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Elio Pennisi: Il Libero Pensiero Umanista

lunedì, 4 ottobre 2010

E’ convinzione degli Umanisti che l’uomo possa vivere una vita sana e serena senza fede in alcuna religione. Il senso della vita per gli Umanisti è l’uso della ragione, l’esperienza ed i valori umani condivisi. Cerchiamo di ottenere il meglio della vita creando un significato e uno scopo per noi stessi. Assumiamo responsabilità per le nostre azioni e operiamo con gli altri per il bene comune.

Gli Umanisti credono che:

  • Questo mondo e questa vita sono tutto ciò che abbiamo
  • Noi stessi dobbiamo provare a vivere una vita piena e felice e, per raggiungere l’obiettivo, dobbiamo fare in modo che gli altri individui possano riuscirci.
  • Tutte le situazioni e gli individui meritano di essere giudicati per i rispettivi meriti secondo l’uso della ragione e della comprenzione.
  • L’individualità e la cooperazione sociale sono importanti allo stesso modo.

Dizionario Oxford: “L’Umanesimo contemporaneo è una forma di Ateismo intellettuale moralmente impegnato e apertamente dichiarato da una minoranza di individui ma tacitamente accettato da un ampio spettro di intellettuali del mondo occidentale”

Dizionario Collins: “Il rifiuto della fede religiosa a vantaggio dell’avanzamento dell’umanità mediante l’uso della ragione e della morale condivisa”

Per essere un buon Umanista non ci sono testi obbligatori da leggere o rituali da seguire e neppure corsi di istruzione obbligatori; non si debbono vestire abiti particolari o evitare specifici cibi.
L’Umanesimo è una forma di ragionamento più che un modo di vivere, sebbene il modo di pensare influisca ovviamente sul modo di vivere. La maggior parte degli Umanisti pensa che le idee facciano parte del senso comune (quantunque, sfortunatamente queste non siano così ovvie); chi legge potrebbe facilmente rendersi conto di condividere queste idee.

Sono sempre esistite popolazioni vissute senza fede religiosa, anche quando queste erano considerate poco normali o la loro incolumità era a volte in pericolo. L’UNICEF ha recentemente stimato che il 3% della popolazione mondiale non vive oggi seguendo una fede religiosa e la maggior parte è concentrata nei Paesi sviluppati. I non credenti in alcuna fede sono anche raggruppati sotto i nomi di Liberi Pensatori, Secolari, Razionalisti, Atei, Agnostici e Scettici.
Sebbene possano esserci lievi differenze tra queste denominazioni, tutti rifiutano di credere in concetti o fatti di cui non vi sia alcuna prova, come gli dei caratteristici delle varie religioni, l’immortalità dell’anima e una vita oltre la morte.

I pensatori non credenti si pongono le stesse domande dei credenti:
Perché sono qui? Qual è lo scopo della vita? Come è iniziata la vita? Esiste una vita oltre la morte? Perché dobbiamo essere buoni? La maggior parte dei credenti risponde basandosi sulla fede in un Dio; i non credenti guardano a risposte basate sulla ragione e l’esperienza. Poiché non esiste un’autorità umanistica o testo sacro che li guidi, gli Umanisti devono applicare la ragione individuale e possono a volte non essere d’accordo su ogni cosa. Ma grazie all’uso della ragione e del buon senso le varie forme di Umanesimo Secolare arrivano sempre alle stesse conclusioni di base.

Molti Umanisti diventano tali spontaneamente, riflettendo e razionalizzando le proprie idee, vengono poi rassicurati e confortati dalle letture di testi classici i cui illustri autori sono fautori delle stesse logiche.

“Umanista” è un termine spesso usato per definire una convinzione che coniuga l’assenza di credo  nel soprannaturale con la filosofia etica positiva “si può essere saggi senza Dio.”

Non mi sento obbligato a credere che lo stesso Dio che ci ha dotato di sensi, ragione e intelletto abbia poi rinunciato a farcelo usare.
Galileo Galilei, 1564-1642; Astronomo e Matematico

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Teismo – anticlericalismo – libero pensiero

venerdì, 16 novembre 2007

Secondo taluni “uomini di dio”, da lui investiti del “sacerdozio” e quindi iniziati ai misteri della trascendenza, i Liberi Pensatori sarebbero persone libere di ragionare con i paraorecchi dei preconcetti, e di vedere le cose con gli occhiali affumicati dall’ateismo ed anticlericalismo.
Questa è un’affermazione a dir poco paradossale quando si considera che viene pronunciata da individui che, ponendo la ragione in subordine alla fede, vincolano la loro concezione del mondo e del senso dell’esistenza ad opinioni prefabbricate, assunte quali verità assolute ed indiscutibili.
Al proposito si può dire che qualcuna di queste persone vede e denuncia, scandalizzandosene, la pagliuzza nell’occhio altrui e non la trave nel proprio!
Dei Liberi Pensatori si vuol far passare l’immagine di pecore smarrite che disubbidiscono al buon pastore e ne sfidano i cani in quanto hanno il difetto di misconoscere la propria natura che è quella di appartenere al gregge.
Ma gli uomini non sono pecore! Per altro nemmeno sono animali meno mansueti usi a riunirsi in branchi, ai quali talora sembrano simili.
Gli Esseri Umani hanno il dono della Ragione associato al libero arbitrio (ma su ciò nemmeno tutti i credenti concordano), dunque hanno facoltà di scelta, pur se presso taluni (ma non tutti!) interviene il dio donando loro la fede: una fede che, appunto, se uno non l’ha non se la può dare!
I Liberi pensatori non sono dunque “uomini di fede”, nel senso che non credono nelle verità rivelate da una divinità calata dalla trascendenza della storia. E, a maggior ragione, non credono nelle rielaborazioni del presunto divino messaggio che individui auto-proclamatisi “sacerdoti” hanno successivamente scodellato ai profani.
Non è tuttavia corretto sostenere che tutti i Liberi pensatori siano atei finché si equivoca sul termine dio. In effetti, sulle questioni di natura metafisica non vi sono certezze condivise. Se è consentito un gioco di parole, si è tutti concordi nel dire che non vi sono certezze se non una: quella, appunto, secondo cui non vi sono certezze!
Così il Libero Pensatore può essere ateo, agnostico, panteista o credente in un’entità superiore indefinita, ma non può, contemporaneamente, essere fautore di una confessione religiosa.
L’adesione all’Associazione Svizzera dei Liberi Pensatori non è compatibile con l’appartenenza ad una qualsiasi comunità religiosa.
I clericali sono infastiditi dal fatto che i Liberi Pensatori non sono i laici ed i laicisti che loro si aspetterebbero, cioè non sono le persone rispettose del loro divino agire che, declamano, è atto a preparare ed a garantire la serenità eterna. Il termine laico si presta a questa incomprensione in quanto laico è, infatti, colui che non fa parte del clero perché non ha ricevuto gli ordini sacerdotali. Quindi, dato che un gregge non può essere composto solo da pastori, per i clericali, i laici sono…le pecore!
Ma i Liberi Pensatori sono laici in quanto si ispirano ai principi del laicismo, cioè al sostegno della piena indipendenza di pensiero ed azione, anche politica, contro qualsiasi ingerenza religiosa.
Al proposito il “caso” Zapatero è emblematico: in occasione di una visita papale in terra spagnola, il Primo Ministro ha ottemperato, come suo compito, ai doveri di accoglienza del Monarca dello Stato del Vaticano, ma nulla più, nel pieno rispetto dei principi laicisti. Non vi è, infatti, nessuna necessaria complementarietà fra Stato e Chiesa, anzi, tale collaborazione comporta inaccettabili confusione e sovrapposizione di ruoli, a favore esclusivo della Chiesa per un’estensione della sua influenza.
In questo ordine di idee, una breve digressione merita la distinzione tra deismo e teismo.
Deismo inteso quale ipotesi dell’esistenza di un demiurgo dagli indefinibili contorni, appartenente ad una dimensione umanamente inarrivabile ed inconoscibile; teismo caratterizzato dalla certezza di una figura soprannaturale chiaramente personalizzata, in permanente colloquiale relazione con l’uomo “fatto a sua immagine e somiglianza”.
Le due diverse concezioni non hanno nulla che le accomuni: l’una è un’astratta speculazione filosofica, l’altra un’affabulazione superstiziosa.
Eppure c’è chi ha la spudoratezza di sostenere il contrario. Nell’ottica medievaleggiante, secondo cui il rango della filosofia era di fungere da umile ancella alla teologia, il papa Ratzinger ha preteso arruolare le “anime morte” del pensiero ellenico nel tentativo di stabilire una parentela ideale tra la filosofia greco antica e la mitologia giudaico-cristiana.
Con tale operazione mistificante egli vorrebbe cucire un mantello ideologico comune ad uso di quell’occidente che, nelle sue aspirazioni, dovrebbe essere unitario.
Il riferimento papale al mondo ellenico è, sotto un certo profilo, opportuno: ricorda, infatti, l’attitudine abietta che gli uomini della Chiesa primitiva ebbero nei confronti del pensiero antico.
In effetti, fu riciclato tutto ciò che poteva essere incorporato nell’ideologia dominante, mentre ciò che non serviva alla bisogna, talora spacciato come “scritto di magia”, veniva distrutto (con una certa frequenza assieme al latore di tale pensiero). Non per nulla, degli scritti di coloro che non appartenevano alle correnti teiste non sono rimasti che miseri brandelli.
Già negli “atti degli apostoli” (19,19) si parla di un grandioso autodafè in cui, su istigazione del cosiddetto “apostolo delle genti”, Paolo di Tarso, vennero bruciati libri per un valore allora stimato in cinquantamila giornate lavorative di un operaio. Il fatto, pare, avvenne ad Efeso.
Secondo i religiosi nostrani, i Liberi Pensatori, in particolare quelli che si riconoscono nell’ASLP-TI, sarebbero affetti da un anticlericalismo preconcetto: come se uno, di punto in bianco, senz’altra motivazione che il gusto della faziosità, prendesse partito contro tutto ciò che sa di sacrestia.
(Ma è certo una forzatura il ridurre l’anticlericale alla figura caricaturale del mangiapreti. A parte le considerazioni sull’indigeribilità di simile pietanza si può anche immaginare che tra i mangiapreti si trovassero persone mosse da rancori d’origine strettamente privata: chi avesse sofferto le attenzioni pruriginose dei sacerdoti, chi non avesse apprezzato la pratica della confessione secondo le istruzioni sessuofobiche di sant’Alfonso Maria de Liguori, chi fosse stato leso nei propri diritti ereditari da lasciti estorti in punto di morte ai propri cari. Non è tuttavia su queste miserie che l’anticlericale fonda le proprie convinzioni.)
L’anticlericalismo ha motivazioni ben più elevate e, se la denominazione non apparisse troppo riduttiva, le Associazioni dei Liberi pensatori potrebbero con orgoglio richiamarsi a questa scelta etica: che fu quella dei nostri maggiori, i quali nel 1902 costituirono la “Società anticlericale Ticinese” e pubblicarono il loro “organo officiale” dal nome “L’ Anticlericale”.
Si potrebbe ricordare, a titolo di paragone, che in drammatici momenti della storia europea i democratici d’ogni tendenza trovarono un loro comune denominatore nell’antifascismo: e ancorché questa non fosse condizione sufficiente a caratterizzare il “democratico”, ne era condizione necessaria.
Analogamente, ancorché l’anticlericalismo non sia condizione sufficiente a caratterizzare il Libero Pensatore, ne è condizione necessaria!
La spiegazione del termine sta nella sua composizione: anti clericalismo = contro il clericalismo. Ora, il clericalismo è quell’attitudine che induce i seguaci di una religione, e di una religione rivelata, per giunta, a riconoscersi come un tutt’uno: membri di un sol corpo che, in un intricato labirinto allegorico, diventa “sposa di Cristo”, trasformandosi così nel “Cristo totale”, attraverso l’unione sponsale.

Al di là delle difficoltà di comprensione del confuso rapporto genealogico tra le varie persone della divinità, nonché tra queste ed il popolo di Dio, una cosa è chiara: la Chiesa è una ed al di fuori di essa non c’è salvezza.
Al proposito è significativa la citazione di san Cipriano di Cartagine ripresa in un testo che avrebbe dovuto testimoniare la riflessione della Chiesa sulle colpe del passato: “Non può avere Dio per
padre chi non ha la Chiesa per madre.” (vedi documento della Commissione teologica
internazionale “Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”, cap. 3,4)
In questo ordine di idee il rapporto che l’uomo può avere con la Chiesa è ridotto alla semplice alternativa di starne dentro o di starne fuori, con tutte le conseguenze che l’una o l’altra
comportano.
Ma se è comprensibile che i clericali si comportino secondo i dettami dell’organizzazione cui appartengono, non è ammissibile che i miscredenti siano costretti a riconoscere come valori universali quelli, e solo quelli, di cui la Chiesa si arroga la tutela, né che siano tenuti ad assumere tutte le norme morali e/o comportamentali che sono proprie degli uomini di fede, né che debbano partecipare o contribuire direttamente o indirettamente alle manifestazioni collettivo di stampo confessionale, né che si richiedano loro ossequio per le istituzioni religiose e reverenza per le esibizioni liturgiche
E nemmeno si può chiedere ai miscredenti di rimanere silenziosi di fronte alle operazioni di proselitismo e di propaganda che vengono condotte invadendo gli spazi pubblici.
Per altro visto che per i clericali non c’è neutralità possibile (si ricordi l’inequivocabile sentenza: “chi non è con me, è contro di me.”), è bene che le voci del dissenso si facciano sentire adeguatamente.
Certo è che le gerarchie clericali non hanno più l’influenza di un tempo e sono dunque meno aggressive nel portare avanti le loro ambizioni prevaricatrici e nel sostenere la “legittimità” dei loro privilegi. Il che è vero! Ma la Chiesa non è mutata per propria iniziativa, bensì vi è stata costretta da quegli Uomini Liberi che hanno lottato per affrancare progressivamente il potere civile da quello religioso: facendo prevalere l’autorità fondata sulla partecipazione democratica in opposizione a quella di emanazione teocratica.
A chi non ha conoscenza della lenta evoluzione della storia, giova ricordare che il quadro geo- politico ha subito una decisiva mutazione solo poco più di due secoli or sono e che i regimi nei
quali lo Stato della Chiesa si specchiava sono mutati nella forma quanto nella sostanza. Finito il tempo dei sovrani per diritto divino, si sono diffuse ovunque le istituzioni repubblicane. Il solo monarca assoluto rimasto è il papa!
Comunque sia, a coloro che sostengono che l’organizzazione clericale non è più quella di prima si può, e si deve, obiettare che la Chiesa apostolica romana:
-continua ad asserire la sua sacralità derivante dalla mistica parentela con la divina mono triade;
-continua a rivendicare la facoltà di esprimersi in nome e per conto del dio da cui avrebbe ricevuto esplicito mandato;
-continua ad affermare il suo primato tra i cristiani e, ovviamente, tra coloro che si rifanno
all’alleanza di Abramo (inclusi i “fratelli maggiori”);
-persiste nell’esercizio di pratiche magiche: dal miracolo transustanziale su cui si fonda la comunione eucaristica, agli esorcismi volti alla liberazione degli indemoniati, dalle taumaturgie connesse al culto mariano, ai fenomeni soprannaturali connessi all’esposizione di reliquie ed icone;
-ribadisce l’estensione della sua giurisdizione spirituale sulla legge civile le cui disposizioni devono essere conformi alla legge divina, eterna, naturale e rivelata, che “ha come perno l’aspirazione e la sottomissione a Dio”;
-pretende il riconoscimento dei valori che si ricavano dal suo magistero, predicato e praticato nei secoli, ignorando volutamente le nefandezze perpetuate contro l’umanità nel corso dei diciannove ventesimi della sua bimillenaria tradizione.
E tra tutte le attitudini pretenziose dei clericali, la più ripugnante è quella di calar lezioni d’etica e di morale su tutto e a tutti, sulla base di una spudorata mistificazione della storia: della propria storia! Se si vuoI ricorrere a una immagine, la Chiesa si presenta come un vecchio malvissuto che, dopo aver commesso lungo il corso di tutta la sua vita una serie ininterrotta di crimini ed aver istigato le sue creature a fare altrettanto in nome dei propri interessi, venga a mostrarsi quale modello di virtù. Non è il caso di farla lunga con l’elenco dei crimini della Chiesa, tanto più che essa osa sostenere d’aver già fatto i conti con il proprio passato, d’aver riconosciuto le proprie colpe e di essersene perdonata in virtù del mandato assolutorio che il dio le ha concesso di applicare anche a se stessa
Il fatto è che la Chiesa non ha alcuna credibilità nell’operazione volta a “purificare la memoria”: sia perché non ha formulato che una confessione parziale e reticente, sia perché non ha mostrato alcun segno del suo sincero pentimento.
Ma, considerato che una riparazione del male commesso non è concretamente immaginabile, in
qual modo la Chiesa avrebbe potuto dare un segno che mostrasse il suo ripudio dell’ignominioso passato e, quindi, la sua conversione?
Sarebbe stato.sufficiente che avesse depennato dal lungo elenco dei santi tutti coloro che si distinsero nella persecuzione dei pagani, degli infedeli, degli eretici, dei non conformisti, degli areligiosi, degli uomini di scienza eterodossi, dei liberi pensatori. Non ne è stato rimosso uno dalla comunione dei santi, e tutti continuano coralmente a cantare le lodi alla maggior gloria del dio!
Si dirà, formulando con ciò più una speranza che una convinzione, che “indietro non si torna”. Sarebbe tuttavia un errore credere che i principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, sulla cui equilibrata fusione si regge la giustizia sociale, siano acquisiti una volta per tutte.
La storia, nei suoi corsi e ricorsi che seguono cicli ultragenerazionali, insegna, o per lo meno dovrebbe insegnare, che in ogni tempo sono state riproposte con successo barbariche teorie sulla disuguaglianza delle razze, delle etnie, delle culture, e sulla superiorità delle une rispetto alle altre.
E in ogni tempo sono apparsi coloro che hanno anteposto la logica della sopraffazione a quella della fraterna cooperazione.
Orbene, immancabilmente sono intervenuti gli uomini di fede a consacrare i rispettivi fanatismi così da impedire ogni razionale e pacifica concertazione.
Anche ai giorni nostri le relazioni tra gli uomini sono condotte all’insegna della competizione che, qua e là, si manifesta in forma cruente. E ovunque vi sono componenti confessionali!
Ben si sa che tutte le tensioni sociali hanno motivazioni d’ordine politico-economico, eppure tutte finiscono per assumere dimensioni in parte o prevalentemente confessionali, nell’interesse di chi queste tensioni non vuoI sciogliere e nell’interesse di chi dalla religiosità collettiva può ricavare strumenti di pressione e, quindi, di potere.
E proprio nel momento in cui da una parte e dall’altra si attizza lo scontro fra i fedeli delle due più rappresentative correnti religiose (cristianesimo ed islam), fa non poca specie la strategia del Capo della Chiesa di Roma (in ciò fiancheggiato dai leader politico-spirituali di ispirazione protestante ) che tende la mano al “mondo islamico” con l’aria di chiedere scusa ai fideisti di quella sponda per
le offese che una parte degenerata del mondo “occidentale” loro arreca con l’esibizione sacrilega
del suo indifferentismo, del suo relativismo, del suo agnosticismo, della sua areligiosità.
C’è da chiedersi se i mestatori delle diverse correnti musulmane condivideranno il disegno del papa Ratzinger e accoglieranno il suo implicito invito a scatenare la guerra santa contro i “nemici della religione”.
Se questa eventualità dovesse verificarsi, prepariamoci ad un difficile confronto, poiché già sappiamo da che parte si schiereranno i clericali nostrani.
Guido Bernasconi

Betrand Russel: “Perché non sono cristiano”

venerdì, 16 novembre 2007

Un libro sempre attuale

Mentre è in pieno svolgimento l’annuale trionfo dell’irrazionalismo e della mistificazione, Longanesi pubblica la traduzione in italiano di Tina Buratti Cantarelli del libro Perché non sono cristiano di Bertrand Russel, con appendice di Paul Edwards e l’introduzione di Piergiorgio Odifreddi, che vi propongo quale contributo in lingua italiana del “freidenker-libero pensatore”

Perché non sono cristiano
di Bertrand Russel
€ 14,60  221 p., rilegato
Anno 2006
Longanesi
ISBN 88-304-2348-3

Introduzione di Piergiorgio Odifreddi

Il cristianesimo pervade la società occidentale da così tanto tempo, e in maniera così invasiva, che le opinioni su di esso e sul suo ruolo ricoprono l’intero spettro delle possibilità: dalla constatazione di Soren Kierkegaard che «non possiamo essere cristiani», per l’impossibilità di vivere un autentico rapporto personale con Gesù, all’affermazione di Benedetto Croce che «non possiamo non dirci cristiani», per il ruolo che la fede e la Chiesa hanno avuto nella formazione della nostra cultura, al pronunciamento di Marcello Pera che «dobbiamo dirci cristiani», perché la laicità e la democrazia non sarebbero (state) possibili al di fuori della tradizione evangelica.
Evidentemente, e nonostante le loro differenze reciproche, gli esistenzialisti, gli idealisti e gli apostati hanno almeno un aspetto in comune: la mania di elevare le proprie opinioni personali al rango di verità universali. I logici sono più modesti, come dimostra fin dal titolo Perché non sono cristiano di Bertrand Russell: una memorabile raccolta di una dozzina di saggi scritti tra il 1925 e il 1954 (a parte una curiosità filosofica del 1899), in cui egli dice la sua su tutti gli aspetti della
religione in generale, e del cristianesimo in particolare.
E la dice apertamente, senza nascondersi, dichiarando fin dalla prefazione: «Penso che tutte le grandi religioni del mondo siano, a un tempo, false e dannose».Quanto alla giustificazione del titolo del libro, è presto detta: «In primo luogo, non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale». Anzi, a pensarci bene, più un personaggio letterario che un uomo, visto che in fondo «storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza». E neppure così eccezionale, visto che molte frasi dei Vangeli «hanno recato paura e terrore alI’umanità, e non mi sento di riconoscere un’eccezionale bontà in chi le pronunciò».
Del cristianesimo organizzato, poi, Russell pensa ancora peggio, e cioè che «è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale del mondo», e che «in ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte della Chiesa contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario». Affermazioni certo difficili da digerire per i credenti, ma altrettanto difficili da controbattere per chi ricorda da un lato le inopportune chiusure del Vaticano nei confronti delle maggiori innovazioni scientifiche, dall’eliocentrismo all’evoluzionismo alle biotecnologie, e dall’altro gli opportunistici concordati stipulati dalla Santa Sede con Mussolini ne11929, Hitler ne11933, Salazar nel 1940 e Franco nel 1953 (dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei).
Quanto all’atteggiamento del cristianesimo riguardo al sesso, cos’altro potrebbe dire Russell se non che esso è «morboso e innaturale», e che come altre sue dottrine fondamentali richiede «una buona dose di perversione etica in chi le accetta»? In fondo, le premesse biologiche della morale cristiana sono una madre che rimane vergine «prima, durante e dopo il parto», una procreazione assistita eterologa ante litteram, un esempio di vita completamente asessuata, e una predicazione per la quale «è bene non toccare donna», anche se «è meglio sposarsi che bruciare dalla passione» (Lettera ai Corinzi, I, 4). Le conseguenze logiche diventano così il celibato e l’astinenza nei casi migliori, e la pedofilia e la perversione in quelli peggiori: ovvero, in entrambi, un comportamento innaturale o morboso, come volevasi appunto dimostrare.
Più in generale, Russell avanza due obiezioni contro la religione. Anzitutto, «l’anacronismo di precetti che risalgono a epoche in cui gli uomini erano più crudeli, e perpetuano così abitudini contrarie alla nostra coscienza attuale»: cosa che dovrebbe essere ovvia, visto che le regole di vita adatte ai pastori analfabeti del deserto di duemila anni fa difficilmente possono essere automaticamente applicabili agli abitanti multimediali delle metropoli di oggi. E poi, la propensione moderna a «chiedersi se la religione sia utile, anziché di capire se essa sia vera»: non a caso, un capitolo del libro è la trascrizione di un dibattito (o, se si preferisce, un dialogo fra sordi) sull’esistenza di Dio tra Russell e un gesuita, trasmesso dalla BBC.
Da parte sua, l’obiezione che la religione rivolge in genere ai non credenti è che, come direbbe l’lvan dei Fratelli Karamazov, se Dio non ci fosse allora tutto sarebbe permesso. In più parti del libro Russell dimostra invece che un’etica laica è possibile, e la riassume nella massima: «la vita retta è quella ispirata dall’amore e guidata dalla conoscenza». Naturalmente, lungi dall’essere innocua, quest’affermazione è in aperto contrasto con le regole di comportamento che si ispirano alla religione, additata senza mezzi termini come «una forza del male»: ad esempio, non sono certo né l’amore né la conoscenza a proibire l’educazione sessuale, la masturbazione, i rapporti prematrimoniali, la contraccezione, l’aborto, la convivenza e il divorzio.
In un capitolo del maggio 1940 Russell notava che «la plutocrazia e la Chiesa si coalizzano per scagliare accuse di comunismo [sic] contro chiunque non abbia opinioni conformi», come quelle appena elencate. E sapeva cosa stava dicendo, visto che si trovava nel bel mezzo di un’imbarazzante vicenda accaduta a New York, dov’era stato invitato a insegnare al City College. Le proteste di un vescovo avevano scatenato una tipica caccia alle streghe statunitense che culminò in un processo, intentato da una signora di Brooklyn che temeva ciò che sarebbe potuto accadere alla figlia se un tale filosofo avesse insegnato in città, nonostante il fatto che i corsi dell’università fossero riservati per statuto ai soli uomini!
L’avvocato dell’accusa definì le opere di Russell «lascive, libidinose, sensuali, erotiche, afrodisiache, irriverenti, grette, false e prive di contenuto morale», e sostenne che era «contrario all’interesse pubblico nominare un insegnante che propugna l’ateismo». Il filosofo ricevette le dichiarazioni di solidarietà del mondo accademico, ed Einstein osservò: «I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta stupidamente i pregiudizi ereditati, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza». Il giudice revocò comunque la nomina, con la motivazione che Russell era uno straniero, era stato assunto senza regolare concorso e «aveva divulgato dottrine immorali e libertine».
L’episodio ebbe l’effetto pratico di impedire allo «straniero» non solo di insegnare in tutti gli Stati Uniti, dai quali non poteva andarsene per via della guerra, ma anche di tenere conferenze e scrivere articoli. Come racconta egli stesso nella sua Autobiografia, la situazione era aggravata dal fatto che i suoi sostenitori lo immaginavano, in quanto pari di Inghilterra, possessore di grandi tenute ancestrali e ricchissimo. A salvarlo dall’essere ridotto sul lastrico fu un mecenate di Filadelfia, il dottor Albert Barnes, che gli fece un contratto per scrivere la Storia della filosofia occidentale, poi divenuta il suo maggior successo editoriale.
E fu proprio quel libro a essere citato nella motivazione ufficiale del premio Nobel per la letteratura che venne assegnato a Russell nel 1950, quando l’Accademia Svedese decise di onorare le sue opere come «un servizio alla civilizzazione morale», e lui come «un brillante campione dell’umanità e del libero pensiero»: evidentemente, i paesi scandinavi luterani hanno standard di civiltà, moralità, umanità e libertà diversi da quelli dei paesi anglosassoni puritani, per non parlare dei paesi latini cattolici.
Ma è proprio per questo che il libro di Russell continua a mantenere intatta, a cinquant’anni dalla pubblicazione nel 1957, la sua efficacia come vaccino di prevenzione e antidoto di disintossicazione sia per gli Stati Uniti che per l’Italia di oggi, in cui gli untori teo-con hanno ormai invaso parlamenti e ministeri, dai quali infettano media e scuole con le «teologiche conneries» che danno loro il nome. Dunque, lo leggano e lo diffondano tutti coloro che vogliono immunizzare se e il prossimo dalle epidemie di integralismo e di fondamentalismo che minacciano di recidere le vere radici dell’Occidente: che non sono, nonostante ciò che si canta in Vaticano e si controcanta in Senato, quelle cristiane e superstiziose dell’Era delle Tenebre, bensì quelle laiche e razionali dell’Era dei Lumi.
PlERGIORGIO ODIFREDDI

Ateismo

venerdì, 16 novembre 2007

«Perché… dovrei?»

Musica ovattata di sottofondo. Chiacchiere su argomenti disimpegnati: la casa, il lavoro, il tempo libero… perfino il tempo atmosferico… La compagnia è piacevole ma non emozionante. Mi annoio un po’. Stasera non ho voglia di tenere banco, così mi isolo. Poi, quasi per caso, percepisco una deviazione su temi più sostanziosi: la politica internazionale, l’evoluzione della società, lo scontro di civiltà… Drizzo le antenne. Guardo i miei commensali, che conosco poco, e cerco di farmi un’idea delle loro convinzioni. Ogni tanto butto là una battuta, fra il serio e il faceto, fra l’impegnato e il provocatorio. D’un tratto il marito di un’amica di mia moglie mi apostrofa: «Tu sei cattolico o protestante?». Quasi quasi gli dico che sono buddhista, così mi do una patina di esotismo. Che poi è quasi vero, va’. Ma no, vediamo che cosa succede a dire la verità: «Né l’uno né l’altro. Sono ateo».
Un attimo di silenzio. Mi punta addosso uno sguardo da pesce lesso: è chiaro che non ha capito. «Scusa… cioè?». «Cioè non credo in Dio». Adesso la tavolata si è zittita. È sempre così: viene fuori la parola «Dio» e tutti tacciono, non si capisce se per rispetto del Padreterno o perché non sanno bene che cosa dire di fronte a un argomento che li supera. «Non credi in Dio?». «No». Secco, brutale. Beh, d’altro canto i fatti sono questi, mica si può stare a giocare con gli eufemismi, a perdersi in distinguo. Forse però riesco a chiuderla qui. Se qualcuno mi aiutasse a cambiare discorso… magari… «Perché?». Macché: m’hanno fregato anche stavolta. E adesso mi toccherà spiegare l’incongruenza intrinseca della figura divina, il problema della teodicea, l’argomento cosmologico, Kant, Ivan Karamazov… Insomma, tutto il patrimonio filosofico e culturale dell’ateismo. Poi, lo so già, mi ricorderanno la figura storica di Gesù e mi sentirò rimproverare che «non si può dimenticare» questo e quello e quell’altro… e allora dovrò replicare citando gli studi filologici sui Vangeli, le contraddizioni interne, la mancanza di verifiche storiche attendibili, la parzialità delle fonti, i rimaneggiamenti storici… Ahimé, mi attende la solita discussione in cui mi tocca sempre giocare in difesa. E io sono davvero stufo.
È una percezione bizzarra quella che la gente ha dell’ateo. Se sono ateo, mi manca qualcosa. La «condizione normale» di ogni essere umano implica la credenza in qualche forma di divinità. Può essere il Grande Spirito oppure Shiva, ma un qualche Dio io dovrei averlo per forza. Normalmente dovrebbe essere quello della mia tradizione culturale, cattolica o protestante, ma ormai in questa società multietnica piena di gente esotica ci siamo abituati anche alle fedi più strampalate, dunque… «Qual è il tuo Dio?». E, se a quel punto replico «Niente Dio, grazie», ecco che suscito lo sconcerto e lo stupore. Ma come? Ma perché? È chiaro che se non credo in Dio rinuncio a un elemento determinante dell’esperienza umana. Rinnego la dimensione spirituale (giuro: m’hanno detto anche questo). Sono un gretto materialista (e a questo punto, a volte, sul viso dell’interlocutore si dipinge un’espressione un po’ disgustata). Come minimo devo rendere ragione di queste mie strampalate convinzioni, che si situano al di fuori della tradizione culturale comune. E a poco serve ricordare che nella nostra tradizione culturale ci sono anche Epicuro e Lucrezio, d’Holbach, Feuerbach e Marx, Nietzsche e Freud. Tutto inutile: mi tocca spiegare ancora e ancora perché esco dalla «normalità». Alla fine, come se non bastasse, ecco l’ultima ridotta nella quale si trincerano i credenti: l’accusa di fideismo rivolta all’ateo. «Prova un po’ a dimostrare che Dio non esiste! Eh? Prova un po’!».
Ebbene, che si sappia: io mi sono stancato di rendere ragione del mio ateismo. Mi sono stancato di spiegare e giustificare. Non sta a me. Non è compito mio. Posso farlo quando voglio… ma adesso non voglio più. Si giustifichi chi crede, piuttosto. Troppo spesso si dimentica un fatto fondamentale: l’onere della prova spetta sempre (sempre!) a chi afferma qualcosa. Non accetto più di essere messo sullo stesso piano della pletora dei credenti. L’ateismo non è una fede, perché non si può dimostrare che qualcosa non esiste. Non si può, punto e basta. Non si può neppure per Babbo Natale. Gedankenexperiment: immaginate di dover dimostrare a un bambino cocciuto che Babbo Natale non esiste. Non ci riuscirete. Perché, per quanto a fondo voi abbiate esplorato l’universo, non avrete mai frugato davvero in tutti gli angoli più reconditi. E magari sul quinto pianeta di Alfa Centauri c’è un signore obeso, con la barba e il cappello a pompon, che svolazza su una slitta trainata da renne magiche. Chissà, eh?
Sicché… no, non c’è simmetria fra chi afferma e chi nega: non sono entrambe persone di fede. L’onere della prova spetta solo al primo, non al secondo. E chi nega, ossia l’ateo, non ha nulla da difendere, non è tenuto a proporre argomenti per giustificarsi. Semmai è la controparte che deve esporre i propri, che deve dare ragione delle proprie credenze, che deve squadernare le prove. Se ne ha, beninteso. Se invece non ne ha, si applica allora un ben noto principio di economia concettuale che va sotto il nome di «rasoio di Occam»: non si devono postulare entità inutili, nel senso che si devono evitare le ipotesi complesse, in particolare quelle non suffragate dall’esperienza. E il «rasoio», in assenza di prove dell’esistenza di Dio, taglia senza pietà e induce a concludere che Dio… non esiste.
Nel silenzio del ristorante, mentre tutti gli sguardi sono appuntati su di me, mi sento un po’ sotto processo. Potrei, lo so bene, accettare il confronto e difendermi. Non mi mancano gli argomenti. E, anche se mi rifilano il nero, alla fine lo scacco matto lo do sempre io. Potrei giocare a questo gioco e concedergli la prima mossa, ma non voglio. Non più. Intanto però il mio interlocutore comincia a diventare impaziente. Ora sorride al proprio vicino, con quell’aria di sufficienza stampata sul viso di chi è troppo sicuro di sé. Non sa, il meschino, che cosa lo attende. E finalmente ripete la domanda: «Allora, ci spieghi perché non credi in Dio?». Quasi quasi estraggo la scimitarra della Ragione e lo faccio a fette. Ma sono troppo superiore per accettare la sua provocazione. Così lo guardo, gli sorrido paziente… e gli offro l’unica risposta razionale e dignitosa: «Perché… dovrei?». E adesso vediamo come te la cavi in difesa…

Marco Cagnotti

Religione: “Ritorno” del religioso? Semmai crisi del fideismo!

venerdì, 16 novembre 2007

Conosciuti i dati del censimento federale del 2000, il governo cantonale ticinese ha ritenuto opportuno conoscere nel dettaglio il fenomeno dell’associazionismo confessionale nel Ticino. Perciò, su proposta del capo del Dipartimento delle istituzioni – il clericale Luigi Pedrazzini –, ha incaricato della bisogna la “storica” Michela Trisconi De Bernardi.

In effetti, il confronto dei dati dell’ultimo censimento con quelli delle precedenti rilevazioni statistiche del periodo post-conciliare (dal 1970 in poi) mette in evidenza una realtà che non può non suscitare qualche preoccupazione, per più d’un motivo, in chi ha a cuore la… pace confessionale.

Complessivamente, la proporzione dei credenti d’ogni fede è scesa dal 98,2% del 1970 all’87,8% del 2000. Di converso è aumentata sia la proporzione degli areligiosi dichiarati, sia di coloro che hanno omesso l’indicazione della propria opzione ideologico-filosofica ritenendola irrilevante ai fini della propria connotazione identitaria: insieme rappresentano il 12,2% dei censiti.

Con tutto ciò, la diversificazione delle scelte è aumentata a dismisura. Di fronte a questa incongruenza non stupisce che si sia voluto vederci chiaro. È dunque lecito supporre che l’indagine sia stata commissionata anche per ragioni di “polizia”, in funzione sussidiaria al “monitoraggio” di cui sono oggetto, ad opera dei servizi di sicurezza, i gruppi “estremisti” di carattere politico-ideologico e/o fideistico. Al proposito non è inutile ricordare che nel 2002 è stato istituito a Ginevra il Centro intercantonale d’informazione credenze religiose alla cui attività partecipano agenti dei Cantoni del Ticino, Ginevra, Vallese e Vaud.

La Trisconi De Bernardi ha preso in considerazione tutte le risposte e ha tentato di classificare i censiti chiaramente riconoscibili quali adepti delle organizzazioni religiose già note. Con una pignoleria talora opinabile (ad esempio quando nell’ambito cattolico-romano scorpora due gruppi a suo giudizio dissenzienti) ella è riuscita a individuare le organizzazioni di riferimento dei cattolici, quelle degli ortodossi, degli evangelici riformati del “primo protestantesimo”, degli israeliti, dei musulmani distribuiti in venticinque diverse associazioni (o Chiese, comunità, assemblee, sette che dir si voglia). Orbene, tutti questi fedeli “tradizionali” (che seguono la fede dei padri) rappresentano l’86,1% dei 306’846 residenti nel Ticino censiti nel 2000. E i rimanenti credenti “alternativi” rappresentanti l’1,7% dei censiti (ovvero circa 5200 persone), dove vanno collocati, come vanno etichettati?

La Trisconi De Bernardi, nel suo lodevole desiderio di fornire il più completo e dettagliato panorama del fideismo organizzato, ha esteso la sua indagine a tutti i collettivi religiosi di cui fosse possibile trovare un recapito nel Ticino. Così, non volendo lasciare orfani i fedeli di orientamento alternativo, è riuscita a determinare circa cinquantacinque associazioni ove costoro potessero aggregarsi anche solo in dimensione gruppuscolare.

Molta fatica per poca cosa? La ricercatrice ha pensato che ne valesse la pena, considerato che, indipendentemente dai loro contenuti specifici, tutte le credenze hanno la medesima… “dignità”. Ma non è per esibire il suo zelante impegno che ella si è data la pena di compilare inuziosamente il lunghissimo catalogo. Preoccupata per la crescita dell’aconfessionalismo onché dell’indifferentismo in materia di fede, la Trisconi De Bernardi ha voluto vedere nella iversificazione delle scelte religiose e quindi nella proliferazione delle formazioni confessionali a prova tangibile di un “ritorno del religioso”.

Le cose non stanno così poiché, semmai, all’ingresso di “nuovi” credenti nelle comunità fideistiche di recente istituzione fa riscontro l’uscita dalle Chiese tradizionali di un corrispondente numero di fedeli disillusi. La gente affamata di “nutrimento spirituale” non è per nulla in aumento: ciò a cui si assiste è il travaso di individui inquieti da una comunità ad altre. Segno che il collettivo da cui disertano offre illusioni meno credibili e meno saporite di quelle propinate dai nuovi fratelli di fede. Stando così le cose, più che di un rifiorire della religiosità sarebbe piuttosto il caso di parlare della sua crisi.

Per altro, né il censimento, né l’indagine commissionata dal Consiglio di Stato danno del Ticino religioso più che una immagine di facciata: coloro che si dichiarano appartenenti ad una Chiesa (ciò vale soprattutto per gli enti confessionali cui è stata riconosciuta la personalità giuridica di   diritto pubblico) sono spesso equivocamente definiti come “credenti non praticanti”. Rimarrebbe da verificare quanto sia partecipativa una credenza caratterizzata dall’astensionismo. Vero è che non esistono dati statistici attendibili relativi alla pratica religiosa. C’è però una indicazione molto significativa dell’interesse (nel caso, del disinteresse) che i giovani nutrono per il fatto religioso: non appena gli studenti raggiungono il limite d’età che loro permette di scegliere se frequentare o meno l’ora di religione, l’astensione supera il 90 %. E questo in un Paese ove gli aderenti alla Chiesa cattolica e a quella evangelico-riformata rappresentano ufficialmente l’81,7%!
Per i clericali il punto dolente sta proprio in questo: nella “diserzione” dall’“istruzione religiosa”.

Ed è significativo che anche la Trisconi De Bernardi accusi di diserzione gli alunni che non si sottopongono alla frequenza dell’ora di religione tradizionale, giungendo persino a sostenere che ciò comporterebbe “gravi conseguenze” per la formazione della loro “cultura religiosa”. Infatti, secondo lei (e il suo giudizio coincide, non casualmente, con quello già espresso sia dalla curia vescovile, sia dalla direttiva del partito popolar-clericale, sia dai paolotti infiltrati nell’Associazione per la scuola pubblica) l’ignoranza in materia di fede genererebbe incomprensione e intolleranza. Per essere una “storica” di professione, la Trisconi De Bernardi, non sembra esser molto in chiaro sul rapporto causa-effetto. Chi conosce la storia sa che, dal lontano passato sino a tutt’oggi, sono proprio quelli che sostengono di conoscere le religioni (dal di dentro, s’intende) a pretendersi esclusivi detentori del divino messaggio loro rivelato in esclusiva. Ed è proprio l’indottrinamento confessionale che, evidenziando l’incompatibilità di verità contraddittorie, ne rende impossibile la conciliazione: donde le nemmeno troppo velate reciproche accuse di falsità e di impostura.

E dunque, è forse un male che gli uomini d’oggi, in particolare i giovani, si permettano di “ignorare” la varietà delle innumerevoli proposte religiose ? Orbene, “ignorare” ha duplice significato: non sapere e non dare rilevanza alcuna. Nella sua seconda accezione – che talora implica la prima – il termine ha valenza decisamente positiva: nel senso che di fronte ad opzioni confessionali che non hanno alcun fondamento razionale, la miglior cosa è di non dare importanza a ciò che solo serve ad attizzare passionali conflittualità. Nello stesso ordine di idee, è forse un male che si diffonda tra i giovani l’“indifferenza” religiosa ?

Certo che no, quando il termine sia preso nella sua accezione…attiva: nel senso di non voler vedere e attribuire “differenza” a ciò che, sostanzialmente, differente non è. Se una distinzione pur occorre considerare, è quella che esiste tra il fanatismo orgogliosamente intollerante dei fideisti e la disponibilità cooperativa dei razionalisti.

Il “Repertorio delle Religioni – Panorama religioso e spirituale del Cantone Ticino” (tale è il titolo che la ricercatrice ha dato al risultato della sua indagine) vorrebbe essere strumento utile a prendere le misure della…”geografia del sacro”. È, più che altro, un diligente catalogo atto a esibire, a fini promozionali, credenze e culti per ogni palato. Ciò allo scopo di magnificare il fenomeno del confessionalismo nel suo insieme e nelle sue varietà, per affermarne l’“importanza sociale” e giustificare così una maggiore “attenzione” delle istituzioni pubbliche. Orbene, di fronte alla diminuita proporzione dell’insieme dei credenti, i responsabili di tutte le comunità religiose si trovano nell’imbarazzante condizione di affermare la veridicità esclusiva del loro credo e nel contempo di smussare le spigolosità nei confronti dei concorrenti per far fronte comune contro il fenomeno della miscredenza pericolosamente in crescita. Per i clericali d’ogni specie quel che oggi conta è il credere e non ciò in cui si crede: che si promuova dunque l’orientamento ad una mentalità di fede, spacciando l’istruzione religiosa interconfessionale per arricchimento culturale!
Se possibile con il sostegno dello…Stato Laico.

Occhio all’assistenzionalismo religioso

Non ci si dovrebbe preoccupare più di quel tanto se, per paura della morte e di quel che “viene dopo”, molte persone siano sedotte dalle allettanti offerte di chi garantisce loro il superamento della fine terrena e l’ingresso in una paradisiaca eterna beatitudine. In effetti, le rassicuranti proposte fideistiche sono un rimedio all’inquietudine esistenziale di chi non può fare a meno di certezze di fronte alle grandi questioni sull’origine, sul senso e sulle finalità della vita. Fra i diritti dell’uomo universalmente riconosciuti la facoltà di credere figura nelle prime posizioni, anche se ciò che ü oggetto di credenza appartiene alla sfera dell’improbabile o dell’impossibile. Quindi la libertà di credenza deve essere comunque rispettata pur se deve essere chiaro che il rispetto è limitato alla libertà ma non si estende necessariamente alla credenza.

Ne consegue che, quando gli adepti d’una organizzazione religiosa diffondono pubblicamente, a fini di propagandistici e proselitistici, le loro convinzioni, deve essere garantito, a chi è di parere diverso, il diritto di replica quando voglia esercitarlo: in nome della libertà di espressione. E, a maggior ragione, deve salvaguardato il diritto di esprimersi sulle attività di carattere religioso quand’esse sono esercitate mediante interventi organizzati nella gestione d’affari che sono d’interesse sociale e che devono essere sottoposti al pubblico controllo.

Da tali attività – segnatamente di quelle caritatevoli e/o assistenziali promosse e gestite dalle chiese e delle sette operanti nel Ticino – poco o nulla si dice nel “Repertorio delle religioni” della Trisconi-De Bernardi.

Eppure è su questa loro “importanza sociale” che va richiamata l’attenzione del pubblico proprio perché è nelle zone grigie dell’assistenzialismo “sburocratizzato” che si annidano l’arbitrio e l’abuso a fini clientelistici. Un’inchiesta in questo campo sarebbe più che opportuna.

Guido Bernasconi
Articolo apparsa sul Nr. 11/12 2007 di frei denker/libero pensiero

Friedrich Nietzsche (1844-1900)

lunedì, 16 aprile 2007

Primo vero -  “ libero pensatore ”!

di Marco Brenni

Ad oltre un secolo dalla morte del grande filosofo, alcune delle sue acute previsioni si stanno avverando, proprio in questa nostra società postmoderna, che sotto certi aspetti, appare sempre più iperindividualista e persino, nichilista: ebbene secondo Nietzsche, proprio il nichilismo avrebbe, entro non più di un  secolo, colpito tutta la civiltà occidentale! Vale perciò  la pena di ricordarlo, non solo per la sua enorme importanza ed influsso che ebbe sul pensiero filosofico moderno e post-moderno, ma pure per sfatare alcuni, purtroppo, resistenti malintesi, che hanno da sempre, attorniato la sua persona e quindi anche, la talvolta,  feroce critica del suo pensiero. Questo fu purtroppo sovente ignorato, manipolato o addirittura stravolto, vuoi per mera ignoranza, vuoi per aperta malafede, da parte dei suoi, (ahimè), numerosi detrattori che, o non l’hanno mai letto, o hanno subito gli influssi “malevoli”, provenienti da tutte le religioni, (ufficiali e non); nonché dai “benpensanti”, d’ogni genere e specie. D’altra parte ebbe e continua ad avere, altrettanto numerosi estimatori, fra i quali pure nomi prestigiosi di filosofi dei nostri tempi; (ad es. Umberto Galimberti). Si può di certo affermare, che non c’è altro filosofo che viene o amato fino all’esaltazione, oppure odiato, vale a dire screditato, fino alla totale denigrazione!

Oltre che un eminente e certamente “originale” filosofo, (perché in ogni caso diverso dagli altri), fu anche emerito filologo; anzi, si laureò proprio in questa disciplina (filologia greca): fu talmente brillante nel corso dei suoi studi universitari, che fu  persino esonerato dagli esami di laurea, un caso più unico che raro !
Fu indubbiamente, un genio polivalente, cioè dotato in tutti gli ambiti della cultura umanistica; fu pure grande letterato e poeta; in senso generale, fu un vero “artista – pensatore”. Era molto considerato pure come acuto e competente critico musicale;  tant’è che scrisse pure un trattato contro la musica di Wagner (in: “Nietzsche contra Wagner”, del 1888).

Il suo indubbio capolavoro “Così parlò Zarathustra”, è in assoluto il libro più venduto di tutti i tempi, se si eccettua la Bibbia. Poema in prosa, che sta fra la speculazione filosofica e l’annunciazione profetica, lo “Zarathustra”, sembra un libro facile da leggere; invece è piuttosto difficile ed anche  complesso, almeno per chi vuole coglierne i significati più profondi, uscendo dalla simbologia  e dalla metafora, da lui frequentemente usata.
Nietzsche era in effetti consapevole, d’aver scritto ”una specie di quinto ed ultimo Vangelo”, cioè quello definitivo, che avrebbe messo la parola “fine“ al messaggio ed al credo religioso cristiano ! Egli era perfettamente conscio dell’enorme responsabilità che s’era assunto: eliminando il credo cristiano dal mondo occidentale, (rappresentato soprattutto dalle religioni, cattolica e protestante), ne sarebbe seguita la distruzione totale dei suoi simboli e valori. Per questo scrisse pure il libro “demolitore”  per eccellenza: cioè “Il Crepuscolo degli Idoli”; nel sottotitolo: “Come si filosofa con il martello”: è la “trasvalutazione di tutti i valori” (1888). Per questo Nietzsche, fu  pure definito l’ultimo dei “grandi metafisici”, proprio perché propone una nuova concezione “messianica”, del mondo, avente per definizione medesima, valenza universale !
Va pure precisato che nessun altro pensatore prima di lui aveva osato ad attaccare di petto l’intero castello religioso cristiano, demolendolo e rovesciandolo come un guanto! È ben vero, ci furono anche altri filosofi e pensatori prima di lui, che hanno criticato la religione cristiana, ma soprattutto come istituzione, cioè come costruzione dogmatica e gerarchia giuridico-teologica, di tipo “imperiale”, Papa-imperatore, ripresa in toto, dall’impero romano; di questi fecero parte ad es. Lutero, Kant, Hobbes, Locke, Voltaire ecc. Ma nessuno di questi osò, distanziarsene totalmente, con un rovesciamento totale dei suoi insegnamenti, definiti perlomeno “fuorvianti” e “sprezzanti di questa vita”, qui sulla terra, in vista d’un’altra, perfetta ed eterna, ma solamente nelle sfere celesti e soprattutto, solo post mortem ! (Forse solo Feuerbach, nato un po’ prima di Nietzsche (1800), osò tanto: ma nemmeno lui, compì una “trasvalutazione di tutti i valori”, come invece e per primo, fece Nietzsche).

Filosofo asistematico  per vocazione, in polemica totale con le grandi cattedrali speculative di Kant e Hegel, ed anche per necessità, perché la malattia, (non ancora a livello psichico) e la semicecità, gli consentivano un autonomia lavorativa molto limitata: Nietzsche, scriveva perciò soprattutto per aforismi, straordinari per nitidezza, concisione, ellitticità. È  pure considerato, assieme a Goethe,  il massimo stilista in lingua tedesca, ed in ogni caso, uno dei più grandi al mondo, (v. ad es. la prefazione  al  “Così parlò Zarathustra” di Massimo Fini;  ed. “Il Libero”, 1995)). I suoi scritti, in effetti, sembrano chiarissimi a chiunque, almeno ad una prima lettura. Ma naturalmente, la forma aforismatica è anche la maggior insidia, nella lettura di Nietzsche: infatti, isolando un aforisma dall’altro, gli si può far dire tutto, ed il suo contrario; …(come purtroppo, è ampiamente avvenuto ed avviene tuttora).
I suoi aforismi, vanno invece visti come un’immensa “costellazione” ed una gigantesca “formula chimica”,  in cui gli elementi sono legati l’uno all’altro con una coerenza interna, che in realtà, è ferrea !
Nello “Zarathustra”, la cosa è complicata dal fatto che l’opera è molto metaforica e pure forse, la più filosofica, di Nietzsche: per questo, egli aggiunse al titolo dell’opera, la famosa e sibillina frase: “Un libro per tutti e per nessuno”: Per tutti, perché grazie alla limpidezza, ed al fascino dello stile è emotivamente, esaltante. Per nessuno, perché pochi sono in grado di penetrarlo fino alle sue abissali profondità : da qui purtroppo, la possibilità di   fraintendimenti  d’ogni genere e specie !

Lo “Zarathustra”, dovrebbe quindi esser affrontato per ultimo e non per primo, (come fanno purtroppo, quasi tutti); e solo, dopo aver digerito le altre sue grandi opere principali, da “Umano troppo umano”, alla “Gaia Scienza” ad “Aurora” ad “Al di là del Bene e del Male” a “Genealogia della Morale” nonché, alla quasi autobiografica, “Ecce Homo”….
Abbandonate, almeno in parte, le vesti di eminente psicologo, (soprattutto in questo, fu geniale), e pure, ma sembra quasi una contraddizione, del moralista, (proprio lui, che per definizione, si situa “Al di là del Bene e de Male”), Nietzsche prepara, abborda e sviluppa proprio nello “Zarathustra” i suoi temi speculativi più importanti; dalla “morte di Dio”, almeno nella “coscienza” del mondo occidentale, alla “Trasvalutazione di tutti i Valori”, alla “Volontà di potenza”, brillantemente percepita, come una delle caratteristiche fondamentali dell’animo umano: nessun altro riuscì a recepirla così nitidamente, prima di lui. Per approdare infine al “Superuomo”, che non è la “bestia bionda”, ariana, rozzamente intesa –et pour cause – dai nazisti, ma una fase dell’evoluzione dell’umanità. Infine l’”amor fati” cioè, il dire “Sì” alla vita, in tutte le sue manifestazioni, dalle baldorie spensierate ed anche “sfrenate”, (per lui: “dionisiache”), a quelle dolorose ed anche tragiche. Da ultimo, va menzionata la sua visione dell’Universo come “Eterno Ritorno”, idea probabilmente desunta dall’antica mitologia greca-classica. Vale a dire: ogni cosa è destinata a ritornare “identica a se stessa” e questo all’infinito! (Un po’ come la ciclicità “eterna”, delle stagioni). Nietzsche affronta in effetti la sua opera maggiore e più significativa, col mezzo apparentemente più lontano: la poesia!

È pure degno di nota, che nessun filosofo al mondo, ha mai avuto l’onore di vedere il suo pensiero immortalato in una delle più note sinfonie di tutti i tempi, ossia proprio, il “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss (attenzione: non è quello dei Walzer). Tale oltremodo brillante composizione, imponente ed unica nel suo genere, soprattutto per la sua parte introduttiva, che inizia con l’assai solenne “annuncio – rivelatore”: “ Dio è morto” ! E non fu di certo, un annuncio da poco: in ogni caso, Nietzsche fu estremamente coraggioso ed anche, spregiudicato, se si pensa ai tempi veramente moralisti e pure bigotti, perché vittoriani, in cui era costretto, “malgré lui”, a vivere.

Nietzsche, “allievo morale” di Schopenhauer, ebbe con il suo maestro, un enorme importanza per lo sviluppo delle scienze psicologiche e persino, psichiatriche, che a fine ottocento, si stavano appena affacciando, a livello scientifico.
Egli ha, infatti anticipato, e con grandissimo intuito alcune acquisizioni fondamentali per le suddette scienze: lo stesso Freud, in un suo scritto, ammise che in fondo Nietzsche, (che lo precedette), “stranamente”, la pensava come lui, ma questo, per puro caso! Ma, soprattutto, l’eminente psichiatra Alfred Adler, critico di Freud, che sviluppò una sua personale e differente teoria sulle nevrosi, (nell’opera: “Il temperamento nervoso” del 1907)), fu indubbiamente influenzato dal pensiero di Nietzsche. Adler afferma in sostanza, che la maggior parte delle nevrosi hanno origine soprattutto in “sensi d’inferiorità”, giustificati o del tutto, (o soprattutto), immaginari. C’entrano quindi pure, le “aspirazioni” (o ambizioni) abortite, e quindi si evidenzia una volta di più, la “volontà di potenza”, ma qui, frustrata ! Schopenhauer, a sua volta, la chiamava semplicemente – “Volontà” – nel senso d’affermazione prepotente della “forza” o “istinto vitale”.
In ogni caso, nutro il più che legittimo sospetto, (condiviso pure da altri), che sia Freud,sia Adler (ma anche altri), senza mai ammetterlo, hanno attinto, a piene mani, dagli aforismi e rivelazioni intuitive sulla psiche umana, del tutto geniali, di entrambi i suddetti filosofi: Nietzsche, e Schopenhauer, furono in effetti, grandissimi indagatori dei meandri più oscuri, soprattutto nascosti ed anche “repressi”, dell’animo umano. Anche per questo Nietsche fu odiato da molti: ovviamente aveva messo “il dito” su cose spiacevoli ed anche “inammissibili”. Fu quindi accusato addirittura di “follia”, ancor prima che si ammalasse veramente a livello psichico, e questo solamente, nei suoi ultimi anni di vita. ( È accertato, che la sua “follia”, in età matura, fosse da ricondurre ad una malattia venerea – probabilmente sifilide – contratta molti anni prima). Da giovane era solo, malfermo di salute, ma per altri motivi: per questo, fu sovente emarginato; ciò che lo spinse tuttavia, a sviluppare, un forte spirito critico, e pure un’acutissima facoltà d’osservazione dei comportamenti umani!

Infine, lo criticano, se non addirittura, disprezzano, sia perché ritenuto del tutto arbitrariamente,
“filosofo del nazismo”, sia perché, morì suicida all’età di soli 56 anni. Per quanto concerne quest’ultima “accusa”: egli fu solo coerente con se stesso. Infatti, già nei suoi primi aforismi, afferma che ogni persona, dovrebbe avere la piena facoltà, anche giuridica, di togliersi la vita, quando questa gli diventasse insopportabile (soprattutto per malattia), e quindi del tutto priva di senso, tanto da risultare, semplicemente, invivibile.  Aborriva infatti la “morte cristiana”, che costringe a sopportare fino all’ultima esalazione, tribolazioni e dolori, sovente insostenibili: anzi, l’agonìa, soffrendo pure le “pene dell’inferno”, è pure titolo di merito, di cui si terrà in ogni caso conto, per poter raggiungere per la via più diretta, il Paradiso!
Per quanto concerne il rimprovero, del tutto idiota, di “filosofo precursore”, per non dire addirittura ”causa” del nazismo, trattasi d’un’accusa manifestamente infondata! È vero che egli mise soprattutto in evidenza, “la volontà di potenza”, (suo vero chiodo fisso): ma in ogni caso, scoprì con ciò, solamente una verità fondamentale dell’animo umano. Anche se difficilmente ammessa, perché contraddice con tutta evidenza, il messaggio cristiano, che predica l’esatto opposto, ossia: gli “pseudovalori“ del rimanere umili, e sottomessi; del considerare la vita, qui su questa terra, solo come un   misero e disprezzato, “passaggio per l’Al di là”, ove tutto verrebbe in ogni caso, almeno per i più “meritevoli”, compensato e soprattutto, riscattato !
Invece, la “realtà” che ci circonda, afferma Nietzsche, indica l’esatto opposto: intanto la “volontà di potenza”, ha manifestamente dominato, tutta la storia dell’umanità, con infinite guerre, di predominio, ivi comprese, ovviamente, quelle religiose!  Inoltre basta osservare le ambizioni dei comuni mortali: Quasi tutti, aspirano in un modo o nell’altro ad un certo livello di potenza: c’è chi ama ostentare “oggetti”, chi “carriere”, chi il “sapere” (che non è sinonimo di “cultura”), e via dicendo, per volontà di potenza, (o per usare un termine meno forte: ambizione) ! Anzi, chi è totalmente sprovvisto di ogni “ambizione”, è considerato oggigiorno un caso patologico, dagli esperti delle psiche umana.

Ebbene: tutta questa insistenza, per non dire “vera ossessione”, di Nietzsche per la “volontà di potenza”, contribuì purtroppo ad affibbiargli l’insulto, d’esser stato addirittura un”precursore” del nazismo! Invero fu sua sorella, che riunì tutti gli aforismi sulla volontà di potenza dell’illustre fratello, post mortem (1900), in un unico grosso volume, intitolato per l’appunto: “La Volontà di Potenza” e lo consegnò ai nazisti, allo scopo d‘ingraziarseli! Ma se c’era una persona che avrebbe profondamente odiato il regime eminentemente statalista ed oppressivo del nazi-fascismo, sarebbe stato proprio lui: intanto, era di carattere piuttosto anarcoide e anche aristocratico: sopportava male, già il solo il “concetto” di “Stato”! Inoltre, non credeva affatto nella pretesa superiorità della “razza ariana”, (terminologia che ai suoi tempi, non esisteva nemmeno), ma addirittura, valeva il contrario: se egli “disprezzava”, ad ogni piè sospinto, un popolo, (impregiudicata la validità o no delle sue ragioni, e sempre ricordando, che ogni generalizzazione, è in ogni caso fuori luogo), questi per lui, era proprio quello tedesco (!). Ribadiva sovente, che i tedeschi dovevano finalmente lasciare in pace gli ebrei, (perseguitati in Germania, già a far tempo da Lutero, perché considerati: “popolo deicida” ! -sic-);  infatti, secondo Nietzsche erano assai più dotati di loro, e questo, in ogni ambito! Fece ovvia eccezione, solamente per alcuni esponenti di punta della cultura tedesca, come ad es. Goethe, Schiller e diversi filosofi, nonché musicisti e grandissimi compositori, eccezion fatta tuttavia, proprio per Wagner, che invece era ammirato incondizionatamente, proprio dai nazisti, ed assunto, come tipico cantore ed esaltatore della “grande Germania” e della “mitologia teutonica” in genere: infatti, Wagner decantava  proprio la “germanicità” che Nietzsche di contro, considerava  come, “mero ciarpame mitologico”! Altro che filosofo pre-nazista …!
In ogni caso, il  “Superuomo” a cui aspirava Nietzsche, era ben altra cosa: nasceva dalla sua ferma convinzione che siccome non esiste alcun senso rivelato per questa nostra vita, l’unica via d’uscita dalla mediocrità, per lui, insopportabile, era di tendere a “superare se stessi”, ma come elevazione culturale e spirituale, e non di certo, nel senso di diventare dittatori! E questo per conferire la massima dignità all’esistenza umana, che sennò, almeno per lui, non avrebbe avuto né senso, né valenza alcuna!

Ovviamente, Nietzsche, non aveva “capacità politiche”, (ma nemmeno facevano parte dei suoi interessi); anzi, per fondare una “Polis”, o addirittura, uno Stato sociale, era un filosofo, del tutto inutilizzabile!
In sostanza, era portato soprattutto ad indagare nei “meandri nascosti” vale a dire, ad es: dell’animo umano, del  potere, dei costumi, delle credenze, miti vari, e soprattutto, religioni.
Fu un geniale grande aristocratico, pure “reazionario”: ma non nel senso solo negativo del termine, (come è inteso oggigiorno): ammirava soprattutto i tempi antichi. Avrebbe volentieri voluto riportarci alla Grecia pre-socratica, (che ammirava moltissimo), ma soprattutto a quella preplatonica; infatti Platone non gli piaceva per nulla, soprattutto  per le sue idee, da lui giudicate, del tutto “fantasiose ed irrazionali”, quando parlava dell’ “anima immortale”, oppure della sua concezione puramente metafisica dell’Universo. Rendeva Platone responsabile d’avere, malamente influenzato l’intera civiltà occidental  (cristiana), fuorviandola sul “dualismo”: ossia, la concezione dell’uomo come composto di due elementi nettamente separati: ossia, “corpo” ed “anima”, quest’ultima considerata, senza prova alcuna, e contro ogni ragionevolezza, addirittura come …“immortale”!
Tale concezione “fantastica” della vita umana, fu poi ripresa, integralmente, dal cristianesimo …ed ebbe  conseguenze oltremodo pesanti per l’intera civiltà occidentale!

Altro periodo storico che godeva della sua massima considerazione ed ammirazione era il Rinascimento italiano: e proprio perché veniva meno il senso religioso della vita, e si poneva al centro dell’attenzione proprio “l’Uomo”, (nel senso: “der Mensch”) e nella vita qui sulla terra e non altrove, nei cieli!
Certo, è considerato “nichilista”: ma anche qui, sono necessarie alcune precisazioni, per evitare i soliti malintesi, fomentati soprattutto dai suoi detrattori. Era in effetti un nichilista “relativo”, e non “assoluto”: infatti, era per il “Sì” incondizionato alla libera espressione d’ogni forma di “forza vitale”! Di contro, era nichilista “assoluto”, solamente nei confronti della civiltà occidentale cristiana: non  percepiva, né tantomeno credeva, in un senso della vita nella forma “rivelata”, cioè d’origine “teologica”!
Se in effetti, non sussiste più alcun “senso rivelato” o “finalistico” della vita, allora, e ciò era sua ferma convinzione, siamo solo noi che dobbiamo conferirle un senso! Da qui derivava sicuramente anche la sua incondizionata ammirazione e glorificazione della “volontà”, che tutto può, anche a dispetto della natura, sovente purtroppo maligna;  (in ciò, fu pure influenzato da Schopenhauer).

Nietzsche merita indubbiamente di esser rivalutato, perché la sua “Weltanschauung”, si riflette oggigiorno, ma in modo distorto, proprio in questa civiltà “postmoderna”, ad impronta fortemente individualistica, e persino in un certo senso almeno, “nichilista”: ma non come auspicato da Nietzsche: cioè solo e soprattutto nei confronti delle religioni e credenze irrazionali varie: quelle purtroppo stanno risorgendo, eccome (!), grazie anche all’enorme “vuoto ideologico” lasciato, dal fallito credo marxista…
Oggi viviamo purtroppo, in una società “usa e getta”, e non solo nei confronti  di “cose o oggetti”, ma soprattutto, nei confronti della “Persona”, che viene usata sempre più, come mero mezzo e non rispettata come fine, (come invece intendeva Nietzsche, soprattutto nella sua concezione del “Superuomo”). E “finalistico”, non è di certo inteso nel senso religioso del termine, ma come possibilità di massima realizzazione personale nella vita qui, su questa terra e non altrove, nelle del tutto improbabili… “sfere celesti”!

Infatti dell’eventuale “Al di là”, non ne sappiamo proprio nulla, e  nemmeno c’ interessa…

Però l’esistenza, rappresenta, ciò non di meno, un impegno, ma soprattutto, una responsabilità, di non poco conto, perché non si può sbagliare la molto probabilmente unica vita, che c’è stata  concessa!

Avv. Marco Brenni

La libertà d’espressione

venerdì, 16 febbraio 2007

Finalmente una buona notizia

Recenti episodi hanno chiaramente reso evidente una tendenza generale da parte dei responsabili di prendere delle posizioni concilianti rispetto a sempre più numerose e variate richieste avanzate da gruppi e organizzazioni religiose. Si vuole ignorare che ogni concessione genera, inevitabilmente, una nuova richiesta, innescando un effetto domino devastante. Questo avviene sia per motivi politici o finanziari, sia di quieto vivere o perché non può essere vero ciò che non deve essere vero, ma sopratutto, per non rischiarare di essere tacciati da intolleranti. Si dimentica volentieri che la tolleranza deve essere reciproca.
Non nuoce in certe circostanze meditare sulla clamorosa sconfessione della storica frase “Peace in our Time” con la quale Neville Chamberlain salutò i giornalisti e la folla adunati, scendendo dall’aereo, di ritorno da Monaco nel 1938. I fatti che seguirono sono noti a tutti. La politica dell’appeasement è la politica fatale dello struzzo di chi s’illude di poter evitare il conflitto cedendo alle pretese della controparte. In questo clima di cedimenti ecco finalmente una buona notizia!

Il Consiglio d’Europa si schierato dalla parte della libera espressione dopo aver rigettato richieste avanzate da vari gruppi religiosi di introdurre nuova legislazione per proteggerli da insulto e offesa.

Le deliberazioni del Consiglio d’Europa hanno condotto alla risoluzione 1510 (2006), che cita, in parte:

“L’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa riafferma che non vi può essere una società democratica senza il diritto fondamentale al diritto d’espressione. Il progresso della società e lo sviluppo di ogni individuo dipendono sulla possibilità di ricevere e di impartire informazioni e idee. Questa libertà non è solo applicabile a espressioni che sono accolte favorevolmente o considerate come inoffensive ma anche a quelle che possono scioccare, offendere o disturbare lo stato o ogni settore di popolazione, in accordo con l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti umani.”

“L’Assemblea è dell’opinione che la libertà d’espressione, come protetta dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei diritti umani, non debba essere ulteriormente limitata per venire incontro a sempre crescenti sensibilità di certi gruppi religiosi. Allo stesso tempo l’Assemblea pone l’accento che discorsi d’odio contro qualsiasi gruppo religioso non sono compatibili con i diritti fondamentali e le libertà garantiti dalla Convenzione e la legge dei casi della Corte.”

“La blasfemia ha una storia lunga. L’Assemblea ricorda che leggi che puniscono la blasfemia e la critica di pratiche e dogmi religiosi hanno spesso avuto un impatto negativo sul progresso scientifico e sociale. La situazione cominciò a cambiare con l’illuminismo e progredì oltre verso la secolarizzazione. Le società democratiche moderne tendono a essere secolari e più interessate alle libertà personali. Il recente dibattito sulle vignette Danesi fece sorgere la questione di queste due percezioni.”

L’Assemblea risolve di rivolgere ora la sua attenzione alla legislazione sulla blasfemia, insulti religiosi e discorsi d’odio contro persone in ragione alla loro religione, dopo aver preso in esame i diversi approcci esistenti in Europa. Raccoglierà inoltre ulteriori testimonianze sui diritti umani e l’intolleranza razziale.

I Liberi pensatori plaudono la presa di posizione del Consiglio d’Europa che dimostra di non voler cedere ad attacchi ai diritti fondamentali della Società moderna. I Liberi pensatori auspicano inoltre che anche i nostri rappresentanti politici possano seguire il bell’esempio del Consiglio d’Europa ed agire di conseguenza quando i casi si presentano.

Quanto sopra esposto mostra l’importanza per il Libero pensiero di rimanere sempre vigilante affinché venga rispettato il principio fondamentale dello Stato moderno, la separazione incondizionata tra lo Stato e la Chiesa.

Roberto Spielhofer