Diocesi ticinese

Dieci personaggi diversi per un medesimo disegno

La disputa del primato tra potere civile e potere religioso è una costante storica. Ogni qualvolta si suppone che il contenzioso sia finalmente risolto, la questione vien riproposta in nome del “superamento” di antagonismi che non avrebbero più ragion d’essere, stante la presunta comunanza degli intenti dello Stato e della Chiesa. Per altro, a coloro che si appropriano il potere statale per promuovere tutelare gli interessi del gruppo dirigente cui appartiene può pur fare comodo la pace confessionale: nella misura in cui i detentori del potere religioso siano disposti a collaborare senza prevaricare e senza cedere a tentazioni egemoniche. Così è stato nell’evo contemporaneo, quando le comunità nazionali hanno fissato le rispettive frontiere e le loro classi dirigenti si sono preoccupate di far coincidere i confini delle giurisdizioni “spirituali” con quelli delle amministrazioni secolari.

Laddove le società civili combaciavano con le comunità religiose non si sono creati grossi problemi: si pensi agli Stati dotati di Chiese nazionali (i Paesi protestanti, anglicani od ortodossi con le proprie organizzazioni confessionali autocefale). Diverso è stato il discorso per i Paesi ove la Chiesa locale era filiale di un’organizzazione internazionale (quale la Chiesa “cattolica” –appunto!- con le sue pretese di universalità). In Svizzera ove vi era stata una guerra civile incancrenita da motivazioni confessionali, la questione religiosa tornò a farsi acuta con la pubblicazione del Sillabo di Pio IX e la pretesa di infallibilità papale sancita dal Concilio Vaticano nel 1870, tant’è che proprio per questo il governo federale rimosse, motu proprio, un paio di vescovi e successivamente (nel 1873) la Confederazione e la “Santa Sede” interruppero le relazioni diplomatiche. Fu in quel clima di grande contrasto che si pervenne (ma solo dopo la scomparsa del papa del Sillabo) ad una prima composizione della questione diocesana ticinese. Con la convenzione del 1884, le due parti, riconciliate, si accordarono per lo scorporo delle Parrocchie ticinesi dalle diocesi di Como e di Milano e la creazione di un nuova giurisdizione episcopale di particolare configurazione.

Filiale dell’Internazionale cattocristiana

Formalmente, la diocesi di Lugano fu abbinata a quella di Basilea, ma l’insieme delle Parrocchie ticinesi venne sottoposto all’autorità pastorale di un amministratore apostolico, con dignità episcopale ma privo della titolarità: per questo, gli “ordinari” operanti nel Ticino, da Eugenio Lachat fino a Giuseppe Martinoli, sono stati tutti titolari di una diocesi di fantasia, in partibus infidelium. Dal 1885 fino ad oggi ne sono succeduti una decina, dei quali, parafrasando Marco Aurelio, si può dire che “d’alcuni non è rimasto neppure per poco il ricordo, altri son divenuti favole, altri sono già scomparsi anche dalle favole”…

Il primo, Eugenio Lachat, altri non era che il defenestrato vescovo di Basilea, riciclato a titolo di consolazione quale tutore spirituale dei clericali ticinesi. Durò un paio d’anni. Il successore, Vincenzo Molo, merita una menzione speciale per la sua partecipazione – in tandem con il famigerato capo dei conservatori, Gioacchino Respini – al Primo (e unico …) Congresso Antimassonico Internazionale di Trento nel 1896, in rappresentanza della Vandea ticinese.

Vero personaggio da … favola fu Alfredo Peri Morosini che aveva voluto assumere il ruolo di Principe della Chiesa e che dovette lasciare il mandato pastorale a seguito di rivelazioni circa episodi di sapore boccaccesco dei quali era stato protagonista. Lo scandalo consentì ai tradizionalisti di disfarsi di un prelato che non aveva fatto mistero delle sue tendenze moderniste. Aurelio Bacciarini ebbe l’arduo compito di ridare prestigio all’istituzione ecclesiastica. Vescovo di Daulia (diocesi anch’essa in partibus infidelium), il Bacciarini si accreditò l’immagine di uomo austero, ascetico, contemplativo, ma fu duro e autoritario nella sua funzione apostolica: le sue visite pastorali più che attestazione di paterna sollecitudine erano vere e proprie ispezioni degli effettivi e delle truppe parrocchiali, con particolare attenzione alle questioni di carattere disciplinare e amministrativo. Attivissimo organizzatore si occupò dell’azione cattolica, della stampa curiale, dei sindacati cristiano-sociali. Gli iperbigotti videro in lui un novello Carlo Borromeo e alla sua scomparsa non mancò chi ne invocasse la sollecita canonizzazione. La sua carriera celeste si fermò al gradino d’accesso – quello di Servo di Dio – e, per quanto è trapelato dai lavori dell’apposita commissione, questo primo passo è destinato a rimanere l’ultimo.

Di Angelo Jelmini, vescovo travicello, poco c’è da dire: per tutto il suo lunghissimo mandato pastorale si distinse per l’apparente bonomia. Spiacque ai nostalgici dell’era bacciariniana la sua propensione ad evitare gli attriti con i rappresentanti del Ticino laicista: in nome del quieto vivere. Significativa dell’atmosfera in cui lo Jelmini si trovò ad operare fu la lettera che alcuni paladini dell’intransigenza clericale scrissero a Roma per denunciare la sua inettitudine al cospetto dei massoni e dei socialisti. Egli ebbe tuttavia nei suoi ultimi anni la buona sorte di godere del clima di distensione indotto dal Concilio Vaticano II.

Lugano diocesi a sè

Dopo di lui, Giuseppe Martinoli, prete d’altri tempi, passerà alla storia per il solo fatto d’esser stato il primo vescovo titolare, allorché il comprensorio clericale ticinese divenne formalmente Diocesi di Lugano, nel 1971, per disposizione del papa Montini, consenzienti le autorità civili cantonali e federali, nonché il vescovo di Basilea. Fu durante il mandato del Martinoli, nel 1975, che la religione cattolica apostolica romana cessò d’essere “la” (ovvero, la sola) religione del Cantone, in compenso alle due organizzazioni cristiane maggioritarie venne riconosciuta la personalità giuridica di diritto pubblico: apparentemente solo un contentino formale che tuttavia si configurava come l’attribuzione del crisma dell’ufficialità sia alla Chiesa cattolica sia a quella evangelica.

La scelta del buon Ernesto Togni, tranquillo curato di periferia, quale capo della diocesi luganese cadde proprio nell’anno (1978) in cui terminava l’era montiniana per iniziare quella wojtyliana. E i “tempi nuovi” per i quali sarebbero occorsi “uomini nuovi” erano ormai finiti: stava iniziando per la Chiesa di Roma il lungo pontificato oscurantista di Giovanni Paolo II contrassegnato, secondo la profezia di “san” Malachia di Armagh, dal motto De Labore Solis (ovvero, l’eclissi del sole). Il Togni non era certo l’uomo adatto a dirigere una organizzazione ove veniva ripristinato il principio gerarchico: non autoritario, fu incapace di essere autorevole. Semplicemente, non aveva la stoffa del comandante. Ben si capisce che, posto di fronte ad un compito per il quale non era tagliato, egli fosse tentato di fuggire rinunciando alle responsabilità della carica. La sua smania di spogliarsi dell’abito episcopale venne anche malevolmente interpretata (e non solo perché fosse “colui che fece per viltade il gran rifiuto”). Checché sia stato, il suo allontanamento consentì al papa Wojtyla di procedere alla nomina di Eugenio Corecco: uomo ritenuto adatto a propiziare il ritorno al rigore dottrinale, alle certezze ideologiche, all’autorità del magistero. Autocratico fino all’arroganza, il Corecco procedette alla revisione dell’organigramma diocesano avocando a sé il diritto di muovere le sue “pedine”. Ciò facendo si inimicò una cospicua parte di quei cattolici che, assaporata la licenziosità postconciliare, pretendevano trasformare la Chiesa in una comunità democratica. La fronda clericaldemocratica giunse a dotarsi di un giornale (il Quotidiano, appunto) sulle cui pagine il presule fu a più riprese bersaglio di aspri attacchi per le sue disinvolture amministrative (“Evita come la peste un uomo di Chiesa che è anche uomo d’affari”, giunse a scrivere un sacerdote riferendosi al “vescovo-finanziere”). Nonostante tutto ciò, il Corecco si mosse imperterrito alla realizzazione dei suoi obiettivi, primo fra tutti quello del nuovo statuto giuridico della diocesi. In effetti, secondo l’antico ordinamento, le Parrocchie avevano, di fatto, la qualità di persone collettive sottoposte al diritto pubblico. Non così la Curia, che non era nemmeno contemplata nella legislazione cantonale. Secondo il pensiero corecchiano, così come ai Comuni facevano da pendant le Parrocchie, del pari al Cantone avrebbe dovuto corrispondere la Diocesi. E poco ci si curava   dell’incongruenza di esigere l’attribuzione della personalità pubblica ad un ente che ha sempre denunciato la prassi democratica come estranea alla sua struttura. Al Corecco importava soprattutto che nella legislazione cantonale fosse riconosciuta la subordinazione gerarchica dell’autorità parrocchiale a quella curiale, anche a prescindere dal fatto che nella Chiesa l’autorità non sale dalla base popolare ma discende dallo “Spirito Santo”. L’operazione va ascritta a suo merito, anche se andò in porto durante il mandato episcopale del suo successore Giuseppe Torti. Quest’ultimo tenne ad assumere un’immagine diversa da quella del suo predecessore: Parroco dei Parroci, si autodefinì, quasi a volersi mostrare più alla mano, più “aperto”, “tollerante”, “disponibile al dialogo” di chi invece era stato capo altezzoso e autocratico. Da “uomo di cuore”, si dette da fare, conformemente al suo motto per opera fides, alla promozione delle opere assistenziali. Merita d’esser ricordato che, durante il suo mandato, coloro che pretendevano il sussidio statale alle scuole private (segnatamente quelle confessionali) subirono una sonora batosta in votazione popolare (2001).

Quale Chiesa per quale Stato?

Al vescovo Giuseppe Torti è succeduto Pier Giacomo Grampa, già rettore del Pontificio Collegio Papio, personaggio energico e “temperamentale” (neologismo permettendo) che non ci ha messo molto a calarsi nei panni di Capo della Chiesa ticinese. Sin dall’inizio, a più riprese si è distinto, non senza qualche goffaggine, in esternazioni che rivelano in lui poca umiltà e scarso senso della misura. Conseguentemente al nuovo inquadramento giuridico dell’entità diocesana e della figura dell’ordinario, il vescovo attualmente in carica si sente investito, a livello cantonale, di una dignità istituzionale per lo meno pari a quella delle autorità civili, con questa differenza: all’autorità politica competono il governo e l’amministrazione del comprensorio ticinese sul piano secolare, a lui il governo e l’amministrazione dello stesso comprensorio sul piano spirituale. Il fatto è che, pur proclamando l’indipendenza e l’autonomia dei due poteri, quello civile e quello religioso, ad ogni piè sospinto c’è chi sostiene la necessità di una collaborazione tra l’uno e l’altro in nome di un’asserita complementarità dei compiti spettanti allo Stato e alla Chiesa. E ciò non solo nell’ambito operativo (segnatamente nei settori dell’istruzione, della cultura, dell’assistenza sociale) ma anche in quello normativo, laddove si pretende che le leggi dello Stato non possano essere in contraddizione con la morale ricavata dalla legge di istituzione divina.

Il panorama sociale è tuttavia decisamente mutato.

In primo luogo, non vige più il criterio esclusivista per cui (cujus regio, ejus religio) un’organizzazione confessionale aveva il monopolio nell’esercizio della religiosità. Così, in nome della tolleranza, ancorché in vetta alle preferenze fideistiche, il cattolicesimo romano non è più dominante al punto da poter pretendere il “rispetto” (intendasi l’”ossequio”) anche degli infedeli. Il fatto che le organizzazioni religiose associativamente più rappresentative sul piano numerico possano essere parificate giuridicamente ad enti pubblici non significa che esse si trasformino automaticamente in enti statali o parastatali. Per altro, proprio del momento del loro ufficiale riconoscimento, la Chiesa cattolica e quella protestante hanno visto diminuire i propri adepti e, prevedibilmente, il calo si accentuerà nella misura in cui i “fedeli non praticanti” finiranno per ammettere la propria estraneità dalla religiosità organizzata.

In secondo luogo, lo Stato cui le Chiese (in primis, quella cattolica) offrono la propria partnership non è più quello di una volta: nel senso che i pubblici poteri non appaiono più come espressione e sintesi della volontà popolare. Ciò consegue alla mancanza di adeguate risposte da parte della classe dirigente alle aspettative popolari. Così, in un quadro politico sostanzialmente immutabile pur nella variabilità delle maggioranze, si è persa la fiducia della gente in una democrazia impastoiata dai poteri forti. Ovvero, si è svilito il senso dello Stato e svalutato il significato del civismo.

Meno Stato, più Chiesa

Orbene, in un quadro sociale in cui Chiesa e Stato non costituiscono più obbligati e obbliganti riferimenti identitari, i detentori del potere religioso e di quello politico sembrano portati a considerare i reciproci vantaggi che possono derivare agli uni e agli altri da vicendevoli “legittimazioni attive” nell’ambito di una costruttiva collaborazione. In questo gioco delle parti non manca chi considera il rischio che il discredito di cui soffrono le istituzioni politiche si estenda per contagio alle istituzioni confessionali. E viceversa… A ciò concorre la crescente insofferenza nei confronti dei doveri sociali: a coloro che si ispiravano al motto “potendosi, meglio poco Stato che tanto Stato”, si sono aggiunti quelli che hanno fatto propria la medesima attitudine nei confronti della Chiesa. Per questa gente, lo Stato e la Chiesa sono ambedue di pubblica utilità ma vanno bene solo nella misura in cui ci si può stare dentro a modo proprio, tanto più che, mentre lo Stato non conosce scomuniche (se non quella ormai desueta del Berufsverbot), quelle della Chiesa non hanno conseguenze civili.

Il fenomeno della disaffezione della “gente” per la politica è universalmente diffuso. La sua più evidente testimonianza si traduce nel crescente astensionismo elettorale. Non votando, pur consapevole che gli assenti hanno sempre torto, il cittadino lascia che siano altri a delegare i “rappresentanti del popolo” (e quindi anche i suoi) rinunciando a responsabilizzarsi in altro modo. Il Ticino, sotto questo aspetto, non fa eccezione e, poiché non esiste un quorum al di sotto del quale una votazione possa esser dichiarata invalida, l’astensionismo vi è tranquillamente tollerato poiché viene interpretato come tacito assenso o, alla peggio, segno di indifferenza ma non certo di contestazione.

Ma se il mondo politico può permettersi di snobbare gli assenteisti, nell’ambito religioso c’è chi si preoccupa del calo delle adesioni registrato dalle organizzazioni confessionali. E ritiene di dover agire in controtendenza, mettendo in atto una strategia interventista: se la gente non va alla Chiesa, è la Chiesa ad andare incontro alla gente. Non per nulla, all’ultimo meeting di Comunione e Liberazione, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, ha nuovamente affermato che i cattolici devono intervenire in quanto tali nel dibattito politico e far valere il loro peso: all’insegna del motto programmatico “o protagonisti o nessuno”.

Un compito missionario necessario e urgente…

Poiché grazie all’assistenza dello “Spirito Santo”, è dotato del carisma dell’infallibilità in materia di fede e di costumi, il vescovo è abilitato ad esercitare il suo pastorale governo con il consiglio, la persuasione e, quando occorra, con l’autorità e la sacra potestà. L’attuale vescovo di Lugano non ha dubbi circa il suo mandato che consiste nell’annunzio della verità e, pur non pretendendo di essere un pozzo di dottrina, è certo d’essere “sacramento universale di salvezza” nella misura in cui va tra le genti ad ammaestrarle, a battezzarle e ad insegnar loro ad osservare tutto ciò che il “dio” ha comandato. Niente meno. Uomo d’azione più che di pensiero, il Grampa è un tipico esemplare della missionaria Chiesa pellegrina il cui compito è di rendere udibile e visibile per ogni dove il messaggio evangelico. Così, privo del dono dell’ubiquità, s’è fatto scrupolo d’onnipresenza con una volonterosa mobilità. E in ogni occasione si è voluto proporre da protagonista. Non vi sono certo obiezioni da fare al suo peregrinare su e giù per il Ticino: quando si reca di ovile in ovile a visitar le pecorelle del suo gregge, agisce nell’ambito del suo mandato pastorale. Assai discutibile è, per contro, la sua tendenza ad estendere le visitazioni dall’ambito parrocchiale a quello comunale, marcando, cioè, presenza anche in quegli istituti ove si svolgono specifici compiti dello Stato. Ci si riferisce in particolare alle scuole pubbliche che il prelato vuol trasformare in luogo di incontro con i docenti e i discenti, come se l’esistenza dello spazio di istruzione religiosa nell’orario scolastico gli consentisse di sentirsi in “casa propria”, pur se solo per il tempo corrispondente alla propaganda confessionale dei clerico-cattolici. Questa invadenza episcopale non ha mancato di suscitare qualche giustificata reazione: in effetti, gli esibizionismi di un capo religioso latore di un messaggio fideistico non si addicono ad un istituto deputato allo studio, alla conoscenza e all’esercizio della ragione sui dati forniti dall’esperienza. Per altro, non v’è alcun dubbio sul fatto che le visite pastorali, pur riservate a coloro che intendono “avvalersene”, abbiano esclusivamente scopi propagandistici e proselitistici. Dunque correttezza vorrebbe che questo genere di contatti si verificasse altrove: tanto più che non mancano i locali adatti alla bisogna. Qualche paolotto ha avuto la faccia tosta di sostenere che la presenza di monsignor Grampa nella scuola andrebbe intesa come un invito a cercare di risolvere i problemi del giorno d’oggi unendo le forze, laiche o religiose che siano. Così, nell’ottica neoclericale, quei laicisti che esprimono delle riserve – quando non, ohibò, delle opposizioni – circa l’improbabile proficuo esito di un “dialogo” tra fideisti e razionalisti è affetto da un anticlericalismo di matrice ottocentesca.

Orbene, è innegabile che i liberi pensatori siano, in certo qual senso, eredi dell’anticlericalismo ottocentesco. E non hanno motivo alcuno di vergognarsene: semmai ne sono orgogliosi, senza per questo ritenersi nostalgici del tempo andato. Ma è per lo meno paradossale che l’accusa di passatismo rivolta ai “miscredenti” provenga da baciapile che si richiamano non solo al controriformismo tridentino ma addirittura al bimillenario magistero dei loro sacerdoti.

Se, per i laici di sacristia, il Grampa non manca d’autorevolezza nel rappresentare la Chiesa cattolica apostolica romana, proprio per questo, agli occhi di tutti i non-clericali, egli è portavoce di una casta confessionale che pretende di calare lezioni di etica e di morale, rifacendosi a “valori” che ha predicato per secoli senza mai praticarli. Emblematico è il fatto che, secondo lui, la nostra civiltà si informi agli stessi principi cristiani che hanno ispirato sempre e ovunque l’azione della Chiesa. E, ancor più, ch’egli proponga quale modello di santità e di virtù quel forsennato persecutore di eretici e cacciatore di streghe che fu Carlo Borromeo. Alla faccia di chi proclama l’inviolabilità del diritto alla vita e il rispetto della dignità della persona!

La cosa non deve stupire più di quel tanto. In effetti, il Grampa è espressione di quella Chiesa che, ritornando alle origini e “purificando la memoria”, ha riscoperto il suo ruolo di guida spirituale coprendo i passati misfatti con il pietoso velo dell’oblio: per compiere il proprio mandato di evangelizzazione nel più rigoroso rispetto delle direttive dottrinali. Non c’è dubbio che si darà da fare essendo uomo di buona volontà: laddove s’intenda che per lui, animato da efficientismo velleitario, conta più l’azione in sé che non il suo buon fine. Il quale, semmai, spetta alla divina provvidenza.

Guido Bernasconi

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