“Il Salmo svizzero come alibi per difendere lo Stato confessionale” - Presa di posizione sul nuovo Inno nazionale

Salmo, lo dice la parola stessa, richiama l’idea di preghiera. E di preghiera si tratta. Non può essere definito in altro modo il testo che gli atleti svizzeri sono invitati a cantare quando salgono sul podio (ma non è un obbligo) e che, per contro, gli allievi della scuola dello Stato della Repubblica e Cantone del Ticino sarebbero (sono) tenuti ad apprendere a memoria.  Credenti e non credenti o, ancora, figli di credenti e non credenti, di atei, agnostici, musulmani, ebrei, buddisti e quant’altri.

La sola idea di aprire un dibattito per una revisione del testo oggi in vigore ha mandato in fibrillazione clericali e bigotti nostrani, vale a dire coloro che non hanno mai digerito l’affermazione dei principi della laicità, un percorso che invero in Svizzera e in Ticino attende ancora di essere completato. Dai parlamentari federali (Regazzi e Romano) a quelli cantonali (uno per tutti il sindaco di Balerna Luca Pagani) è stato un nevrotico agitarsi perché,voler rivedere il testo dell’inno (del salmo) coinciderebbe con il tradire le radici di questo Paese.

I Liberi pensatori ritengono che si debba mettere un po’ di ordine di fronte a tale confusione. Per cominciare sono due le date cui riferirsi se si vuole parlare delle origini della Confederazione : il 1291 (Patto del Grütli) e il 1848 (vittoria dei Cantoni protestanti su quelli cattolici nella guerra del Sonderbund del 1847, guerra  che portò alla nascita della Svizzera moderna, cioé liberale).  Il Salmo, invece, porta la data del 1841, una melodia composta dal monaco Alberik Zwyssig accompagnata dal testo scritto da Leonhard Widmer. La Svizzera attuale, quella che si dovrebbe ispirare ai valori della libertà e della tolleranza, non era ancora nata. Del resto il percorso del Salmo è stato piuttosto tortuoso. Il governo federale dominato dai radicali nel corso del diciannovesimo secolo faticò ad adottarlo tanto che bisognerà attendere il 1981 perché il Consiglio federale lo facesse. Parlare, dunque, di tradizione, radici e soprattutto storia è fuori luogo. Con la sua iniziativa la Società di utilità pubblica ha voluto aprire un dibattito sui valori che reggono la comunità nazionale. Un confronto più che necessario per definire quei valori nei quali tutte le cittadine ed i cittadini si possono identificare al di sopra delle fedi, delle ideologie, delle culture e delle etnie. Libertà, solidarietà, pace e pluralità sono le parole chiave del testo scritto dal musicologo Werner Widmer. Cose che paiono scontate, ma difficili da capire da parte di chi non ha ancora digerito il diritto dell’individuo all’autodeterminazione (suicidio assistito, aborto, procreazione assistita, eutanasia, ecc). Quello della Società di utilità pubblica non è un cedimento alle pretese dell’islam. I fanatismi ed i dogmatismi si combattono affermando i valori laici. Nè ci si aggrappi al fatto che la Costituzione si apre con un riferimento al dio onnipotente. Le opere umane sono infatti, per loro natura, perfettibili.

 

Per l’Associazione svizzera  dei Liberi pensatori-Sezione Ticino, il presidente:

Giovanni Barella

 

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