Religione: “Ritorno” del religioso? Semmai crisi del fideismo!

Conosciuti i dati del censimento federale del 2000, il governo cantonale ticinese ha ritenuto opportuno conoscere nel dettaglio il fenomeno dell’associazionismo confessionale nel Ticino. Perciò, su proposta del capo del Dipartimento delle istituzioni – il clericale Luigi Pedrazzini –, ha incaricato della bisogna la “storica” Michela Trisconi De Bernardi.

In effetti, il confronto dei dati dell’ultimo censimento con quelli delle precedenti rilevazioni statistiche del periodo post-conciliare (dal 1970 in poi) mette in evidenza una realtà che non può non suscitare qualche preoccupazione, per più d’un motivo, in chi ha a cuore la… pace confessionale.

Complessivamente, la proporzione dei credenti d’ogni fede è scesa dal 98,2% del 1970 all’87,8% del 2000. Di converso è aumentata sia la proporzione degli areligiosi dichiarati, sia di coloro che hanno omesso l’indicazione della propria opzione ideologico-filosofica ritenendola irrilevante ai fini della propria connotazione identitaria: insieme rappresentano il 12,2% dei censiti.

Con tutto ciò, la diversificazione delle scelte è aumentata a dismisura. Di fronte a questa incongruenza non stupisce che si sia voluto vederci chiaro. È dunque lecito supporre che l’indagine sia stata commissionata anche per ragioni di “polizia”, in funzione sussidiaria al “monitoraggio” di cui sono oggetto, ad opera dei servizi di sicurezza, i gruppi “estremisti” di carattere politico-ideologico e/o fideistico. Al proposito non è inutile ricordare che nel 2002 è stato istituito a Ginevra il Centro intercantonale d’informazione credenze religiose alla cui attività partecipano agenti dei Cantoni del Ticino, Ginevra, Vallese e Vaud.

La Trisconi De Bernardi ha preso in considerazione tutte le risposte e ha tentato di classificare i censiti chiaramente riconoscibili quali adepti delle organizzazioni religiose già note. Con una pignoleria talora opinabile (ad esempio quando nell’ambito cattolico-romano scorpora due gruppi a suo giudizio dissenzienti) ella è riuscita a individuare le organizzazioni di riferimento dei cattolici, quelle degli ortodossi, degli evangelici riformati del “primo protestantesimo”, degli israeliti, dei musulmani distribuiti in venticinque diverse associazioni (o Chiese, comunità, assemblee, sette che dir si voglia). Orbene, tutti questi fedeli “tradizionali” (che seguono la fede dei padri) rappresentano l’86,1% dei 306’846 residenti nel Ticino censiti nel 2000. E i rimanenti credenti “alternativi” rappresentanti l’1,7% dei censiti (ovvero circa 5200 persone), dove vanno collocati, come vanno etichettati?

La Trisconi De Bernardi, nel suo lodevole desiderio di fornire il più completo e dettagliato panorama del fideismo organizzato, ha esteso la sua indagine a tutti i collettivi religiosi di cui fosse possibile trovare un recapito nel Ticino. Così, non volendo lasciare orfani i fedeli di orientamento alternativo, è riuscita a determinare circa cinquantacinque associazioni ove costoro potessero aggregarsi anche solo in dimensione gruppuscolare.

Molta fatica per poca cosa? La ricercatrice ha pensato che ne valesse la pena, considerato che, indipendentemente dai loro contenuti specifici, tutte le credenze hanno la medesima… “dignità”. Ma non è per esibire il suo zelante impegno che ella si è data la pena di compilare inuziosamente il lunghissimo catalogo. Preoccupata per la crescita dell’aconfessionalismo onché dell’indifferentismo in materia di fede, la Trisconi De Bernardi ha voluto vedere nella iversificazione delle scelte religiose e quindi nella proliferazione delle formazioni confessionali a prova tangibile di un “ritorno del religioso”.

Le cose non stanno così poiché, semmai, all’ingresso di “nuovi” credenti nelle comunità fideistiche di recente istituzione fa riscontro l’uscita dalle Chiese tradizionali di un corrispondente numero di fedeli disillusi. La gente affamata di “nutrimento spirituale” non è per nulla in aumento: ciò a cui si assiste è il travaso di individui inquieti da una comunità ad altre. Segno che il collettivo da cui disertano offre illusioni meno credibili e meno saporite di quelle propinate dai nuovi fratelli di fede. Stando così le cose, più che di un rifiorire della religiosità sarebbe piuttosto il caso di parlare della sua crisi.

Per altro, né il censimento, né l’indagine commissionata dal Consiglio di Stato danno del Ticino religioso più che una immagine di facciata: coloro che si dichiarano appartenenti ad una Chiesa (ciò vale soprattutto per gli enti confessionali cui è stata riconosciuta la personalità giuridica di   diritto pubblico) sono spesso equivocamente definiti come “credenti non praticanti”. Rimarrebbe da verificare quanto sia partecipativa una credenza caratterizzata dall’astensionismo. Vero è che non esistono dati statistici attendibili relativi alla pratica religiosa. C’è però una indicazione molto significativa dell’interesse (nel caso, del disinteresse) che i giovani nutrono per il fatto religioso: non appena gli studenti raggiungono il limite d’età che loro permette di scegliere se frequentare o meno l’ora di religione, l’astensione supera il 90 %. E questo in un Paese ove gli aderenti alla Chiesa cattolica e a quella evangelico-riformata rappresentano ufficialmente l’81,7%!
Per i clericali il punto dolente sta proprio in questo: nella “diserzione” dall’“istruzione religiosa”.

Ed è significativo che anche la Trisconi De Bernardi accusi di diserzione gli alunni che non si sottopongono alla frequenza dell’ora di religione tradizionale, giungendo persino a sostenere che ciò comporterebbe “gravi conseguenze” per la formazione della loro “cultura religiosa”. Infatti, secondo lei (e il suo giudizio coincide, non casualmente, con quello già espresso sia dalla curia vescovile, sia dalla direttiva del partito popolar-clericale, sia dai paolotti infiltrati nell’Associazione per la scuola pubblica) l’ignoranza in materia di fede genererebbe incomprensione e intolleranza. Per essere una “storica” di professione, la Trisconi De Bernardi, non sembra esser molto in chiaro sul rapporto causa-effetto. Chi conosce la storia sa che, dal lontano passato sino a tutt’oggi, sono proprio quelli che sostengono di conoscere le religioni (dal di dentro, s’intende) a pretendersi esclusivi detentori del divino messaggio loro rivelato in esclusiva. Ed è proprio l’indottrinamento confessionale che, evidenziando l’incompatibilità di verità contraddittorie, ne rende impossibile la conciliazione: donde le nemmeno troppo velate reciproche accuse di falsità e di impostura.

E dunque, è forse un male che gli uomini d’oggi, in particolare i giovani, si permettano di “ignorare” la varietà delle innumerevoli proposte religiose ? Orbene, “ignorare” ha duplice significato: non sapere e non dare rilevanza alcuna. Nella sua seconda accezione – che talora implica la prima – il termine ha valenza decisamente positiva: nel senso che di fronte ad opzioni confessionali che non hanno alcun fondamento razionale, la miglior cosa è di non dare importanza a ciò che solo serve ad attizzare passionali conflittualità. Nello stesso ordine di idee, è forse un male che si diffonda tra i giovani l’“indifferenza” religiosa ?

Certo che no, quando il termine sia preso nella sua accezione…attiva: nel senso di non voler vedere e attribuire “differenza” a ciò che, sostanzialmente, differente non è. Se una distinzione pur occorre considerare, è quella che esiste tra il fanatismo orgogliosamente intollerante dei fideisti e la disponibilità cooperativa dei razionalisti.

Il “Repertorio delle Religioni – Panorama religioso e spirituale del Cantone Ticino” (tale è il titolo che la ricercatrice ha dato al risultato della sua indagine) vorrebbe essere strumento utile a prendere le misure della…”geografia del sacro”. È, più che altro, un diligente catalogo atto a esibire, a fini promozionali, credenze e culti per ogni palato. Ciò allo scopo di magnificare il fenomeno del confessionalismo nel suo insieme e nelle sue varietà, per affermarne l’“importanza sociale” e giustificare così una maggiore “attenzione” delle istituzioni pubbliche. Orbene, di fronte alla diminuita proporzione dell’insieme dei credenti, i responsabili di tutte le comunità religiose si trovano nell’imbarazzante condizione di affermare la veridicità esclusiva del loro credo e nel contempo di smussare le spigolosità nei confronti dei concorrenti per far fronte comune contro il fenomeno della miscredenza pericolosamente in crescita. Per i clericali d’ogni specie quel che oggi conta è il credere e non ciò in cui si crede: che si promuova dunque l’orientamento ad una mentalità di fede, spacciando l’istruzione religiosa interconfessionale per arricchimento culturale!
Se possibile con il sostegno dello…Stato Laico.

Occhio all’assistenzionalismo religioso

Non ci si dovrebbe preoccupare più di quel tanto se, per paura della morte e di quel che “viene dopo”, molte persone siano sedotte dalle allettanti offerte di chi garantisce loro il superamento della fine terrena e l’ingresso in una paradisiaca eterna beatitudine. In effetti, le rassicuranti proposte fideistiche sono un rimedio all’inquietudine esistenziale di chi non può fare a meno di certezze di fronte alle grandi questioni sull’origine, sul senso e sulle finalità della vita. Fra i diritti dell’uomo universalmente riconosciuti la facoltà di credere figura nelle prime posizioni, anche se ciò che ü oggetto di credenza appartiene alla sfera dell’improbabile o dell’impossibile. Quindi la libertà di credenza deve essere comunque rispettata pur se deve essere chiaro che il rispetto è limitato alla libertà ma non si estende necessariamente alla credenza.

Ne consegue che, quando gli adepti d’una organizzazione religiosa diffondono pubblicamente, a fini di propagandistici e proselitistici, le loro convinzioni, deve essere garantito, a chi è di parere diverso, il diritto di replica quando voglia esercitarlo: in nome della libertà di espressione. E, a maggior ragione, deve salvaguardato il diritto di esprimersi sulle attività di carattere religioso quand’esse sono esercitate mediante interventi organizzati nella gestione d’affari che sono d’interesse sociale e che devono essere sottoposti al pubblico controllo.

Da tali attività – segnatamente di quelle caritatevoli e/o assistenziali promosse e gestite dalle chiese e delle sette operanti nel Ticino – poco o nulla si dice nel “Repertorio delle religioni” della Trisconi-De Bernardi.

Eppure è su questa loro “importanza sociale” che va richiamata l’attenzione del pubblico proprio perché è nelle zone grigie dell’assistenzialismo “sburocratizzato” che si annidano l’arbitrio e l’abuso a fini clientelistici. Un’inchiesta in questo campo sarebbe più che opportuna.

Guido Bernasconi
Articolo apparsa sul Nr. 11/12 2007 di frei denker/libero pensiero

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