Islam: L’affare delle vignette

Offensivo per chi?

Su questo presunto scontro di civiltà e di culture pubblichiamo ampi stralci della lettera dell’amico Guido Bernasconi, che fa il punto alla situazione e mette i puntini sulle i dopo tanto cancan mediatico.

«(…) un organo di stampa della lontana Danimarca ha pubblicato una serie di vignette suppostamente umoristiche in cui è stato raffigurato il profeta dell’islam preso ad emblema dell’attitudine aggressiva di una minoranza rumorosa – ma comunque consistente – del mondo musulmano.
Non manca d’esser curioso il fatto che gran parte della gente che è scesa in piazza non ha avuto modo di vedere le vignette: non nell’edizione originale né in eventuali copie le quali comunque, sarebbero state sacrileghe anche se riprodotte a scopo… pedagogico. Di fatto le masse fanatizzate si sono mobilitate sul sentito dire: offese nei propri sentimenti religiosi “per procura”, hanno vissuto il loro momento eroico sentendosi una volta tanto protagoniste.
Le manifestazioni di intolleranza religiosa fanno un certo effetto, oggi, poiché coinvolgono un’Europa che credeva d’essere al di sopra o al di fuori di conflitti di tale natura, ma non sono per nulla infrequenti nel resto del mondo: ce n’è per tutti i gusti, nello Sri-Lanka, nell’Afghanistan, nel Pakistan, nei vari Stati dell’Unione Indiana, nelle Filippine, in Indonesia…ove induisti, musulmani, buddisti e anche cristiani se la danno di santa ragione in modo ricorrente.
Se i fenomeni ai quali assistiamo in questi giorni suscitano una certa inquietudine, non meno preoccupante è la posizione assunta dalla generalità dei “responsabili” politici europei: tutti pronti a proclamare l’irrinunciabilità dei “nostri” valori e dei diritti che ne discendono, tutti altrettanto pronti a relativizzarne l’estensione sulla base di criteri d’opportunità. (Libertà sì, ma limitata!).
Orbene, quando si afferma che occorre rispettare la libertà di coscienza (e quindi anche la libertà di credenza: di qualsiasi credenza!) è doveroso non equivocare: il rispetto non va alla credenza bensì solo alla libertà. Questo “rispetto” non può tradursi nel divieto di esprimere opinioni critiche sulle questioni religiose, soprattutto allorché sono le organizzazioni confessionali che si rivolgono al pubblico con ogni mezzo propagandistico, a scopo di proselitismo,
Quando si ammette che non è lecito offendere i sentimenti altrui (segnatamente quelli religiosi) ci si pone su una china pericolosa che può condurre molto lontano.
In effetti , il giudizio sull’esistenza, la natura e la portata dell’oltraggio sembra essere di esclusiva pertinenza dell’offeso e dipende dalla sua “sensibilità”.
Numerosissimi sono gli episodi che illustrano come la sensibilità degli uomini di fede si tramuti, spesso, in suscettibilità e come questa si traduca, sempre, in atti di intolleranza.
Confrontati con reazioni intolleranti, i fautori del “dialogo interconfessionale” sono disposti a capirle – quando non a giustificarle – prendendo per buona la scusa che esse sono delle risposte, magari sproporzionate, a delle provocazioni.
Poiché quest’anno ricorre il 240′esimo anniversario della morte del cavaliere de La Barre vale la pena di ricordare ch’egli commise la provocazione di non scoprirsi il capo e di non farsi il segno della croce allorché si trovava a venticinque passi (tanti ne furono contati) dal passaggio della processione del “Corpus domini”. Per questo fu imprigionato, torturato e infine decollato; il suo corpo venne dato alle fiamme. Era il 1° di luglio del 1766. Jean François La Febre de La Barre aveva diciannove anni, fu castigato avendo dato scandalo…per omissione! Il fatto è che i tempi sono cambiati, anche se la mancata partecipazione ad un atto di devozione che tutti gli altri compiono può essere intesa come una ostentazione irreligiosa – dunque oltraggiosa! – da parte del renitente. Non si finisce più sul patibolo come un tempo ma, fino a non molti anni fa i nonconformisti erano soggetti ad una sorta di riprovazione da parte dei benpensanti.

Circa le recenti manifestazioni dei musulmani si deve ancora rilevare la sollecitudine con cui i rappresentanti delle altre confessioni religiose, pur denunciando gli “eccessi” compiuti dai seguaci di Maometto, hanno riconosciuto il carattere offensivo delle vignette: e non per il loro specifico messaggio, bensì per la natura blasfema della raffigurazione del “profeta”. (Per altro il divieto delle immagini ha solo la funzione di evitarne il culto ed, evidentemente, non sono delle vignette umoristiche suscettibili di promuovere l’idolatria.)

L’acquiescenza nei confronti delle pretese totalitarie dei fondamentalisti rientra nella strategia di “dialogo” perseguito dai credenti giudaico-cristiani, ovvero: all’insegna del motto “è dando che si riceve” i fondamentalisti cristiani ed ebrei auspicano che i loro omologhi islamici si attengano, in materia di rispetto del sentimento religioso, al criterio della reciprocità. E ciò allo scopo di rendere universalmente inquestionabile ogni genere di attitudine teista.
Da qui a ritenere peccaminosa e quindi condannabile (e perseguibile!) l’espressione di opinioni “non conformi” al totalitarismo fideista, il passo è breve. Su questa strada, in futuro non molto lontano, agli atei, agli agnostici, agli indifferenti verrà permesso di rimanere tali a condizione che non manifestino esteriormente la loro posizione: perché non possano dare scandalo.
In prospettiva, nel coro di coloro che cantano le lodi al dio, sarà permesso solo di non cantare, purché si muovano le mascelle fingendo di farlo.
Occorre dunque, perché questo scenario non si verifichi rispondere con la decisione che si impone alla rinnovata offensiva dell’internazionale fideista(…)»

D’altra parte, come dice Michel Onfray, il sostrato dei monoteismi è lo stesso e come già sosteneva Abi Tahir, condottiero di una corrente ismaelita, che nel gennaio 930 s’impadronì e saccheggiò La Mecca: «In questo mondo, tre individui hanno corrotto gli uomini, un pastore [Mosè], un guaritore [Gesù] e un cammelliere [Maometto]. E questo cammelliere è stato il peggior illusionista, il peggior prestigiatore».

E. Z.

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