Islam: Conflitto cristiano – maomettano

La cronaca di queste ultime settimane ha registrato, e registra tuttora, le turbolenze ed i contraccolpi della “lezione di Ratisbona” del 12 settembre scorso.
In quell’occasione il Papa ha fatto pesare tutta la sua autorità di capo della Chiesa Cattolica apostolica romana presentandosi quale promotore di un dialogo interreligioso tra i fedeli dei credo rivelati: un dialogo tra un Occidente ed un Oriente dagli indefiniti ed improbabili confini, l’uno e l’altro contraddistinti dal rispettivo marchio confessionale.
Perché l’attenzione di tutti ricadesse su di lui, Ratzinger ha fatto uso dell’arma della provocazione: se l’è presa con l’aggressivo espansionismo islamico servendosi delle parole di un imperatore bizantino vissuto nei secoli or sono.
Nessuno ha però rivelato che l’imperatore quando denunciava i mali della guerra santa musulmana, ometteva di ricordare che proprio la capitale del suo impero, dopo aver assunto in più occasioni il ruolo di sede strategica dei crociati in viaggio verso la Terra Santa, era stata messa a ferro e fuoco dalle barbariche orde cristiane nell’ambito della quarta spedizione dei liberatori del Santo Sepolcro.
Smemorato il personaggio storico in questione, non meno smemorato il Papa romano: l’uno e l’altro indecorosamente tesi a mistificare la storia.
E in ciò è più colpevole Papa Ratzinger che, mentre denuncia la disumanità della scimitarra jihadista, tace scandalosamente sulle atrocità connesse all’uso della spada evangelica. Non è certo con il “logos” che i contendenti delle varie guerre di religione hanno diffuso il divino messaggio d’amore insanguinando le “civili” terre europee. E non è certo con il “logos” che gli alfieri dell’occidente cristianissimo hanno bonificato le terre da loro colonizzate nel Terzo Mondo.
È proprio il caso di dire che raramente si son viste, così mirabilmente abbinate, la sfacciataggine e la malafede.
La parabola che narra di colui che denuncia il fuscello nell’occhio altrui e non rileva la trave nel proprio ben raffigura l’attitudine dei cristiani delle varie Chiese.
Il fatto è che la “lezione di Ratisbona” non aveva solo funzione didattica (nel senso che mirava a chiarire il pensiero del Pontefice romano sulla diversità confessionale) abbinata alla motivazione interlocutoria (nel senso che postulava un pacifico confronto con gli “altri” credenti nelle “rivelazioni”): Ratzinger ha provocato i musulmani nel loro insieme perché essi lo individuassero come principale antagonista e si unificassero nella comune avversione.
La conseguenza, auspicata ed avveratasi, è stata che all’apparentemente corale (e qua e là scomposta) reazione islamica ha fatto riscontro un’ altrettanto apparentemente corale (seppur non ovunque entusiastica) solidarietà cristiana.
Così, come per un gioco di prestigio, si riscopre nel XXI secolo un “oriente” musulmano di là ed un “occidente” cristiano di qua: al fine di ridefinire anche su base confessionale le “reciproche” sfere d’influenza secondo il criterio controriformista del “cuius regio, eius religio”!
Ed è appunto nell’ambito di questo suo disegno geo-teo-politico che il Papa, con il pretesto di voler esprimere il proprio rammarico per il malinteso in cui sono incappati coloro che non l’hanno capito, ha dato prova di buona disposizione tendendo la mano all’Islam. L’operazione gli è stata agevole in quanto egli ha equivocamente agito nella duplice veste di capo religioso e di capo di Stato: ciò gli ha permesso di convocare i rappresentanti diplomatici di una ventina di Paesi ove il credo musulmano è praticato dalla maggioranza della popolazione e che, perciò, possono essere tout-court qualificati come islamici.
Il voler attribuire ai Paesi, e di conseguenza ai loro popoli, un’identità religiosa collettiva costituisce una fuorviante generalizzazione: infatti, è sulla base di questa forzatura che, ripetutamente, si è preteso di giustificare l’imposizione di un conformismo ideologico e morale in funzione, e questo è per lo meno molto preoccupante, dell’omogeneizzazione totalitaria di intere comunità, di intere Nazioni!
È pur vero che la Storia è una maestra inascoltata: le vicissitudini di Joseph Ratzinger lo provano!
Nell’ottica di chi, pur sostenendo l’auspicio di un dialogo, ritiene ineluttabile lo scontro tra civiltà, non c’è spazio per il dissenso interno: così si ritiene doveroso che alla compattezza islamica venga opposta altrettanta fermezza cristiana. E senza defezioni, secondo il monito evangelico “chi non è con me, è contro di me”!
Malauguratamente, nel medesimo ordine di idee, sia in “oriente” che in “occidente” si vuole che il laicismo sia un “problema specifico del cristianesimo”, se non addirittura una sua degenerazione, causata da un’infelice interpretazione di un altro passaggio evangelico secondo cui si debba “dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”!
Sotto questo profilo Papa Ratzinger ha colpito nel segno allorché ha affermato che la sensibilità dei musulmani (ovvero dei loro gruppi di potere) non è urtata dall’esistenza e dalla concorrenza dei fedeli d’altre “religioni del libro”: coloro che credono in una rivelazione piuttosto che in un’altra sono comunque suscettibili alla conversione. Soprattutto i capi politico-religiosi musulmani temono, più d’ogni altra cosa, che il popolo di Dio possa essere contagiato dall’agnosticismo, dal relativismo, dall’indifferentismo, dalla areligiosità di matrice occidentale.
Va ancora detto che a Ratisbona il papa ha di nuovo inteso proporre il nesso che, secondo lui, esisterebbe tra i principi espressi dalla filosofia greca ed i valori ricavati dalla cultura giudaico-cristiana, come se si fosse verificata una sorta di compenetrazione tra questi e quelli.
Se non si trattasse di un’abietta mistificazione, l’invenzione del sincretismo ellenico-giudaico-cristiano potrebbe essere apprezzata per il suo involontario umorismo. In effetti, appare indecoroso il tentativo di riciclare il pensiero di quei filosofi dalle cui ipotesi deiste erano già state forzosamente derivate le certezze teiste.
Ora, per rendere più estesa la “memoria condivisa” degli occidentali si ripropone l’antico slogan secondo cui la filosofia sarebbe ancella della teologia, quella al servizio di questa. Il che permetterebbe, nell’ottica papalina, di avvicinare i cultori della Ragione ed i tifosi della Fede … sempre che la Ragione riconosca il primato della Fede, e ciò sarà sempre pura utopia: la Ragione, logicamente, non potrà mai convertirsi in Fede!
Tuttavia, pur considerando un’interessata esasperazione degli aspetti confessionali di un conflitto generato soprattutto dalla sperequazione economica e sociale tra i Paesi convenzionalmente definiti sviluppati e quelli del Terzo o Quarto Mondo, non si può in ogni modo negare che il momento sia particolarmente grave.
Non è certamente facile indicare una via d’uscita da questa situazione di globale confusione.
Certo è che lo spirito Laico, libero da qualsiasi morale legata a forme di credenze trascendenti, deve rimanere vigile su più livelli per non permettere mistificazioni e/o “insabbiature” d’ogni genere.

Guido Bernasconi

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