Teismo – anticlericalismo – libero pensiero

Secondo taluni “uomini di dio”, da lui investiti del “sacerdozio” e quindi iniziati ai misteri della trascendenza, i Liberi Pensatori sarebbero persone libere di ragionare con i paraorecchi dei preconcetti, e di vedere le cose con gli occhiali affumicati dall’ateismo ed anticlericalismo.
Questa è un’affermazione a dir poco paradossale quando si considera che viene pronunciata da individui che, ponendo la ragione in subordine alla fede, vincolano la loro concezione del mondo e del senso dell’esistenza ad opinioni prefabbricate, assunte quali verità assolute ed indiscutibili.
Al proposito si può dire che qualcuna di queste persone vede e denuncia, scandalizzandosene, la pagliuzza nell’occhio altrui e non la trave nel proprio!
Dei Liberi Pensatori si vuol far passare l’immagine di pecore smarrite che disubbidiscono al buon pastore e ne sfidano i cani in quanto hanno il difetto di misconoscere la propria natura che è quella di appartenere al gregge.
Ma gli uomini non sono pecore! Per altro nemmeno sono animali meno mansueti usi a riunirsi in branchi, ai quali talora sembrano simili.
Gli Esseri Umani hanno il dono della Ragione associato al libero arbitrio (ma su ciò nemmeno tutti i credenti concordano), dunque hanno facoltà di scelta, pur se presso taluni (ma non tutti!) interviene il dio donando loro la fede: una fede che, appunto, se uno non l’ha non se la può dare!
I Liberi pensatori non sono dunque “uomini di fede”, nel senso che non credono nelle verità rivelate da una divinità calata dalla trascendenza della storia. E, a maggior ragione, non credono nelle rielaborazioni del presunto divino messaggio che individui auto-proclamatisi “sacerdoti” hanno successivamente scodellato ai profani.
Non è tuttavia corretto sostenere che tutti i Liberi pensatori siano atei finché si equivoca sul termine dio. In effetti, sulle questioni di natura metafisica non vi sono certezze condivise. Se è consentito un gioco di parole, si è tutti concordi nel dire che non vi sono certezze se non una: quella, appunto, secondo cui non vi sono certezze!
Così il Libero Pensatore può essere ateo, agnostico, panteista o credente in un’entità superiore indefinita, ma non può, contemporaneamente, essere fautore di una confessione religiosa.
L’adesione all’Associazione Svizzera dei Liberi Pensatori non è compatibile con l’appartenenza ad una qualsiasi comunità religiosa.
I clericali sono infastiditi dal fatto che i Liberi Pensatori non sono i laici ed i laicisti che loro si aspetterebbero, cioè non sono le persone rispettose del loro divino agire che, declamano, è atto a preparare ed a garantire la serenità eterna. Il termine laico si presta a questa incomprensione in quanto laico è, infatti, colui che non fa parte del clero perché non ha ricevuto gli ordini sacerdotali. Quindi, dato che un gregge non può essere composto solo da pastori, per i clericali, i laici sono…le pecore!
Ma i Liberi Pensatori sono laici in quanto si ispirano ai principi del laicismo, cioè al sostegno della piena indipendenza di pensiero ed azione, anche politica, contro qualsiasi ingerenza religiosa.
Al proposito il “caso” Zapatero è emblematico: in occasione di una visita papale in terra spagnola, il Primo Ministro ha ottemperato, come suo compito, ai doveri di accoglienza del Monarca dello Stato del Vaticano, ma nulla più, nel pieno rispetto dei principi laicisti. Non vi è, infatti, nessuna necessaria complementarietà fra Stato e Chiesa, anzi, tale collaborazione comporta inaccettabili confusione e sovrapposizione di ruoli, a favore esclusivo della Chiesa per un’estensione della sua influenza.
In questo ordine di idee, una breve digressione merita la distinzione tra deismo e teismo.
Deismo inteso quale ipotesi dell’esistenza di un demiurgo dagli indefinibili contorni, appartenente ad una dimensione umanamente inarrivabile ed inconoscibile; teismo caratterizzato dalla certezza di una figura soprannaturale chiaramente personalizzata, in permanente colloquiale relazione con l’uomo “fatto a sua immagine e somiglianza”.
Le due diverse concezioni non hanno nulla che le accomuni: l’una è un’astratta speculazione filosofica, l’altra un’affabulazione superstiziosa.
Eppure c’è chi ha la spudoratezza di sostenere il contrario. Nell’ottica medievaleggiante, secondo cui il rango della filosofia era di fungere da umile ancella alla teologia, il papa Ratzinger ha preteso arruolare le “anime morte” del pensiero ellenico nel tentativo di stabilire una parentela ideale tra la filosofia greco antica e la mitologia giudaico-cristiana.
Con tale operazione mistificante egli vorrebbe cucire un mantello ideologico comune ad uso di quell’occidente che, nelle sue aspirazioni, dovrebbe essere unitario.
Il riferimento papale al mondo ellenico è, sotto un certo profilo, opportuno: ricorda, infatti, l’attitudine abietta che gli uomini della Chiesa primitiva ebbero nei confronti del pensiero antico.
In effetti, fu riciclato tutto ciò che poteva essere incorporato nell’ideologia dominante, mentre ciò che non serviva alla bisogna, talora spacciato come “scritto di magia”, veniva distrutto (con una certa frequenza assieme al latore di tale pensiero). Non per nulla, degli scritti di coloro che non appartenevano alle correnti teiste non sono rimasti che miseri brandelli.
Già negli “atti degli apostoli” (19,19) si parla di un grandioso autodafè in cui, su istigazione del cosiddetto “apostolo delle genti”, Paolo di Tarso, vennero bruciati libri per un valore allora stimato in cinquantamila giornate lavorative di un operaio. Il fatto, pare, avvenne ad Efeso.
Secondo i religiosi nostrani, i Liberi Pensatori, in particolare quelli che si riconoscono nell’ASLP-TI, sarebbero affetti da un anticlericalismo preconcetto: come se uno, di punto in bianco, senz’altra motivazione che il gusto della faziosità, prendesse partito contro tutto ciò che sa di sacrestia.
(Ma è certo una forzatura il ridurre l’anticlericale alla figura caricaturale del mangiapreti. A parte le considerazioni sull’indigeribilità di simile pietanza si può anche immaginare che tra i mangiapreti si trovassero persone mosse da rancori d’origine strettamente privata: chi avesse sofferto le attenzioni pruriginose dei sacerdoti, chi non avesse apprezzato la pratica della confessione secondo le istruzioni sessuofobiche di sant’Alfonso Maria de Liguori, chi fosse stato leso nei propri diritti ereditari da lasciti estorti in punto di morte ai propri cari. Non è tuttavia su queste miserie che l’anticlericale fonda le proprie convinzioni.)
L’anticlericalismo ha motivazioni ben più elevate e, se la denominazione non apparisse troppo riduttiva, le Associazioni dei Liberi pensatori potrebbero con orgoglio richiamarsi a questa scelta etica: che fu quella dei nostri maggiori, i quali nel 1902 costituirono la “Società anticlericale Ticinese” e pubblicarono il loro “organo officiale” dal nome “L’ Anticlericale”.
Si potrebbe ricordare, a titolo di paragone, che in drammatici momenti della storia europea i democratici d’ogni tendenza trovarono un loro comune denominatore nell’antifascismo: e ancorché questa non fosse condizione sufficiente a caratterizzare il “democratico”, ne era condizione necessaria.
Analogamente, ancorché l’anticlericalismo non sia condizione sufficiente a caratterizzare il Libero Pensatore, ne è condizione necessaria!
La spiegazione del termine sta nella sua composizione: anti clericalismo = contro il clericalismo. Ora, il clericalismo è quell’attitudine che induce i seguaci di una religione, e di una religione rivelata, per giunta, a riconoscersi come un tutt’uno: membri di un sol corpo che, in un intricato labirinto allegorico, diventa “sposa di Cristo”, trasformandosi così nel “Cristo totale”, attraverso l’unione sponsale.

Al di là delle difficoltà di comprensione del confuso rapporto genealogico tra le varie persone della divinità, nonché tra queste ed il popolo di Dio, una cosa è chiara: la Chiesa è una ed al di fuori di essa non c’è salvezza.
Al proposito è significativa la citazione di san Cipriano di Cartagine ripresa in un testo che avrebbe dovuto testimoniare la riflessione della Chiesa sulle colpe del passato: “Non può avere Dio per
padre chi non ha la Chiesa per madre.” (vedi documento della Commissione teologica
internazionale “Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”, cap. 3,4)
In questo ordine di idee il rapporto che l’uomo può avere con la Chiesa è ridotto alla semplice alternativa di starne dentro o di starne fuori, con tutte le conseguenze che l’una o l’altra
comportano.
Ma se è comprensibile che i clericali si comportino secondo i dettami dell’organizzazione cui appartengono, non è ammissibile che i miscredenti siano costretti a riconoscere come valori universali quelli, e solo quelli, di cui la Chiesa si arroga la tutela, né che siano tenuti ad assumere tutte le norme morali e/o comportamentali che sono proprie degli uomini di fede, né che debbano partecipare o contribuire direttamente o indirettamente alle manifestazioni collettivo di stampo confessionale, né che si richiedano loro ossequio per le istituzioni religiose e reverenza per le esibizioni liturgiche
E nemmeno si può chiedere ai miscredenti di rimanere silenziosi di fronte alle operazioni di proselitismo e di propaganda che vengono condotte invadendo gli spazi pubblici.
Per altro visto che per i clericali non c’è neutralità possibile (si ricordi l’inequivocabile sentenza: “chi non è con me, è contro di me.”), è bene che le voci del dissenso si facciano sentire adeguatamente.
Certo è che le gerarchie clericali non hanno più l’influenza di un tempo e sono dunque meno aggressive nel portare avanti le loro ambizioni prevaricatrici e nel sostenere la “legittimità” dei loro privilegi. Il che è vero! Ma la Chiesa non è mutata per propria iniziativa, bensì vi è stata costretta da quegli Uomini Liberi che hanno lottato per affrancare progressivamente il potere civile da quello religioso: facendo prevalere l’autorità fondata sulla partecipazione democratica in opposizione a quella di emanazione teocratica.
A chi non ha conoscenza della lenta evoluzione della storia, giova ricordare che il quadro geo- politico ha subito una decisiva mutazione solo poco più di due secoli or sono e che i regimi nei
quali lo Stato della Chiesa si specchiava sono mutati nella forma quanto nella sostanza. Finito il tempo dei sovrani per diritto divino, si sono diffuse ovunque le istituzioni repubblicane. Il solo monarca assoluto rimasto è il papa!
Comunque sia, a coloro che sostengono che l’organizzazione clericale non è più quella di prima si può, e si deve, obiettare che la Chiesa apostolica romana:
-continua ad asserire la sua sacralità derivante dalla mistica parentela con la divina mono triade;
-continua a rivendicare la facoltà di esprimersi in nome e per conto del dio da cui avrebbe ricevuto esplicito mandato;
-continua ad affermare il suo primato tra i cristiani e, ovviamente, tra coloro che si rifanno
all’alleanza di Abramo (inclusi i “fratelli maggiori”);
-persiste nell’esercizio di pratiche magiche: dal miracolo transustanziale su cui si fonda la comunione eucaristica, agli esorcismi volti alla liberazione degli indemoniati, dalle taumaturgie connesse al culto mariano, ai fenomeni soprannaturali connessi all’esposizione di reliquie ed icone;
-ribadisce l’estensione della sua giurisdizione spirituale sulla legge civile le cui disposizioni devono essere conformi alla legge divina, eterna, naturale e rivelata, che “ha come perno l’aspirazione e la sottomissione a Dio”;
-pretende il riconoscimento dei valori che si ricavano dal suo magistero, predicato e praticato nei secoli, ignorando volutamente le nefandezze perpetuate contro l’umanità nel corso dei diciannove ventesimi della sua bimillenaria tradizione.
E tra tutte le attitudini pretenziose dei clericali, la più ripugnante è quella di calar lezioni d’etica e di morale su tutto e a tutti, sulla base di una spudorata mistificazione della storia: della propria storia! Se si vuoI ricorrere a una immagine, la Chiesa si presenta come un vecchio malvissuto che, dopo aver commesso lungo il corso di tutta la sua vita una serie ininterrotta di crimini ed aver istigato le sue creature a fare altrettanto in nome dei propri interessi, venga a mostrarsi quale modello di virtù. Non è il caso di farla lunga con l’elenco dei crimini della Chiesa, tanto più che essa osa sostenere d’aver già fatto i conti con il proprio passato, d’aver riconosciuto le proprie colpe e di essersene perdonata in virtù del mandato assolutorio che il dio le ha concesso di applicare anche a se stessa
Il fatto è che la Chiesa non ha alcuna credibilità nell’operazione volta a “purificare la memoria”: sia perché non ha formulato che una confessione parziale e reticente, sia perché non ha mostrato alcun segno del suo sincero pentimento.
Ma, considerato che una riparazione del male commesso non è concretamente immaginabile, in
qual modo la Chiesa avrebbe potuto dare un segno che mostrasse il suo ripudio dell’ignominioso passato e, quindi, la sua conversione?
Sarebbe stato.sufficiente che avesse depennato dal lungo elenco dei santi tutti coloro che si distinsero nella persecuzione dei pagani, degli infedeli, degli eretici, dei non conformisti, degli areligiosi, degli uomini di scienza eterodossi, dei liberi pensatori. Non ne è stato rimosso uno dalla comunione dei santi, e tutti continuano coralmente a cantare le lodi alla maggior gloria del dio!
Si dirà, formulando con ciò più una speranza che una convinzione, che “indietro non si torna”. Sarebbe tuttavia un errore credere che i principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, sulla cui equilibrata fusione si regge la giustizia sociale, siano acquisiti una volta per tutte.
La storia, nei suoi corsi e ricorsi che seguono cicli ultragenerazionali, insegna, o per lo meno dovrebbe insegnare, che in ogni tempo sono state riproposte con successo barbariche teorie sulla disuguaglianza delle razze, delle etnie, delle culture, e sulla superiorità delle une rispetto alle altre.
E in ogni tempo sono apparsi coloro che hanno anteposto la logica della sopraffazione a quella della fraterna cooperazione.
Orbene, immancabilmente sono intervenuti gli uomini di fede a consacrare i rispettivi fanatismi così da impedire ogni razionale e pacifica concertazione.
Anche ai giorni nostri le relazioni tra gli uomini sono condotte all’insegna della competizione che, qua e là, si manifesta in forma cruente. E ovunque vi sono componenti confessionali!
Ben si sa che tutte le tensioni sociali hanno motivazioni d’ordine politico-economico, eppure tutte finiscono per assumere dimensioni in parte o prevalentemente confessionali, nell’interesse di chi queste tensioni non vuoI sciogliere e nell’interesse di chi dalla religiosità collettiva può ricavare strumenti di pressione e, quindi, di potere.
E proprio nel momento in cui da una parte e dall’altra si attizza lo scontro fra i fedeli delle due più rappresentative correnti religiose (cristianesimo ed islam), fa non poca specie la strategia del Capo della Chiesa di Roma (in ciò fiancheggiato dai leader politico-spirituali di ispirazione protestante ) che tende la mano al “mondo islamico” con l’aria di chiedere scusa ai fideisti di quella sponda per
le offese che una parte degenerata del mondo “occidentale” loro arreca con l’esibizione sacrilega
del suo indifferentismo, del suo relativismo, del suo agnosticismo, della sua areligiosità.
C’è da chiedersi se i mestatori delle diverse correnti musulmane condivideranno il disegno del papa Ratzinger e accoglieranno il suo implicito invito a scatenare la guerra santa contro i “nemici della religione”.
Se questa eventualità dovesse verificarsi, prepariamoci ad un difficile confronto, poiché già sappiamo da che parte si schiereranno i clericali nostrani.
Guido Bernasconi

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