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Diocesi ticinese

giovedì, 18 settembre 2008

Dieci personaggi diversi per un medesimo disegno

La disputa del primato tra potere civile e potere religioso è una costante storica. Ogni qualvolta si suppone che il contenzioso sia finalmente risolto, la questione vien riproposta in nome del “superamento” di antagonismi che non avrebbero più ragion d’essere, stante la presunta comunanza degli intenti dello Stato e della Chiesa. Per altro, a coloro che si appropriano il potere statale per promuovere tutelare gli interessi del gruppo dirigente cui appartiene può pur fare comodo la pace confessionale: nella misura in cui i detentori del potere religioso siano disposti a collaborare senza prevaricare e senza cedere a tentazioni egemoniche. Così è stato nell’evo contemporaneo, quando le comunità nazionali hanno fissato le rispettive frontiere e le loro classi dirigenti si sono preoccupate di far coincidere i confini delle giurisdizioni “spirituali” con quelli delle amministrazioni secolari.

Laddove le società civili combaciavano con le comunità religiose non si sono creati grossi problemi: si pensi agli Stati dotati di Chiese nazionali (i Paesi protestanti, anglicani od ortodossi con le proprie organizzazioni confessionali autocefale). Diverso è stato il discorso per i Paesi ove la Chiesa locale era filiale di un’organizzazione internazionale (quale la Chiesa “cattolica” –appunto!- con le sue pretese di universalità). In Svizzera ove vi era stata una guerra civile incancrenita da motivazioni confessionali, la questione religiosa tornò a farsi acuta con la pubblicazione del Sillabo di Pio IX e la pretesa di infallibilità papale sancita dal Concilio Vaticano nel 1870, tant’è che proprio per questo il governo federale rimosse, motu proprio, un paio di vescovi e successivamente (nel 1873) la Confederazione e la “Santa Sede” interruppero le relazioni diplomatiche. Fu in quel clima di grande contrasto che si pervenne (ma solo dopo la scomparsa del papa del Sillabo) ad una prima composizione della questione diocesana ticinese. Con la convenzione del 1884, le due parti, riconciliate, si accordarono per lo scorporo delle Parrocchie ticinesi dalle diocesi di Como e di Milano e la creazione di un nuova giurisdizione episcopale di particolare configurazione.

Filiale dell’Internazionale cattocristiana

Formalmente, la diocesi di Lugano fu abbinata a quella di Basilea, ma l’insieme delle Parrocchie ticinesi venne sottoposto all’autorità pastorale di un amministratore apostolico, con dignità episcopale ma privo della titolarità: per questo, gli “ordinari” operanti nel Ticino, da Eugenio Lachat fino a Giuseppe Martinoli, sono stati tutti titolari di una diocesi di fantasia, in partibus infidelium. Dal 1885 fino ad oggi ne sono succeduti una decina, dei quali, parafrasando Marco Aurelio, si può dire che “d’alcuni non è rimasto neppure per poco il ricordo, altri son divenuti favole, altri sono già scomparsi anche dalle favole”…

Il primo, Eugenio Lachat, altri non era che il defenestrato vescovo di Basilea, riciclato a titolo di consolazione quale tutore spirituale dei clericali ticinesi. Durò un paio d’anni. Il successore, Vincenzo Molo, merita una menzione speciale per la sua partecipazione – in tandem con il famigerato capo dei conservatori, Gioacchino Respini – al Primo (e unico …) Congresso Antimassonico Internazionale di Trento nel 1896, in rappresentanza della Vandea ticinese.

Vero personaggio da … favola fu Alfredo Peri Morosini che aveva voluto assumere il ruolo di Principe della Chiesa e che dovette lasciare il mandato pastorale a seguito di rivelazioni circa episodi di sapore boccaccesco dei quali era stato protagonista. Lo scandalo consentì ai tradizionalisti di disfarsi di un prelato che non aveva fatto mistero delle sue tendenze moderniste. Aurelio Bacciarini ebbe l’arduo compito di ridare prestigio all’istituzione ecclesiastica. Vescovo di Daulia (diocesi anch’essa in partibus infidelium), il Bacciarini si accreditò l’immagine di uomo austero, ascetico, contemplativo, ma fu duro e autoritario nella sua funzione apostolica: le sue visite pastorali più che attestazione di paterna sollecitudine erano vere e proprie ispezioni degli effettivi e delle truppe parrocchiali, con particolare attenzione alle questioni di carattere disciplinare e amministrativo. Attivissimo organizzatore si occupò dell’azione cattolica, della stampa curiale, dei sindacati cristiano-sociali. Gli iperbigotti videro in lui un novello Carlo Borromeo e alla sua scomparsa non mancò chi ne invocasse la sollecita canonizzazione. La sua carriera celeste si fermò al gradino d’accesso – quello di Servo di Dio – e, per quanto è trapelato dai lavori dell’apposita commissione, questo primo passo è destinato a rimanere l’ultimo.

Di Angelo Jelmini, vescovo travicello, poco c’è da dire: per tutto il suo lunghissimo mandato pastorale si distinse per l’apparente bonomia. Spiacque ai nostalgici dell’era bacciariniana la sua propensione ad evitare gli attriti con i rappresentanti del Ticino laicista: in nome del quieto vivere. Significativa dell’atmosfera in cui lo Jelmini si trovò ad operare fu la lettera che alcuni paladini dell’intransigenza clericale scrissero a Roma per denunciare la sua inettitudine al cospetto dei massoni e dei socialisti. Egli ebbe tuttavia nei suoi ultimi anni la buona sorte di godere del clima di distensione indotto dal Concilio Vaticano II.

Lugano diocesi a sè

Dopo di lui, Giuseppe Martinoli, prete d’altri tempi, passerà alla storia per il solo fatto d’esser stato il primo vescovo titolare, allorché il comprensorio clericale ticinese divenne formalmente Diocesi di Lugano, nel 1971, per disposizione del papa Montini, consenzienti le autorità civili cantonali e federali, nonché il vescovo di Basilea. Fu durante il mandato del Martinoli, nel 1975, che la religione cattolica apostolica romana cessò d’essere “la” (ovvero, la sola) religione del Cantone, in compenso alle due organizzazioni cristiane maggioritarie venne riconosciuta la personalità giuridica di diritto pubblico: apparentemente solo un contentino formale che tuttavia si configurava come l’attribuzione del crisma dell’ufficialità sia alla Chiesa cattolica sia a quella evangelica.

La scelta del buon Ernesto Togni, tranquillo curato di periferia, quale capo della diocesi luganese cadde proprio nell’anno (1978) in cui terminava l’era montiniana per iniziare quella wojtyliana. E i “tempi nuovi” per i quali sarebbero occorsi “uomini nuovi” erano ormai finiti: stava iniziando per la Chiesa di Roma il lungo pontificato oscurantista di Giovanni Paolo II contrassegnato, secondo la profezia di “san” Malachia di Armagh, dal motto De Labore Solis (ovvero, l’eclissi del sole). Il Togni non era certo l’uomo adatto a dirigere una organizzazione ove veniva ripristinato il principio gerarchico: non autoritario, fu incapace di essere autorevole. Semplicemente, non aveva la stoffa del comandante. Ben si capisce che, posto di fronte ad un compito per il quale non era tagliato, egli fosse tentato di fuggire rinunciando alle responsabilità della carica. La sua smania di spogliarsi dell’abito episcopale venne anche malevolmente interpretata (e non solo perché fosse “colui che fece per viltade il gran rifiuto”). Checché sia stato, il suo allontanamento consentì al papa Wojtyla di procedere alla nomina di Eugenio Corecco: uomo ritenuto adatto a propiziare il ritorno al rigore dottrinale, alle certezze ideologiche, all’autorità del magistero. Autocratico fino all’arroganza, il Corecco procedette alla revisione dell’organigramma diocesano avocando a sé il diritto di muovere le sue “pedine”. Ciò facendo si inimicò una cospicua parte di quei cattolici che, assaporata la licenziosità postconciliare, pretendevano trasformare la Chiesa in una comunità democratica. La fronda clericaldemocratica giunse a dotarsi di un giornale (il Quotidiano, appunto) sulle cui pagine il presule fu a più riprese bersaglio di aspri attacchi per le sue disinvolture amministrative (“Evita come la peste un uomo di Chiesa che è anche uomo d’affari”, giunse a scrivere un sacerdote riferendosi al “vescovo-finanziere”). Nonostante tutto ciò, il Corecco si mosse imperterrito alla realizzazione dei suoi obiettivi, primo fra tutti quello del nuovo statuto giuridico della diocesi. In effetti, secondo l’antico ordinamento, le Parrocchie avevano, di fatto, la qualità di persone collettive sottoposte al diritto pubblico. Non così la Curia, che non era nemmeno contemplata nella legislazione cantonale. Secondo il pensiero corecchiano, così come ai Comuni facevano da pendant le Parrocchie, del pari al Cantone avrebbe dovuto corrispondere la Diocesi. E poco ci si curava   dell’incongruenza di esigere l’attribuzione della personalità pubblica ad un ente che ha sempre denunciato la prassi democratica come estranea alla sua struttura. Al Corecco importava soprattutto che nella legislazione cantonale fosse riconosciuta la subordinazione gerarchica dell’autorità parrocchiale a quella curiale, anche a prescindere dal fatto che nella Chiesa l’autorità non sale dalla base popolare ma discende dallo “Spirito Santo”. L’operazione va ascritta a suo merito, anche se andò in porto durante il mandato episcopale del suo successore Giuseppe Torti. Quest’ultimo tenne ad assumere un’immagine diversa da quella del suo predecessore: Parroco dei Parroci, si autodefinì, quasi a volersi mostrare più alla mano, più “aperto”, “tollerante”, “disponibile al dialogo” di chi invece era stato capo altezzoso e autocratico. Da “uomo di cuore”, si dette da fare, conformemente al suo motto per opera fides, alla promozione delle opere assistenziali. Merita d’esser ricordato che, durante il suo mandato, coloro che pretendevano il sussidio statale alle scuole private (segnatamente quelle confessionali) subirono una sonora batosta in votazione popolare (2001).

Quale Chiesa per quale Stato?

Al vescovo Giuseppe Torti è succeduto Pier Giacomo Grampa, già rettore del Pontificio Collegio Papio, personaggio energico e “temperamentale” (neologismo permettendo) che non ci ha messo molto a calarsi nei panni di Capo della Chiesa ticinese. Sin dall’inizio, a più riprese si è distinto, non senza qualche goffaggine, in esternazioni che rivelano in lui poca umiltà e scarso senso della misura. Conseguentemente al nuovo inquadramento giuridico dell’entità diocesana e della figura dell’ordinario, il vescovo attualmente in carica si sente investito, a livello cantonale, di una dignità istituzionale per lo meno pari a quella delle autorità civili, con questa differenza: all’autorità politica competono il governo e l’amministrazione del comprensorio ticinese sul piano secolare, a lui il governo e l’amministrazione dello stesso comprensorio sul piano spirituale. Il fatto è che, pur proclamando l’indipendenza e l’autonomia dei due poteri, quello civile e quello religioso, ad ogni piè sospinto c’è chi sostiene la necessità di una collaborazione tra l’uno e l’altro in nome di un’asserita complementarità dei compiti spettanti allo Stato e alla Chiesa. E ciò non solo nell’ambito operativo (segnatamente nei settori dell’istruzione, della cultura, dell’assistenza sociale) ma anche in quello normativo, laddove si pretende che le leggi dello Stato non possano essere in contraddizione con la morale ricavata dalla legge di istituzione divina.

Il panorama sociale è tuttavia decisamente mutato.

In primo luogo, non vige più il criterio esclusivista per cui (cujus regio, ejus religio) un’organizzazione confessionale aveva il monopolio nell’esercizio della religiosità. Così, in nome della tolleranza, ancorché in vetta alle preferenze fideistiche, il cattolicesimo romano non è più dominante al punto da poter pretendere il “rispetto” (intendasi l’”ossequio”) anche degli infedeli. Il fatto che le organizzazioni religiose associativamente più rappresentative sul piano numerico possano essere parificate giuridicamente ad enti pubblici non significa che esse si trasformino automaticamente in enti statali o parastatali. Per altro, proprio del momento del loro ufficiale riconoscimento, la Chiesa cattolica e quella protestante hanno visto diminuire i propri adepti e, prevedibilmente, il calo si accentuerà nella misura in cui i “fedeli non praticanti” finiranno per ammettere la propria estraneità dalla religiosità organizzata.

In secondo luogo, lo Stato cui le Chiese (in primis, quella cattolica) offrono la propria partnership non è più quello di una volta: nel senso che i pubblici poteri non appaiono più come espressione e sintesi della volontà popolare. Ciò consegue alla mancanza di adeguate risposte da parte della classe dirigente alle aspettative popolari. Così, in un quadro politico sostanzialmente immutabile pur nella variabilità delle maggioranze, si è persa la fiducia della gente in una democrazia impastoiata dai poteri forti. Ovvero, si è svilito il senso dello Stato e svalutato il significato del civismo.

Meno Stato, più Chiesa

Orbene, in un quadro sociale in cui Chiesa e Stato non costituiscono più obbligati e obbliganti riferimenti identitari, i detentori del potere religioso e di quello politico sembrano portati a considerare i reciproci vantaggi che possono derivare agli uni e agli altri da vicendevoli “legittimazioni attive” nell’ambito di una costruttiva collaborazione. In questo gioco delle parti non manca chi considera il rischio che il discredito di cui soffrono le istituzioni politiche si estenda per contagio alle istituzioni confessionali. E viceversa… A ciò concorre la crescente insofferenza nei confronti dei doveri sociali: a coloro che si ispiravano al motto “potendosi, meglio poco Stato che tanto Stato”, si sono aggiunti quelli che hanno fatto propria la medesima attitudine nei confronti della Chiesa. Per questa gente, lo Stato e la Chiesa sono ambedue di pubblica utilità ma vanno bene solo nella misura in cui ci si può stare dentro a modo proprio, tanto più che, mentre lo Stato non conosce scomuniche (se non quella ormai desueta del Berufsverbot), quelle della Chiesa non hanno conseguenze civili.

Il fenomeno della disaffezione della “gente” per la politica è universalmente diffuso. La sua più evidente testimonianza si traduce nel crescente astensionismo elettorale. Non votando, pur consapevole che gli assenti hanno sempre torto, il cittadino lascia che siano altri a delegare i “rappresentanti del popolo” (e quindi anche i suoi) rinunciando a responsabilizzarsi in altro modo. Il Ticino, sotto questo aspetto, non fa eccezione e, poiché non esiste un quorum al di sotto del quale una votazione possa esser dichiarata invalida, l’astensionismo vi è tranquillamente tollerato poiché viene interpretato come tacito assenso o, alla peggio, segno di indifferenza ma non certo di contestazione.

Ma se il mondo politico può permettersi di snobbare gli assenteisti, nell’ambito religioso c’è chi si preoccupa del calo delle adesioni registrato dalle organizzazioni confessionali. E ritiene di dover agire in controtendenza, mettendo in atto una strategia interventista: se la gente non va alla Chiesa, è la Chiesa ad andare incontro alla gente. Non per nulla, all’ultimo meeting di Comunione e Liberazione, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, ha nuovamente affermato che i cattolici devono intervenire in quanto tali nel dibattito politico e far valere il loro peso: all’insegna del motto programmatico “o protagonisti o nessuno”.

Un compito missionario necessario e urgente…

Poiché grazie all’assistenza dello “Spirito Santo”, è dotato del carisma dell’infallibilità in materia di fede e di costumi, il vescovo è abilitato ad esercitare il suo pastorale governo con il consiglio, la persuasione e, quando occorra, con l’autorità e la sacra potestà. L’attuale vescovo di Lugano non ha dubbi circa il suo mandato che consiste nell’annunzio della verità e, pur non pretendendo di essere un pozzo di dottrina, è certo d’essere “sacramento universale di salvezza” nella misura in cui va tra le genti ad ammaestrarle, a battezzarle e ad insegnar loro ad osservare tutto ciò che il “dio” ha comandato. Niente meno. Uomo d’azione più che di pensiero, il Grampa è un tipico esemplare della missionaria Chiesa pellegrina il cui compito è di rendere udibile e visibile per ogni dove il messaggio evangelico. Così, privo del dono dell’ubiquità, s’è fatto scrupolo d’onnipresenza con una volonterosa mobilità. E in ogni occasione si è voluto proporre da protagonista. Non vi sono certo obiezioni da fare al suo peregrinare su e giù per il Ticino: quando si reca di ovile in ovile a visitar le pecorelle del suo gregge, agisce nell’ambito del suo mandato pastorale. Assai discutibile è, per contro, la sua tendenza ad estendere le visitazioni dall’ambito parrocchiale a quello comunale, marcando, cioè, presenza anche in quegli istituti ove si svolgono specifici compiti dello Stato. Ci si riferisce in particolare alle scuole pubbliche che il prelato vuol trasformare in luogo di incontro con i docenti e i discenti, come se l’esistenza dello spazio di istruzione religiosa nell’orario scolastico gli consentisse di sentirsi in “casa propria”, pur se solo per il tempo corrispondente alla propaganda confessionale dei clerico-cattolici. Questa invadenza episcopale non ha mancato di suscitare qualche giustificata reazione: in effetti, gli esibizionismi di un capo religioso latore di un messaggio fideistico non si addicono ad un istituto deputato allo studio, alla conoscenza e all’esercizio della ragione sui dati forniti dall’esperienza. Per altro, non v’è alcun dubbio sul fatto che le visite pastorali, pur riservate a coloro che intendono “avvalersene”, abbiano esclusivamente scopi propagandistici e proselitistici. Dunque correttezza vorrebbe che questo genere di contatti si verificasse altrove: tanto più che non mancano i locali adatti alla bisogna. Qualche paolotto ha avuto la faccia tosta di sostenere che la presenza di monsignor Grampa nella scuola andrebbe intesa come un invito a cercare di risolvere i problemi del giorno d’oggi unendo le forze, laiche o religiose che siano. Così, nell’ottica neoclericale, quei laicisti che esprimono delle riserve – quando non, ohibò, delle opposizioni – circa l’improbabile proficuo esito di un “dialogo” tra fideisti e razionalisti è affetto da un anticlericalismo di matrice ottocentesca.

Orbene, è innegabile che i liberi pensatori siano, in certo qual senso, eredi dell’anticlericalismo ottocentesco. E non hanno motivo alcuno di vergognarsene: semmai ne sono orgogliosi, senza per questo ritenersi nostalgici del tempo andato. Ma è per lo meno paradossale che l’accusa di passatismo rivolta ai “miscredenti” provenga da baciapile che si richiamano non solo al controriformismo tridentino ma addirittura al bimillenario magistero dei loro sacerdoti.

Se, per i laici di sacristia, il Grampa non manca d’autorevolezza nel rappresentare la Chiesa cattolica apostolica romana, proprio per questo, agli occhi di tutti i non-clericali, egli è portavoce di una casta confessionale che pretende di calare lezioni di etica e di morale, rifacendosi a “valori” che ha predicato per secoli senza mai praticarli. Emblematico è il fatto che, secondo lui, la nostra civiltà si informi agli stessi principi cristiani che hanno ispirato sempre e ovunque l’azione della Chiesa. E, ancor più, ch’egli proponga quale modello di santità e di virtù quel forsennato persecutore di eretici e cacciatore di streghe che fu Carlo Borromeo. Alla faccia di chi proclama l’inviolabilità del diritto alla vita e il rispetto della dignità della persona!

La cosa non deve stupire più di quel tanto. In effetti, il Grampa è espressione di quella Chiesa che, ritornando alle origini e “purificando la memoria”, ha riscoperto il suo ruolo di guida spirituale coprendo i passati misfatti con il pietoso velo dell’oblio: per compiere il proprio mandato di evangelizzazione nel più rigoroso rispetto delle direttive dottrinali. Non c’è dubbio che si darà da fare essendo uomo di buona volontà: laddove s’intenda che per lui, animato da efficientismo velleitario, conta più l’azione in sé che non il suo buon fine. Il quale, semmai, spetta alla divina provvidenza.

Guido Bernasconi

Visite pastorali: il dipartimento bara?

giovedì, 6 marzo 2008

COMUNICATO STAMPA  06.03.08

DELL’ASSOCIAZIONE SVIZZERA LIBERI PENSATORI – SEZIONE TICINO

«Né il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport né il competente Ufficio delle scuole comunali hanno ricevuto, direttamente o tramite gli Ispettori scolastici, richieste di autorizzazione per le visite pastorali e quindi non corrisponde al vero che il Cantone abbia rilasciato un’autorizzazione in merito alle visite pastorali di Mons. Vescovo Piergiacomo Grampa»  si legge nella risposta che il Consiglio di Stato fornì il 26 giugno dello scorso anno allo scomparso deputato Giorgio Canonica e cofirmatari che lo avevano interrogato sulla legittimità delle visite del vescovo nelle scuole pubbliche alla luce, in particolare, dell’esigenza di garantire una chiara separazione tra la chiesa e lo Stato. Nella risposta citata all’interrogazione che risale al 2 maggio 2007 si scaricava la questione sui Comuni e sulle autorità scolastiche locali, quali uniche istanze ad aver ricevuto tale tipo di sollecitazione o direttamente dalla curia o dai rispettivi consigli parrocchiali locali. In merito il dipartimento, tramite l’Ufficio delle scuole comunali aveva pure diramato delle direttive trasmesse ai Comuni che ne avessero fatto richiesta che possono così essere riassunte e che, va riconosciuto, rispettano in larga misura il principio della separazione dei poteri ed il pluralismo di idee in una società democratica: le visite dovrebbero tenersi nel limite del possibile al di fuori dell’orario scolastico, le famiglie vanno informate e devono avere la possibilità di iscrivere o meno i propri figli, se la visita avviene nell’ambito dell’orario di lezione a chi non partecipa va garantito un programma alternativo serio. A parte il fatto che, per quanto riguarda le scuole elementari e quelle dell’infanzia, non tutti i Comuni e i rispettivi istituti si sono allineati su tale tipo di direttiva (un caso per tutti è quello di Castel San Pietro dove specificamente nel caso della scuola dell’infanzia non vi è stato alcun tipo di informazione preventiva alle famiglie ad un livello formativo che non prevede nessun tipo di  istruzione religiosa senza che il fatto, seppur denunciato da diverse persone, abbia prodotto reazioni da parte dell’autorità superiore) non è vero che il Decs non ha mai concesso alcuna autorizzazione al vescovo per le proprie visite.

In effetti, don Grampa, al momento della risposta, aveva già visitato una o forse più sedi della scuola media, quindi di istituti dei quali è responsabile il Cantone e per esso il Decs.

La visita alle scuole di livello cantonale nel frattempo è proseguita. Così lo scorso 15 febbraio il vescovo è stato alle scuole medie di Balerna, in questi giorni visiterà la sede di Chiasso e  in aprile  quella di Tesserete (prima della risposta all’interrogazione aveva già messo piede nella sede di Camignolo e forse in altre).

Come può, dunque, il dipartimento affermare di non aver mai concesso alcuna autorizzazione? Chi ha dato, dunque, il permesso al vescovo di visitare le scuole medie?

Sono domande legittime che confermano la scarsa trasparenza con la quale è stata fino ad oggi gestita tutta la faccenda.

I Liberi pensatori non possono di conseguenza, alla luce di questi fatti, che richiamare ancora una volta la necessità che lo Stato si faccia garante dei principi basilari della libertà di idee, di coscienza e di fede mettendo un limite alle azioni di propaganda ideologica e religiosa che il vescovo con la complicità di troppe autorità (questo è il fatto grave) sta conducendo in forma sempre più aggressiva in tutto il Cantone senza tener conto che viviamo in una società pluralistica all’interno della quale sono presenti più visioni religiose.

CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE

Per l’Associazione svizzera dei liberi pensatori

Il presidente
Roberto Spielhofer

Ticino: Insegnamento religioso: L’Illuminismo tradito!

martedì, 9 ottobre 2007

Versione integrale del testo del 9 ottobre 2007, in risposta alla presa di posizione del PLRT nell’ ‘ambito della consultazione insegnamento religioso avviata dal DECS, parzialmente pubblicato su Opinione liberale del 6 dicembre 2007).

Viviamo in un’epoca dove la grande maggioranza della comunità scientifica si preoccupa, seriamente, dello spaventoso divario fra le possibilità offerte dalla scienza, dalla ricerca e dalla tecnologia applicata, e la dilagante epidemia dell’irrazionalità.

Il ricorso all’irrazionale per risolvere qualsiasi problema dell’esistenza è dimostrato dalla proliferazione di tutt’una fiorente industria d’indovini, cartomanti, veggenti, maghi, santi, santoni e stregoni vari. Difficile trovare una rivista o un giornale che non pubblica il suo bravo oroscopo.
Si rifiuta la medicina ufficiale, che in pochi anni ha portato al raddoppio dell’età media della popolazione, per affidarsi a fantomatiche medicine alternative chiedendo perfino che queste siano riconosciute nelle prestazioni base della cassa malati obbligatoria.
Si rifiuta di vaccinarsi o di far vaccinare i propri bambini mettendo così a rischio non solo se stessi e i propri ma anche il rimanente della comunità.
Il Cantone pullula di ben 82 formazioni religiose differenti. (vedi “Repertorio delle religioni: panorama religioso e spirituale del Cantone Ticino” di Michela Trisconi De Bernardi).

Uno dei problemi più impellenti del presente consiste nel fatto che fondamentalisti d’ogni colore utilizzano le conquiste dell’illuminismo (libertà d’opinione, Stato di diritto, scienza e tecnologia) per impedire che i principi dell’illuminismo siano applicati alla loro concezione del mondo.

Che cosa fa In questo situazione il PLRT, già glorioso portabandiera dell’illuminismo nel Cantone Ticino, nella sua risposta alla consultazione sull’insegnamento della religione nella scuola pubblica?

- Invece di rallegrarsi, si scandalizza perché l’istruzione religiosa nelle scuole ticinesi è sempre meno seguita e addirittura disertata ai livelli medio superiori. Vuole rendere obbligatorio, a tutti i livelli, l’insegnamento di una fantomatica cultura religiosa che, più correttamente, si deve scrivere cultura dell’irrazionale. Dimentica che la pace religiosa, di cui godiamo fortunatamente oggi, non si basa sulla conoscenza delle religioni (si pensi solo alle labili conoscenze bibliche dei fedeli), ma proprio al fatto che sempre più larghe cerchie della popolazione trascurano i tradizionali insegnamenti delle religioni e ritengono l’ottica religiosa secondaria e senza importanza;

- Afferma che “non può essere misconosciuta, a prescindere dalle convinzioni religiose o non religiose, l’importanza che le concezioni e le controversie religiose hanno avuto nella storia svizzera ed europea”. Bene! Ma allora cosa si è insegnato fino adesso durante le lezioni di storia svizzera ed europea?

- Ha “come primo obiettivo un concreto miglioramento dell’insegnamento della “cultura cristiana” nella scuola dell’obbligo che deve, anche in questo campo, garantire solide fondamenta per le scelte e gli approfondimenti successivi”. Ottimo! Non ha che da rendere obbligatorio lo studio dell’opera, in 10 volumi (per ora otto volumi pubblicati in lingua italiana da Ariele), dello storico Karlheinz Deschner “Storia criminale del Cristianesimo”, rivisitazione della storia dell’Occidente «cristiano»; che non è rilettura, né reinterpretazione, ma ristabilimento della verità storica;

- inoltre si ha da “fornire agli studenti gli elementi fondamentali per la comprensione della cultura occidentale”. Benissimo! Non si ha che da potenziare le lezioni di letteratura, arte, filosofia e diritto della Cultura greco-romana nonché approfondire seriamente la storia dell’era dei lumi;

- per la formulazione dei nuovi programmi auspica la creazione di una commissione mista, formata da rappresentanti delle comunità religiose e del DECS, estromettendo i difensori del pensiero razionale, i Liberi pensatori, rappresentanti il 12.2% della popolazione (evidentemente il pensiero razionale da fastidio). Inutile! Basta accettare i consigli menzionati sopra. La commissione auspicata sarebbe in ogni modo ingestibile essendo i punti di vista inconciliabili.

Tutto questo in aperto contrasto con quanto garantisce la nostra Costituzione, il nostro Codice civile, la vasta giurisprudenza e le relative decisioni del Tribunale federale in materia.
Dove è rimasto il pensiero razionale nelle proposte del PLRT? Dove sono rimasti i concetti base dell’illuminismo tanto volentieri invocate? Fintanto che si continuerà ad insegnare ai bambini e agli adolescenti, frottole e bugie non si colmerà mai il divario che tanto preoccupa gli scienziati.
Non è compito della Scuola pubblica perpetuare miti e leggende vecchie di millenni e nate in un contesto storico e socio economico che non ha più niente da fare con i nostri tempi e che sono state la causa di secoli di prevaricazioni, guerre e miseria.
Tutte le conquiste che ci permettono, in fin dei conti, di usufruire di un relativo benessere generale sono state conquistate contro la costante, dura e pervicace opposizione delle chiese.

Compito della scuola pubblica è di fornire agli allievi un’istruzione basata sullo stato attuale delle conoscenze, libera da elementi sovrannaturali e mistici, di abituarli all’esame critico e razionale dei fenomeni fisici, psicologici e sociali, di far loro comprendere l’insostituibile ruolo della ragione e della scienza nel progresso dell’umanità, di abituarli a non accettare nessuna informazione se non vi sono validi motivi per ritenerla vera; di stimolare la loro curiosità e il loro interesse nei confronti della scienza; di proporre loro una visione del mondo, un’etica e azioni basate su una visione secondo un umanesimo evoluzionario come proposto da Michael Schmidt-Salomon nel suo “Manifest des evolutionären Humanismus” Alibri Verlag – Aschaffenburg.

Per quanto concerne le elementari il DECS farebbe bene di leggere la “Tesi sull’oggettiva e palese pericolosità psichica dell’insegnamento cristiano” di Sergio Martella, psicologo, psicoterapeuta, docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova; nonché la messa in guardia degli educatori dagli effetti della pedagogia nera della religione di Alice Miller dott. in filosofia, psicologia e sociologia, né “La persecuzione del bambino”.

Concludendo invito quei Liberali radicali ticinesi, che non hanno dimenticato le loro radici illuministe, di far sentire la loro voce in seno al PLRT a sostegno della razionalità e del progresso.

Roberto Spielhofer

Ticino: l’insegnamento religioso

venerdì, 24 agosto 2007

Presa di posizione sull’insegnamento religioso
Procedura di consultazione sulle proposte di insegnamento religioso
Pur avendo già espresso attraverso il proprio delegato in seno alla Commissione la sua posizione sull’ora di religione, l’ASLP-Ti tiene ad intervenire anche in questa fase del dibattito per ribadire le ragioni che la portano a pronunciarsi per lo stralcio puro e semplice dell’articolo 23 della vigente Legge scolastica e contro l’inserimento di una norma sostitutiva mirante a legalizzare l’erogazione di una “cultura religiosa” mediante un corso di frequenza obbligatoria.

Già nella fase precedente la promulgazione della “legge-Buffi”, i liberi pensatori erano intervenuti a più riprese dichiarando la propria opposizione alla pratica della propaganda religiosa nella Scuola Pubblica, tanto più che tale attività era finalizzata alla catechizzazione ed al proselitismo e, quindi, in contrasto con le finalità di un’Istituzione che deve educare all’esercizio della ragione sui dati forniti dall’esperienza, abituando gli allievi a non accettare affermazioni quando non vi siano validi motivi per ritenerle attendibili.

Di fatto l’istruzione religiosa è generalmente consistita nello scodellamento meccanico di verità rivelate, di dogmi, di rudimenti di un’improbabile storia sacra, di precetti di una “vita morale” agganciata alla “vita liturgica”. Solo in tempi relativamente recenti negli ambiti dei cattolici inquieti si è fatta strada una più moderna concezione didattica in base alla quale diventava prioritario “l’orientamento ad una mentalità di fede”: per preparare in modo adeguato il terreno alla semina dei contenuti dottrinari di cui si è detto.

Perciò, oggi come nelle precedenti occasioni, i Liberi Pensatori affermano imprescindibile il principio della laicità. Ovvero: la democrazia si perfeziona in una società retta secondo il concetto della “res publica” se nelle norme che regolano la civile convivenza sono contemplate:

-    la tutela della libertà di coscienza;
-    il rispetto della parità legale d’ogni opzione filosofica ed ideologica;
-    la garanzia della neutralità delle Istituzioni Pubbliche nei confronti delle organizzazioni confessionali.
-
Questo per evitare che aggressivi movimenti d’opinione esercitino indebite pressioni sui singoli per costringerli a conformarsi secondo criteri di identità collettive di natura ideologica.

I Liberi Pensatori non misconoscono l’importanza del fenomeno religioso: anzi, ritengono che sia opportuno conoscere gli aspetti che più profondamente hanno inciso nella Storia dell’Uomo.

Ma per sapere che cosa hanno significato nel concreto le scelte ispirate dalla religiosità e dal fideismo non ha senso addentrarsi nelle fantastiche costruzioni teologiche delle diverse opzioni confessionali, anche perché tra ciò che si dice di voler fare e ciò che si fa le discrepanze sono enormi: in particolare quando si tratta di tradurre nella pratica i concetti di giustizia, di equità, di libertà, di amore, di pace.
Per quanto la storia insegna, si sa che le organizzazioni religiose hanno legittimato il loro potere e la loro influenza rifacendosi al mandato ch’esse avrebbero ricevuto dal dio mediante la “rivelazione”. E quando il potere politico non è coinciso con quello religioso, l’uno e l’altro hanno vissuto in simbiosi sorreggendosi vicendevolmente.
Non risulta che gli “uomini di dio” delle varie credenze abbiano avuto un’influenza benefica sui loro propri fedeli: non è grazie ai loro interventi che si sono evitati i conflitti sanguinosi che in ininterrotta serie hanno caratterizzato le relazioni tra comunità aventi interessi contrapposti. È vero, semmai, che i capi religiosi sono stati spesso i mandanti dei peggiori crimini contro l’umanità.

Circa le due iniziative parlamentari del 2002 di Paolo Dedini (il 25 marzo) e di Laura Sadis (il 2 dicembre), l’ASLP-Ti rileva che, pur essendo assai diverse nel taglio, nell’uso dei termini, nelle motivazioni ideologiche e, parzialmente, nelle finalità, entrambe hanno il medesimo “peccato originale”: quello di proporre una materia a sé stante che tratti specificatamente del fenomeno religioso in funzione sostitutiva dell’ora di religione.

L’iniziativa di Laura Sadis (che in realtà è opera dell’“Associazione per la Scuola Pubblica”, come dichiarato nell’atto parlamentare) è quella che maggiormente ha ispirato il rapporto finale, nella parte in cui emerge la posizione della maggioranza commissionale: è questa dunque che merita una critica più dettagliata.

Preliminarmente, tuttavia, l’ASLP-Ti ricorda d’aver già preso posizione, in una lettera al Consiglio di Stato dell’8 aprile 1986, contro la proposta di inserire nell’orario settimanale un “corso parallelo di cultura religiosa ed etica” obbligatorio per tutti coloro che non frequentavano il catechismo scolastico. Nel concetto di chi aveva formulato la proposta, le due “materie” dovevano essere contenutisticamente equipollenti. Giova ricordare che a sostegno di quella soluzione, ipotizzata dalla Sezione Pedagogica dell’allora Dipartimento della Pubblica Educazione diretto da Carlo Speziali, si pronunciarono la Comunità dei socialisti ticinesi, la Direttiva del Partito popolare democratico e la Curia retta in quegli anni dal vescovo Corecco.

Nel medesimo ordine di idee, qualche lustro più tardi, si è mossa l’Associazione per la Scuola Pubblica che dalla crescente diserzione (si noti l’uso di un termine riprovatorio) dall’ora di religione crede di poter dedurre che “l’ignoranza dei sia pur minimi elementi di cultura cristiana negli studenti delle scuola pubbliche è sempre più generalizzata ed evidente”.

Orbene, in mancanza di dati ricavati da una indagine i cui criteri sarebbero comunque da sottoporre a verifica di attendibilità, si può tranquillamente affermare che la lamentata ignoranza rimane a livello di pura supposizione.
Ma è proprio su tale supposizione che “l’Associazione per la Scuola Pubblica” poggia la successiva e, per lei, conseguente argomentazione, ovvero che l’ignoranza di qualche nozione religiosa impedirebbe agli alunni di “riconoscersi nell’identità culturale che li accomuna”.

L’ASLP-Ti ritiene che, in un momento in cui le migrazioni intercontinentali conducono ad un rimescolamento e ad un meticciamento delle popolazioni, è pericolosamente controindicato istituire e delimitare ideologicamente posticce identità collettive il cui unico obiettivo è quello di stabilire criteri di inclusione e di esclusione sulla base di catalogazioni etnico-razziali. L’ASLP-Ti denuncia queste operazioni come un retaggio della logica del “cuius regio, eius religio”.
Secondo gli autori dell’iniziativa Sadis “l’intolleranza trae alimento dall’ignoranza”. Non è sempre così: vero è, semmai, che ad evitare reciproche incomprensioni basterebbe esibire meno supponente sicurezza nella presunta conoscenza di una fantasiosa trascendenza, così da evitare che indigeni ed allogeni assumano i rispettivi credi come elementi prioritari delle rispettive identità. Meglio sarebbe che ciascuno cercasse di stabilire le relazioni con persone d’altra origine prescindendo da questioni fideistiche o, tout court, ignorandole.

In effetti è arcinoto: la religiosità non ha mai favorito gli incontri bensì gli scontri, dato che le verità di fede, i sacramenti, i precetti d’una confessione non sono conciliabili con quelli delle altre. E questa incompatibilità si manifesta con maggiore asprezza quando vengono messe a confronto le diverse rivelazioni, poiché gli interpreti della “parola del Signore” non tollerano che venga messo in discussione il ruolo che il dio stesso avrebbe loro affidato in esclusiva.
Molti dicono di volere il dialogo interreligioso, ma nessuno pensa seriamente alla possibilità di una conciliazione sulla base di un qualsiasi compromesso, poiché nessuno è disposto ad arretrare di un pollice dalle proprie posizioni.
Il Catechismo della Chiesa cattolica dichiara in tutte le lettere che “fuori dalla Chiesa non v’è salvezza”, con la sola eccezione di coloro che “senza loro colpa” ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa e tuttavia si comportano in modo conforme alla volontà divina. E, a togliere ogni dubbio, la “Dichiarazione circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa” recita: “l’unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato il compito di diffonderla tra tutti gli uomini”. Così che nessuno possa accampare la scusa dell’ignoranza!

Qualche parola merita anche la tesi avanzata dall’“Associazione per la Scuola Pubblica” secondo la quale la tradizione sarebbe la chiave per capire ed interpretare correttamente gli eventi storici. La tradizione offre una chiave (non la sola e non la principale!) di lettura, ma ciò non deve indurci a ritenere che oltre a conoscerla ed a capirla occorra pure condividerla, soprattutto in quanto essa è caratterizzata da manifestazioni di conformismo, di superstizione, di faziosità, di intolleranza, di prevaricazione, di fanatismo. Lo stesso discorso si deve fare quando si richiamano i “valori etici” ricavati dalla bimillenaria tradizione cristiana, dimenticando ancora una volta i crimini commessi nel segno della croce e nel nome del “Signore”!

Ma, infine e concretamente, che cosa viene a proporre la maggioranza della “Commissione sull’insegnamento religioso nella scuola”?

Ebbene l’“insegnamento religioso” (così viene chiamato – et pour cause!) è obbligatorio nella scuola elementare e nel secondo biennio della scuola media.
L’ASLP-Ti ritiene che nella scuola elementare la conoscenza del fenomeno religioso va connessa alla realtà ambientale e non deve eccedere l’ambito dell’esperienza di vita del fanciullo (Mentre per ciò che attiene all’eventuale percorso confessionale che i genitori scelgono per i propri figli basta ed avanza ciò che vien detto e fatto in famiglia e nell’ambito delle attività parrocchiali.)
Orbene, pretendere che il docente generalista debba, d’ora innanzi, conformare la formazione culturale propria e quella dei suoi alunni ai contenuti tracciati da una commissione mista ad hoc e quindi sottoporsi alla sorveglianza speciale di detta commissione significa:

-    che, a mente della maggioranza della “Commissione sull’insegnamento religioso nella scuola”, i docenti titolari non sarebbero stati finora adeguatamente formati sul piano culturale e perciò non avrebbero saputo adempiere al proprio compito che contempla l’educazione morale e civile dei fanciulli anche attraverso opportune esercitazioni di vita pratica;
-    che di queste carenze non si sarebbe finora sentita conseguenza negativa alcuna a livello della preparazione degli allievi, perché il catechista vi avrebbe posto rimedio;
-    che la “materia” di cui si vorrebbe assegnare l’erogazione al generalista è, dunque, nella sostanza, equipollente al catechismo scolastico nella misura in cui ne deve fare le veci;
-    che occorrerebbe far “entrare la formazione religiosa (sic et simpliciter) nel curriculum di formazione del docente” perché costui sia abilitato compiutamente alla pienezza del suo compito educativo;
-    che in questo specifico settore del sapere (quello della “cultura” religiosa) il docente deve rimanere sotto tutela speciale, sia per quanto fa, sia per quanto omette di fare … e ciò in chiaro contrasto con il pieno riconoscimento della libertà d’insegnamento e dell’autonomia didattica che un tempo (solo venticinque anni fa: si legga il “Rapporto della Commissione per la nuova legge quadro della Scuola” in Scuola Ticinese, no 96/1982) si riteneva conditio sine qua non di un’efficace azione educativa.

Di questo passo ci si potrebbe chiedere perché la maggioranza della “Commissione sull’insegnamento religioso nella scuola” non abbia, per coerenza con quanto auspica nel “rapporto finale”, proposto l’apertura di una speciale sezione dell’Alta Scuola
Pedagogica presso il Seminario Diocesano San Carlo: là, infatti, si trovano le persone più adatte a dare ai maestri ticinesi quella “formazione religiosa” che loro permetterebbe di sostituire degnamente i catechisti.

Per ciò che attiene all’ora obbligatoria di “storia religiosa” da inserire nella griglia oraria settimanale del secondo biennio della scuola media, valgono le considerazioni già fatte: il fenomeno religioso non merita d’esser trattato in una materia sé stante, ma deve trovar posto, come per altro già avviene, nell’ambito delle altre diverse materie (storia, geografia, letteratura, storia dell’arte, ecc.).

La soluzione di affrontare la questione religiosa separatamente in primo luogo porrebbe seri problemi circa i contenuti che dovrebbero essere purgati da sbavature teologiche e, in secondo luogo, circa le persone degli insegnanti che dovrebbero essere liberi da ogni condizionamento confessionale (anche di natura “ecumenica”) per evitare ogni possibile scivolata propagandistica e proselitista. Si tratta di problemi sui quali, verosimilmente, non sarà possibile trovare una seppur minima base di consenso.
Circa l’eventuale istituzione di corsi facoltativi di “storia delle religioni” nella scuola media e nelle scuole medie superiori, l’ASLP-Ti tiene a sottolineare che anche sui contenuti di detti corsi dovrebbe esser fatta chiarezza per ragioni analoghe a quelle che ostano all’istituzione dei corsi obbligatori.

Sulla base di quanto esposto, l’ASLP-Ti annuncia sin d’ora che si opporrà con ogni mezzo legale a sua disposizione all’istituzionalizzazione dell’istruzione religiosa nelle forme auspicate dalla maggioranza della “Commissione sull’insegnamento religioso nella Scuola”.

In conclusione l’ASLP-Ti,

●    si oppone fermamente alla istituzione di un corso – obbligatorio o facoltativo – di “cultura” religiosa nell’ambito della scuola pubblica;

●    ritiene del tutto anticostituzionale l’obbligatorietà di tale corso;

●    considera che la storia delle religioni e delle loro ideologie debba semmai trovare posto, nel rispetto dei principi di laicità e di neutralità, nell’ambito dell’insegnamento delle materie storiche e di cultura generale;

●    chiede lo stralcio puro e semplice dell’art. 23 della Legge scolastica;

●    si riserva di intraprendere tutti i passi che riterrà opportuni, di natura giudiziale e stragiudiziale, a tutela della libertà confessionale e di espressione, nonché della neutralità e della laicità della scuola pubblica.

Paradiso,  24 agosto 2007

Il presidente                             Il segretario
Roberto Spielhofer                 Alfredo Neuroni

Ticino: La ?cultura? religiosa bussa a scuola

domenica, 1 aprile 2007

Con il comunicato stampa di lunedì 5 febbraio 2007 il DECS ha avviato la procedura di consultazione presso gli organismi scolastici, i partiti, le organizzazioni sindacali, le associazioni magistrali, gli enti che operano nel settore dell’educazione, l’assemblea dei genitori, ed altre associazioni, sulle proposte di insegnamento religioso illustrate dalla Commissione di studio istituita dal Consiglio di Stato nel 2004. Le associazioni e gli enti consultati sono invitati a presentare le loro osservazioni alla Divisione della scuola del DECS entro la fine di giugno 2007.

Ci siamo!

- Il rapporto della maggioranza della Commissione sull’insegnamento religioso nella scuola pubblica prevede:
1. -a livello della scuola elementare un insegnamento religioso impartito dal generalista, dunque obbligatorio per tutti gli allievi.
2. – a livello della scuola media si prevede una formula sperimentale che prevede l’introduzione di un’ora obbligatoria di insegnamento della religione nel secondo biennio impartito da docenti formati ad hoc.
Una commissione mista nominata dallo Stato definirà i contenuti dell’insegnamento obbligatorio e la competenza necessaria dei docenti, sia a livello di scuola elementare, sia a livello di scuola media. Di tale commissione dovranno far parte tutte le parti interessate, rappresentanti delle chiese riconosciute, delle altre entità religiose presenti nel Cantone, dell’Associazione per la scuola pubblica, dell’Associazione svizzera dei liberi pensatori. Nello specifico, se la formazione e la vigilanza didattica dei docenti sono di competenza dello Stato, la commissione ha un ruolo determinante nella definizione dei programmi e della scelta del materiale didattico.
3. – a livello della scuola media superiore un insegnamento integrato nelle singole discipline obbligatorie.

- Il rapporto dei rappresentanti della Chiesa cattolica prevede il mantenimento dello status quo nei tre livelli. Istruzione religiosa facoltativa impartita dalle Chiese cattolica ed evangelica finanziata dallo Stato.

- Il rapporto di minoranza dei rappresentanti dell’Associazione svizzera dei liberi pensatori – Sezione Ticino chiede la soppressione pura e semplice dell’art.23 della legge sulla scuola pubblica del 1° febbraio 1990.

L’alto livello di educazione in generale, l’esplosione dei mezzi di informazione e di comunicazione di massa, l’accesso immediato al sapere più disparato offerto dalla rete elettronica mondiale, e non da ultimo, l’accresciuto benessere materiale raggiunto hanno fatto sì che parti sempre più larghe della nostra popolazione si disinteressano delle religioni avite, situazione che è confermata
dalla sempre minor frequenza alle funzioni religiose. Si va ancora in chiesa per il battesimo, per le nozze e per le esequie. Questa situazione si rispecchia anche a livello scolastico, dove l’istruzione religiosa cattolica facoltativa attuale registra una frequenza del 70% a livello di scuola elementare, del 64% a livello di scuola media e meno del 10% a livello di scuola media superiore.
Si comprende che una simile situazione possa preoccupare la chiesa cattolica che lamentava il diffondersi di un’ignoranza religiosa pregiudizievole per la formazione umana delle nuove generazioni (Torti 2001).
Meno comprensibile quando è la politica a lamentarsi che è sempre più generalizzato ed evidente l’ignoranza dei pur minimi elementi di cultura cristiana negli studenti delle scuole pubbliche ticinesi (Sadis 2002).

Chi si lamenta dell’ignoranza dei pur minimi elementi di cultura cristiana, dimentica che la pace religiosa, di cui godiamo fortunatamente oggi, non si basa sulla conoscenza delle religioni (si pensi solo alle labili conoscenze bibliche dei fedeli!), ma soprattutto al fatto di trascurare tradizionali insegnamenti della fede e ad atteggiamenti che ritengono l’ottica religiosa senza importanza e secondaria.
Dunque, invece di lamentarsi dell’ignoranza religiosa sarà meglio rallegrarsi, e mettere in luce il lato estremamente positivo di questa evoluzione, a dimostrazione che la popolazione e soprattutto i giovani sono maturati e sempre meno disposti a credere in fiabe salvifiche e in dogmi settari vecchi di quasi due millenni, concepiti in tempi dove le conoscenze erano quelle che erano e per situazioni politico sociali e ambientali che più nulla hanno a che fare con i tempi attuali. Finalmente, anche se a fatica prendono il sopravvento la razionalità e le scoperte dell’era dei lumi, segnando, si spera, il definitivo tramonto dell’era delle superstizioni e dell’oscurantismo, avverando ciò che sperava il filosofo francese Auguste Compte nel 1825 ossia che un giorno la ragione avrebbe vinto ogni superstizione religiosa.

Ogni essere umano ha il diritto di concepire il mondo secondo le proprie affinità spirituali e le proprie esperienze personali, e non si vede perché lo Stato debba dar manforte alle ormai anchilosate religioni, incapaci di frenare l’esodo dei loro fedeli, per richiamare all’ovile le pecore smarrite.

La Scuola pubblica, una delle principali istituzioni dello Stato democratico, liberale e laico, deve dare ai giovani dei solidi principi fondamentali per la loro vita, con il fine di aiutarli a reagire positivamente nei tempi difficili, senza cadere nell’errore delle pure supposizioni e delle cieche credenze. Deve offrir loro la base per sviluppare le proprie facoltà virtuali e questo senza promettere loro una vita eterna per la propria buona condotta e le proprie azioni caritatevoli. Le promesse che non devono essere mantenute sono senza valore.
La scuola deve educare ad un’incessante e sincera ricerca della verità (condizione prima per un’armoniosa coabitazione in una società democratica e multietnica, un perseguimento continuo delle libertà politiche (democrazia), preludio alla libertà interiore, e un rispetto della vita di ciascuno e delle sue opinioni particolari (tolleranza).
Inoltre è necessario offrire agli allievi nella scuola pubblica uno spazio dove possono crescere senza essere turbati dai pregiudizi degli adulti.

La proposta della maggioranza della Commissione nella forma attuale è improponibile perché in aperto conflitto con la Costituzione federale art. 8 cpv. 2; art. 11; art. 15 cpv.4 e del Codice civile svizzero, art. 303. La prevista Commissione mista non è gestibile.

La proposta della Chiesa cattolica è anacronistica e non tiene conto della mutata situazione sociale del Cantone Ticino, dove quasi il 50% delle classi della scuola obbligatoria hanno più del 30% di allievi provenienti da altre culture e praticanti altre religioni. Se adottata obbligherebbe il Cantone, in rispetto all.art.8 cpv. 2 della Costituzione federale, a finanziare l’insegnamento religioso delle molteplici religioni ormai presenti sul territorio, in primis l’Islam.
Giova qui ricordare che secondo il censimento federale dell’anno 2000, nel Cantone Ticino la percentuale dei dichiarati non credenti e degli indifferenti era del 12,2%.

Resta la proposta dell’ASLP – Sez. Ticino, unica che rispetta il principio fondamentale dello Stato laico democratico, la separazione netta tra Stato e Chiesa, il rispetto della Costituzione federale e il rispetto delle leggi dello Stato.

Dunque mettiamoci tutti all’opera per far valere le nostre ragioni.

Roberto Spielhofer