Betrand Russel: “Perché non sono cristiano”

Un libro sempre attuale

Mentre è in pieno svolgimento l’annuale trionfo dell’irrazionalismo e della mistificazione, Longanesi pubblica la traduzione in italiano di Tina Buratti Cantarelli del libro Perché non sono cristiano di Bertrand Russel, con appendice di Paul Edwards e l’introduzione di Piergiorgio Odifreddi, che vi propongo quale contributo in lingua italiana del “freidenker-libero pensatore”

Perché non sono cristiano
di Bertrand Russel
€ 14,60  221 p., rilegato
Anno 2006
Longanesi
ISBN 88-304-2348-3

Introduzione di Piergiorgio Odifreddi

Il cristianesimo pervade la società occidentale da così tanto tempo, e in maniera così invasiva, che le opinioni su di esso e sul suo ruolo ricoprono l’intero spettro delle possibilità: dalla constatazione di Soren Kierkegaard che «non possiamo essere cristiani», per l’impossibilità di vivere un autentico rapporto personale con Gesù, all’affermazione di Benedetto Croce che «non possiamo non dirci cristiani», per il ruolo che la fede e la Chiesa hanno avuto nella formazione della nostra cultura, al pronunciamento di Marcello Pera che «dobbiamo dirci cristiani», perché la laicità e la democrazia non sarebbero (state) possibili al di fuori della tradizione evangelica.
Evidentemente, e nonostante le loro differenze reciproche, gli esistenzialisti, gli idealisti e gli apostati hanno almeno un aspetto in comune: la mania di elevare le proprie opinioni personali al rango di verità universali. I logici sono più modesti, come dimostra fin dal titolo Perché non sono cristiano di Bertrand Russell: una memorabile raccolta di una dozzina di saggi scritti tra il 1925 e il 1954 (a parte una curiosità filosofica del 1899), in cui egli dice la sua su tutti gli aspetti della
religione in generale, e del cristianesimo in particolare.
E la dice apertamente, senza nascondersi, dichiarando fin dalla prefazione: «Penso che tutte le grandi religioni del mondo siano, a un tempo, false e dannose».Quanto alla giustificazione del titolo del libro, è presto detta: «In primo luogo, non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale». Anzi, a pensarci bene, più un personaggio letterario che un uomo, visto che in fondo «storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza». E neppure così eccezionale, visto che molte frasi dei Vangeli «hanno recato paura e terrore alI’umanità, e non mi sento di riconoscere un’eccezionale bontà in chi le pronunciò».
Del cristianesimo organizzato, poi, Russell pensa ancora peggio, e cioè che «è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale del mondo», e che «in ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte della Chiesa contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario». Affermazioni certo difficili da digerire per i credenti, ma altrettanto difficili da controbattere per chi ricorda da un lato le inopportune chiusure del Vaticano nei confronti delle maggiori innovazioni scientifiche, dall’eliocentrismo all’evoluzionismo alle biotecnologie, e dall’altro gli opportunistici concordati stipulati dalla Santa Sede con Mussolini ne11929, Hitler ne11933, Salazar nel 1940 e Franco nel 1953 (dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei).
Quanto all’atteggiamento del cristianesimo riguardo al sesso, cos’altro potrebbe dire Russell se non che esso è «morboso e innaturale», e che come altre sue dottrine fondamentali richiede «una buona dose di perversione etica in chi le accetta»? In fondo, le premesse biologiche della morale cristiana sono una madre che rimane vergine «prima, durante e dopo il parto», una procreazione assistita eterologa ante litteram, un esempio di vita completamente asessuata, e una predicazione per la quale «è bene non toccare donna», anche se «è meglio sposarsi che bruciare dalla passione» (Lettera ai Corinzi, I, 4). Le conseguenze logiche diventano così il celibato e l’astinenza nei casi migliori, e la pedofilia e la perversione in quelli peggiori: ovvero, in entrambi, un comportamento innaturale o morboso, come volevasi appunto dimostrare.
Più in generale, Russell avanza due obiezioni contro la religione. Anzitutto, «l’anacronismo di precetti che risalgono a epoche in cui gli uomini erano più crudeli, e perpetuano così abitudini contrarie alla nostra coscienza attuale»: cosa che dovrebbe essere ovvia, visto che le regole di vita adatte ai pastori analfabeti del deserto di duemila anni fa difficilmente possono essere automaticamente applicabili agli abitanti multimediali delle metropoli di oggi. E poi, la propensione moderna a «chiedersi se la religione sia utile, anziché di capire se essa sia vera»: non a caso, un capitolo del libro è la trascrizione di un dibattito (o, se si preferisce, un dialogo fra sordi) sull’esistenza di Dio tra Russell e un gesuita, trasmesso dalla BBC.
Da parte sua, l’obiezione che la religione rivolge in genere ai non credenti è che, come direbbe l’lvan dei Fratelli Karamazov, se Dio non ci fosse allora tutto sarebbe permesso. In più parti del libro Russell dimostra invece che un’etica laica è possibile, e la riassume nella massima: «la vita retta è quella ispirata dall’amore e guidata dalla conoscenza». Naturalmente, lungi dall’essere innocua, quest’affermazione è in aperto contrasto con le regole di comportamento che si ispirano alla religione, additata senza mezzi termini come «una forza del male»: ad esempio, non sono certo né l’amore né la conoscenza a proibire l’educazione sessuale, la masturbazione, i rapporti prematrimoniali, la contraccezione, l’aborto, la convivenza e il divorzio.
In un capitolo del maggio 1940 Russell notava che «la plutocrazia e la Chiesa si coalizzano per scagliare accuse di comunismo [sic] contro chiunque non abbia opinioni conformi», come quelle appena elencate. E sapeva cosa stava dicendo, visto che si trovava nel bel mezzo di un’imbarazzante vicenda accaduta a New York, dov’era stato invitato a insegnare al City College. Le proteste di un vescovo avevano scatenato una tipica caccia alle streghe statunitense che culminò in un processo, intentato da una signora di Brooklyn che temeva ciò che sarebbe potuto accadere alla figlia se un tale filosofo avesse insegnato in città, nonostante il fatto che i corsi dell’università fossero riservati per statuto ai soli uomini!
L’avvocato dell’accusa definì le opere di Russell «lascive, libidinose, sensuali, erotiche, afrodisiache, irriverenti, grette, false e prive di contenuto morale», e sostenne che era «contrario all’interesse pubblico nominare un insegnante che propugna l’ateismo». Il filosofo ricevette le dichiarazioni di solidarietà del mondo accademico, ed Einstein osservò: «I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta stupidamente i pregiudizi ereditati, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza». Il giudice revocò comunque la nomina, con la motivazione che Russell era uno straniero, era stato assunto senza regolare concorso e «aveva divulgato dottrine immorali e libertine».
L’episodio ebbe l’effetto pratico di impedire allo «straniero» non solo di insegnare in tutti gli Stati Uniti, dai quali non poteva andarsene per via della guerra, ma anche di tenere conferenze e scrivere articoli. Come racconta egli stesso nella sua Autobiografia, la situazione era aggravata dal fatto che i suoi sostenitori lo immaginavano, in quanto pari di Inghilterra, possessore di grandi tenute ancestrali e ricchissimo. A salvarlo dall’essere ridotto sul lastrico fu un mecenate di Filadelfia, il dottor Albert Barnes, che gli fece un contratto per scrivere la Storia della filosofia occidentale, poi divenuta il suo maggior successo editoriale.
E fu proprio quel libro a essere citato nella motivazione ufficiale del premio Nobel per la letteratura che venne assegnato a Russell nel 1950, quando l’Accademia Svedese decise di onorare le sue opere come «un servizio alla civilizzazione morale», e lui come «un brillante campione dell’umanità e del libero pensiero»: evidentemente, i paesi scandinavi luterani hanno standard di civiltà, moralità, umanità e libertà diversi da quelli dei paesi anglosassoni puritani, per non parlare dei paesi latini cattolici.
Ma è proprio per questo che il libro di Russell continua a mantenere intatta, a cinquant’anni dalla pubblicazione nel 1957, la sua efficacia come vaccino di prevenzione e antidoto di disintossicazione sia per gli Stati Uniti che per l’Italia di oggi, in cui gli untori teo-con hanno ormai invaso parlamenti e ministeri, dai quali infettano media e scuole con le «teologiche conneries» che danno loro il nome. Dunque, lo leggano e lo diffondano tutti coloro che vogliono immunizzare se e il prossimo dalle epidemie di integralismo e di fondamentalismo che minacciano di recidere le vere radici dell’Occidente: che non sono, nonostante ciò che si canta in Vaticano e si controcanta in Senato, quelle cristiane e superstiziose dell’Era delle Tenebre, bensì quelle laiche e razionali dell’Era dei Lumi.
PlERGIORGIO ODIFREDDI

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