecipare al  meglio delle proprie possibilità.

4. La presenza di crocifissi nelle aule scolastiche, pur una realtà irrefutabile, può costituire una violazione della libertà religiosa, specie laddove venga imposto agli alunni. La corte costituzionale tedesca ha peraltro stabilito che nella società odierna vi debba essere spazio per le varie convinzioni religiose e che non si può risparmiare al singolo la vista dei relativi simboli o pratiche. D’altro canto lo Stato non deve a sua volta creare situazioni in cui gli individui non possano sottrarsi all’influsso di una determinata religione.

Concorde, nella fattispecie, il Tribunale federale nell’esigere che nelle scuole pubbliche la cui frequenza sia obbligatoria, debba vigere la massima neutralità confessionale  Non solo, ha addirittura precisato che lo Stato non può manifestare alcuna preferenza, nell’ambito dell’istruzione pubblica, per una determinata religione, sia essa praticata dalla maggioranza o meno dei cittadini, onde evitare che taluni possano sentirsi discriminati a causa dell’ostentazione di un simbolo a loro estraneo.

5.  Il crocifisso rappresenta indubbiamente un simbolo religioso, quantunque il governo italiano abbia insistito che la presenza del crocifisso nelle aule quale veicolo di valori universali caratterizzanti la civilizzazione italiana tutta, quali la tolleranza e il mutuo rispetto, potesse avere, in una prospettiva laica, una  funzione altamente educativa  - a prescindere dalla religione professata dagli alunni.

La libertà di religione negativa va intesa come garanzia a che non ci si veda esposti a simboli che richiede una tutela particolare proprio laddove sia lo Stato stesso ad ostentarli. Per quanto il crocifisso possa anche assumere connotazioni diverse, quella religiosa rimane predominante. La stessa corte di cassazione italiana aveva infatti contestato la tesi secondo cui simboleggiasse dei valori non inerenti alla fede cristiana.

6.  La presenza del crocifisso in aula è suscettibile di tangere la libertà di religione del bambino più che non lo possa fare, ad esempio, il fatto che la maestra indossi il velo islamico. Essa può, a differenza di un ente pubblico, appellarsi alla propria libertà religiosa: il modo di vestire di una dipendente pubblica confligge quindi meno con l’obbligo di neutralità dello Stato che non l’esposizione attiva di crocifissi da parte dello Stato stesso.

7. L’influenza del crocifisso nelle aule scolastiche non può essere paragonata alla situazione in altre istituzioni pubbliche quali ad esempio i locali elettorali o i tribunali. Nelle scuole sono infatti dei fanciulli a vedersi confrontati con lo stato sovrano, cioè dei soggetti sprovvisti del senso critico necessario a prendere le debite distanze dai messaggi trasmessi loro.

8. Per concludere, l’art. 2 del protocollo 1 e l’art. 9 della convenzione impongono allo Stato la più rigorosa neutralità confessionale non solo negli insegnamenti ma anche nell’ambiente scolastico più vasto. Nelle scuole dell’obbligo lo Stato non deve esporre gli alunni a simboli di una religione con cui non si identificano.

Traduzione riassuntiva a cura dell’ASLP del documento: http://www.echr.coe.int/echr/resources/hudoc/lautsi_and_others_v__italy.pdf, pag. 49 e segg.

Numero record di interventi
A norma dell’articolo 36 § 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dell’articolo 44 § 2 del Regolamento della Corte Europea dei Diritto dell’Uomo, sono stati autorizzati a intervenire nella procedura scritta:

- trentatré membri del Parlamento europeo intervenuti congiuntamente.

- le organizzazioni seguenti non-governative: Greek Helsinki Monitor5; Associazione nazionale del libero Pensiero; European Centre for Law and Justice; Eurojuris; intervenuti congiuntamente: Commission internationale de juristes, Interights e Human Rights Watch; intervenuti congiuntamente: Zentralkomitee der deutschen Katholiken, Semaines sociales de France e Associazioni cristiane Lavoratori italiani.

- i Governi di Armenia, Bulgaria, Cipro, Federazione russa, Grecia, Lituania, Malta, Monaco, Romania e della Repubblica di San Marino.

Conseguenze per la Svizzera
La Svizzera ha sottoscritto ma non ratificato il protocollo aggiuntivo 1. La Cedu rimanda la questione alla giurisdizione degli Stati membri, cui accorda un ampio margine di discrezionalità.

Nella sua decisione 116 Ia 252 (1990), il Tribunale conferma che la presenza del  crocifisso nelle aule scolastiche lede il principio di neutralità dello Stato – non v’è al momento nessuna ragione perché la giurisdizione debba cambiare.

Posizione dell’ASLP


RTS: Niente velo per le giornaliste

sabato, 5 febbraio 2011

Lo ha deciso la Radio Televisione Svizzera in seguito alla candidatura di una donna velata.
La presa di posizione dell’azienda – che riunisce la televisione e la radio romande – non riguarda solo l’ostentazione di simboli religiosi ma qualsiasi segno che indichi delle convinzioni personali.

Quindi il divieto, che tocca i giornalisti attivi sul terreno in occasione di conferenze stampa, interviste o di apparizioni allo schermo, riguarda anche simboli politici o di appartenenza ad un’associazione, precisa Manon Romerio, direttrice della comunicazione della RTS, confermando articoli pubblicati oggi da 24 Heures e La Tribune de Genève. Un distintivo del movimento antirazzista “Giù le mani dal mio amico” sarebbe considerato inappropriato perché appartenente alla sfera delle “convinzioni personali”. Il nastro rosso simbolo di solidarietà con le vittime dell’Aids sarebbe invece tollerato, in quanto si tratta di una “causa sanitaria di pubblico interesse”, spiega la portavoce.

La RTS aspettava in un primo tempo una decisione nazionale: il nuovo direttore generale della SSR Roger de Weck ha invece spiegato domenica scorsa alla NZZ am Sonntag di aver rinunciato a regolamentare una questione che si presenta “soltanto una volta per anno bisestile”.

http://info.rsi.ch/home/channels/informazione/info_on_line/2011/02/04-Niente-velo-per-le-giornalistear

Ct. VS: docente sempre sospeso

venerdì, 4 febbraio 2011

Il docente altovallesano licenziato in tronco lo scorso autunno per aver tolto i crocifissi appesi nelle aule che frequentava rimarrà sospeso per la durata della procedura: lo ha deciso il Tribunale cantonale vallesano, pronunciandosi sul ricorso presentato dal maestro.

http://www.tinews.ch/articolo.aspx?id=216209&rubrica=15

Norvegia: no a moschea sponsorizzata dall’Arabia Saudita

mercoledì, 27 ottobre 2010

Oslo respinge finanziamenti sauditi nell’ordine di parecchi millioni di dollari destinati alla costruzione di moschee sul suolo norvegese.

In Norvegia tutte le comunità religiose hanno il diritto di istituire dei centri di culto. Il governo richiede però un’informazione trasparente sui fondi e la loro provenienza, che si riserva di accettare o meno. A sottoporre il progetto, il Tawfiiq islamic center sostenuto dal governo e privati  sauditi. Secondo il ministro degli esteri il gruppo Alnor sarebbe intenzionato ad erigere a sua volta una moschea gigante a Tromsø, sempre  con il supporto di un ricco uomo d’affari saudita, perciò anche qui il responso delle autorità norvegesi si prospetta identico.

Nella motivazione del ministero degli esteri si legge: “Sarebbe pradossale e insensato accettare dei fondi provenienti da un paese che considera un crimine formare una comunità cristiana». 

Il ministro ha aggiunto anche che la Norvegia solleverà questo tema al Consiglio europeo perché «vedo che molti dei miei colleghi europei hanno lo stesso tipo di problema».

Recentemente  il Consiglio islamico svizzero (IZRS), un’organizzazione musulmana radicale marginale, ha aperto la sua sede centrale a Berna, accogliendo quale primo ospite internazionale il ministro saudita addetto agli affari religiosi!

Ulteriori informazioni sul sito Tempi.it.

IHEU: “Autorità scolastiche di Stalden violano la libertà di coscienza”

mercoledì, 13 ottobre 2010

L‘International Humanist and Ethical Union (IHEU) protesta contro il licenziamento di Valentin Abgottspon.

Nel comunicato rilasciato oggi Sonja Eggericks, presidente dell’organizzazione, tiene a ribadire che: “La Svizzera si vanta della propria neutralità. Eppure le autorità vallesane si sono comportate come dei bulli da cortile nei confronti di Valentin Abgottspon quando questi ha semplicemente chiesto di applicarla nella scuola in cui insegna. Costringere un docente a sottomettersi alla religione cristiana viola il diritto fondamentale alla libertà di coscienza della persona.”

http://www.iheu.org/swiss-dubbed-%E2%80%98school-yard-bullies%E2%80%99-firing-non-religious-teacher

Ufficio segnalazioni “molestie religiose”

lunedì, 20 settembre 2010

Vi sentite infastiditi da azioni o fatti di carattere religioso?  Se desiderate un consiglio personale, rivolgetevi all’ Ufficio ASLP. Altrimenti segnalateci la vostra esperienza nel campo qui sotto.

Austria: nuova campagna bus

mercoledì, 18 agosto 2010

<a href=”http://www.buskampagne.at/2010/08/17/die-anfragen-bei-den-verkehrsbetrieben-laufen/”><img src=”http://www.buskampagne.at/wp-content/uploads/2010/06/buskampagne_welle2_finale3.jpg” alt=”" width=”502″ height=”126″ /></a>

Spagna: congresso boccia mozione su divieto della burqa

mercoledì, 21 luglio 2010

In controtendenza con il senato spagnolo, il Congresso dei deputati di Madrid ha bocciato una mozione non vincolante per il governo socialista presentata dal Partido Popular nella quale si chiedeva l’interdizione del burqa in tutti i luoghi pubblici in Spagna.

Il mese scorso il senato spagnolo aveva invece approvato lo stesso documento. In diverse città della Catalogna il burqa e il niqab, il velo integrale musulmano, sono stati vietati in tutti gli edifici pubblici.

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2010/07/21/AMXaKFtD-mozione_congresso_divieto.shtml

La religione fa il suo rientro nella scuola

giovedì, 24 giugno 2010

La seguente reazione all’attivazione del corso-pilota “Storia delle religioni” nelle medie ticinesi  è stata pubblicata il 9 giugno su LaRegione.

Concordo con il Consigliere di Stato Gabriele Gendotti che la denominazione del nuovo corso d’insegnamento avrebbe dovuto essere differente. Dopo aver letto con attenzione il programma recentemente presentato, penso che, infatti, dovrebbe chiamarsi “storia delle religioni monoteiste, ovvero l’elogio alla sottomissione all’ordine e all’autorità”. Una denominazione indubbiamente troppo lunga, degna dei titoli dei lungometraggi di Lina Wertmüller, che avrebbe tuttavia correttamente definito quanto previsto dalla sperimentazione in oggetto.

Non sto a rievocare le motivazioni che hanno portato a questa proposta di cambiamento dell’istruzione religiosa, tuttavia è indubbio che l’apertura tecnologica a sistemi di comunicazione maggiormente divulgativi ha aiutato la popolazione vivente soprattutto in zone più abbienti a dubitare di tutte certezze legate a fenomeni magici e/o trascendenti a lungo termine, con conseguente perdita di interesse per insegnamenti di stampo dogmatico e relativa presa di coscienza della paura di scomparsa da parte di quelle organizzazioni religiose dominanti sul territorio.

Insomma si è capito che si stava correndo il rischio di perdere quel privilegio che, soprattutto per il nostro micro-mondo che si riconosce facente parte del cristianesimo, permette alla Chiesa di stare sempre a fianco dello Stato per sedurre i potenti, legittimare e giustificare il destino dei meno abbienti ed adulare coloro che “detengono la spada”!

“Storia delle religioni” non avrebbe dovuto essere una materia di studio sé stante, bensì introdotta nelle già presenti lezioni di storia, filosofia, biologia e geografia, in quanto il fenomeno religioso, è risaputo, sin dalle sue origini è un complesso di credenze, comportamenti, atti rituali e culturali, mediante cui un gruppo umano, dal punto di vista sociale, culturale, fisico, dei suoi comportamenti nella società, esprime un rapporto con ciò che è ritenuto superiore (sacro) ad altre credenze (altri gruppi umani ubicati in luoghi diversi).

Ogni forma religiosa è perciò legata alla sopravvivenza del tipo di società nella quale si manifesta. La storia insegna che, logicamente nel passato, le varie civiltà sono nate, cresciute e … scomparse quando messe a contatto con altre realtà più potenti di bisogno dapprima materiale, susseguentemente spirituale.

Anche la nostra sarà ineluttabilmente argomento di studio nei futuri testi di storia, ma la paura, per esempio, o di far la fine degli Incas al cospetto dei mercenari della parola di Dio spagnoli oppure di incorrere negli atti d’amore evangelico delle istituzioni cristiane nei confronti dei nativi dell’America del Nord, induce a stringer alleanza con i fraterni nemici! Ebrei, cristiani e musulmani si trovano infatti protagonisti, metaforicamente parlando come “cani e gatti”, di un testo pseudo storico: la Bibbia. Un testo, per inciso, nel quale, sia nel vecchio, sia nel nuovo testamento, molte sono le contraddizioni ed inverosomiglianze presenti. Un testo nel quale fra l’altro non mancano molte analogie con religioni antecedenti.

Un testo che si vuol far vivere come basilare per cercare di mantenere saldo il nostro attuale sistema capitalistico: basterebbe ricordare la presenza d’innumerevoli correnti religiose ispirati all’interpretazione della bibbia negli Stati Uniti d’America per avallare la tesi.

Ora, da noi non si vuol venir meno a questo bisogno di sopravvivenza e con metodi tranquillamente poco trasparenti (dalla procedura di studio del progetto alla ricerca delle classi, composizione inclusa, e alle sedi ove si effettuerà il test) anche il DECS desidera mantenere alto lo spirito educativo gesuita (“dateci un fanciullo in tenera età, fra qualche anno ve lo ritorneremo … adulto!”) per spacciare come prioritario il credo che governa attualmente il mondo … che conta!

In modo per nulla democratico, anzi teocratico, nessun spazio è stato lasciato per coloro che creano seri grattacapi ai cattolici, agli evangelici, ai musulmani ed agli ebrei (Papa, Imam e Rabbini denunciano apertamente l’ateismo), per il coraggio di esprimere i propri dubbi su storie che hanno la sembianza di favola.

Se tutto andrà liscio, fra tre anni verrà pomposamente annunciato il successo della sperimentazione con conseguente generalizzazione “universale” della materia!

In tono provocatorio, ma democratico, vien allora quasi da sperare che nuovi futuri cittadini svizzeri  di fede buddista, mazdeista, shintoista, induista, taoista, eccetera, pretendano, nel rispetto costituzionale, di veder pure i propri figli istruiti sulle loro fiabe!

Giovanni Barella