Le ragioni storiche della croce nel vessillo nazionale

In occasione dei campionati europei di calcio, il Comitato nazionale dell’Euro 2008 aveva voluto proporre una curiosa interpretazione della croce latina che campeggia al centro del patrio gonfalone. Lo aveva letto come un “più”: ad indicare che la Svizzera avrebbe un di più, in positivo, rispetto agli altri Paesi. La trovata, ancorché discutibile, non peccava di originalità. Personalmente, la potrei persino trovare simpatica nella misura in cui fosse espressione di un auspicio più che di una presunzione di superiorità. Ma tant’è.

Per il vescovo luganese Pier Giacomo Grampa, così facendo si compie, invece, una mistificazione, frutto – secondo lui – di un misto di impudenza, di ignoranza, di superficialità, di dabbenaggine. Dice il Grampa : “Noi non sappiamo che farcene di un “più” svuotato dei suoi veri contenuti, della sua essenza, dei suoi valori, della preziosità dei suoi riferimenti alla nostra storia e alla ricchezza del patrimonio cristiano”.

Per lui la croce collocata al centro dell’insegna nazionale elvetica è un segno identitario totalizzante che i cittadini svizzeri non possono non far proprio a meno di non voler commettere un vero e proprio anno di apostasia, di negazione di se stessi.

Non ha tutti i torti il capo della Chiesa locale: i cristiani non devono essere defraudati di ciò che li costituisce, li qualifica, spiegando e giustificando la loro volontà di identificarsi come tali. A lui, che è stato rettore del  Collegio Papio, non dovrebbero essere ignote le preziose dispense ciclostilate in cui Gaspare Fässler (padre OSB) illustrava la storia patria ai collegiali. Va dunque ricordato che la croce è apparsa, nella bandiera nazionale, ufficialmente nel corso di una parata militare a Berna, nel 1840. Diventando Stato federativo (ma solo nel 1848) l’Elvezia assumeva per tutto il Paese il nome di una sua parte: Svizzera da Schwyz. E, per completar l’opera, traduceva nella bandiera nazionale la crocetta bianca che nel vessillo cantonale svittese era ed è relegata in un cantuccio. Qualcuno si chiederà a questo punto l’origine della crocetta svittese. E’ presto detto. Nel 1289 una banda armata di quella zona, al servizio del suo padrone feudale (il capo della casa degli Habsburg, che al momento rivestiva anche la carica di imperatore), aveva partecipato ad una spedizione bellica contro il duca palatino dell’Alsazia-Lorena. Nell’occasione gli svittesi si erano  distinti nella presa di Besançon che avevano invaso nottetempo massacrandone la guarnigione e parte degli abitanti. Avevano sperato di ottenere in premio per i loro servigi una “carta di libertà” che li rendesse vassalli diretti dell’impero, togliendo di mezzo i balivi. Rodolfo d’Habsburg ritenne che non fosse il caso di esaudire quel desiderio ma, per non congedare a mani vuote i baldi montanari, tanto valorosi quanto feroci, li autorizzò a fregiare le loro insegne militari della croce propiziatoria. (Si ricorderà che, dai tempi di Costantino in poi, chi combatteva all’insegna della croce aveva il successo garantito: in hoc signo vinces! , aveva pronosticato il “santo” papa Milziade all’imperatore romano, alla vigilia della battaglia del Ponte Milvio, nel 312 dell’era volgare.)

Ancora recentemente il Grampa, in una pubblica allocuzione tenuta sul San Gottardo in occasione della celebrazione del “natale della Patria”, ha ribadito questi concetti ritenendo che repetita juvant, come se una distorsione della verità, per il fatto d’esser reiterata, possa perdere la sua natura mistificatoria.

Orbene, se al vescovo di Lugano può  far piacere ricordare le origini (e le ragioni!) storiche della bandiera svizzera, attribuendo all’ esibizione della croce nel vessillo la volontà di significare adesione ad un presunto evangelico messaggio di pace e d’amore, ad altri può ripugnare l’idea che il campo rosso simboleggi il sangue dei borgognoni e la croce bianca richiami quella che contrassegnava le tombe delle vittime dell’eccidio di Besançon. Questione di gusti, si dirà. E soprattutto di valori. Non è perciò facile capire come il vescovo di Lugano, che pure conosce o dovrebbe conoscere la storia svizzera,  abbia l’audacia (per non dire altro) di associare l’insegna rossocrociata “al cristianesimo e – come dice lui – al Mistero d’amore del nostro Dio, che per noi ha offerto il Figlio nel sacrificio della croce”. Mistero davvero. E miracolo di incongruenza.

In questo ordine di idee, è certamente preferibile leggere la croce come il segno matematico “più” piuttosto che come simbolo della tradizione guerrafondaia di un Paese specializzatosi, da allora in poi per qualche secolo, nell’arte della guerra e nell’offerta di combattenti mercenari, ad majorem Dei gloriam.

Lo scrittore inglese Samuel Johnson, oltre due secoli or sono, aveva rilevato come il patriottismo fosse l’ultimo rifugio delle canaglie: una espressione un po’ colorita per dire che, quando uno è a corto di argomenti,  quale estrema risorsa, si appropria degli “argomenti” che più sono atti a suscitare la passionalità e tifoseria faziosa: perché nel segno di un rassicurante conformismo si imbeva di accomunanti parole d’ordine e si fregi di identificanti insegne. Al seguito degli stessi predicatori della fede e degli stessi alfieri del patriottismo.

Guido Bernasconi (libero pensiero 9/2008)

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