Ateismo

«Perché… dovrei?»

Musica ovattata di sottofondo. Chiacchiere su argomenti disimpegnati: la casa, il lavoro, il tempo libero… perfino il tempo atmosferico… La compagnia è piacevole ma non emozionante. Mi annoio un po’. Stasera non ho voglia di tenere banco, così mi isolo. Poi, quasi per caso, percepisco una deviazione su temi più sostanziosi: la politica internazionale, l’evoluzione della società, lo scontro di civiltà… Drizzo le antenne. Guardo i miei commensali, che conosco poco, e cerco di farmi un’idea delle loro convinzioni. Ogni tanto butto là una battuta, fra il serio e il faceto, fra l’impegnato e il provocatorio. D’un tratto il marito di un’amica di mia moglie mi apostrofa: «Tu sei cattolico o protestante?». Quasi quasi gli dico che sono buddhista, così mi do una patina di esotismo. Che poi è quasi vero, va’. Ma no, vediamo che cosa succede a dire la verità: «Né l’uno né l’altro. Sono ateo».
Un attimo di silenzio. Mi punta addosso uno sguardo da pesce lesso: è chiaro che non ha capito. «Scusa… cioè?». «Cioè non credo in Dio». Adesso la tavolata si è zittita. È sempre così: viene fuori la parola «Dio» e tutti tacciono, non si capisce se per rispetto del Padreterno o perché non sanno bene che cosa dire di fronte a un argomento che li supera. «Non credi in Dio?». «No». Secco, brutale. Beh, d’altro canto i fatti sono questi, mica si può stare a giocare con gli eufemismi, a perdersi in distinguo. Forse però riesco a chiuderla qui. Se qualcuno mi aiutasse a cambiare discorso… magari… «Perché?». Macché: m’hanno fregato anche stavolta. E adesso mi toccherà spiegare l’incongruenza intrinseca della figura divina, il problema della teodicea, l’argomento cosmologico, Kant, Ivan Karamazov… Insomma, tutto il patrimonio filosofico e culturale dell’ateismo. Poi, lo so già, mi ricorderanno la figura storica di Gesù e mi sentirò rimproverare che «non si può dimenticare» questo e quello e quell’altro… e allora dovrò replicare citando gli studi filologici sui Vangeli, le contraddizioni interne, la mancanza di verifiche storiche attendibili, la parzialità delle fonti, i rimaneggiamenti storici… Ahimé, mi attende la solita discussione in cui mi tocca sempre giocare in difesa. E io sono davvero stufo.
È una percezione bizzarra quella che la gente ha dell’ateo. Se sono ateo, mi manca qualcosa. La «condizione normale» di ogni essere umano implica la credenza in qualche forma di divinità. Può essere il Grande Spirito oppure Shiva, ma un qualche Dio io dovrei averlo per forza. Normalmente dovrebbe essere quello della mia tradizione culturale, cattolica o protestante, ma ormai in questa società multietnica piena di gente esotica ci siamo abituati anche alle fedi più strampalate, dunque… «Qual è il tuo Dio?». E, se a quel punto replico «Niente Dio, grazie», ecco che suscito lo sconcerto e lo stupore. Ma come? Ma perché? È chiaro che se non credo in Dio rinuncio a un elemento determinante dell’esperienza umana. Rinnego la dimensione spirituale (giuro: m’hanno detto anche questo). Sono un gretto materialista (e a questo punto, a volte, sul viso dell’interlocutore si dipinge un’espressione un po’ disgustata). Come minimo devo rendere ragione di queste mie strampalate convinzioni, che si situano al di fuori della tradizione culturale comune. E a poco serve ricordare che nella nostra tradizione culturale ci sono anche Epicuro e Lucrezio, d’Holbach, Feuerbach e Marx, Nietzsche e Freud. Tutto inutile: mi tocca spiegare ancora e ancora perché esco dalla «normalità». Alla fine, come se non bastasse, ecco l’ultima ridotta nella quale si trincerano i credenti: l’accusa di fideismo rivolta all’ateo. «Prova un po’ a dimostrare che Dio non esiste! Eh? Prova un po’!».
Ebbene, che si sappia: io mi sono stancato di rendere ragione del mio ateismo. Mi sono stancato di spiegare e giustificare. Non sta a me. Non è compito mio. Posso farlo quando voglio… ma adesso non voglio più. Si giustifichi chi crede, piuttosto. Troppo spesso si dimentica un fatto fondamentale: l’onere della prova spetta sempre (sempre!) a chi afferma qualcosa. Non accetto più di essere messo sullo stesso piano della pletora dei credenti. L’ateismo non è una fede, perché non si può dimostrare che qualcosa non esiste. Non si può, punto e basta. Non si può neppure per Babbo Natale. Gedankenexperiment: immaginate di dover dimostrare a un bambino cocciuto che Babbo Natale non esiste. Non ci riuscirete. Perché, per quanto a fondo voi abbiate esplorato l’universo, non avrete mai frugato davvero in tutti gli angoli più reconditi. E magari sul quinto pianeta di Alfa Centauri c’è un signore obeso, con la barba e il cappello a pompon, che svolazza su una slitta trainata da renne magiche. Chissà, eh?
Sicché… no, non c’è simmetria fra chi afferma e chi nega: non sono entrambe persone di fede. L’onere della prova spetta solo al primo, non al secondo. E chi nega, ossia l’ateo, non ha nulla da difendere, non è tenuto a proporre argomenti per giustificarsi. Semmai è la controparte che deve esporre i propri, che deve dare ragione delle proprie credenze, che deve squadernare le prove. Se ne ha, beninteso. Se invece non ne ha, si applica allora un ben noto principio di economia concettuale che va sotto il nome di «rasoio di Occam»: non si devono postulare entità inutili, nel senso che si devono evitare le ipotesi complesse, in particolare quelle non suffragate dall’esperienza. E il «rasoio», in assenza di prove dell’esistenza di Dio, taglia senza pietà e induce a concludere che Dio… non esiste.
Nel silenzio del ristorante, mentre tutti gli sguardi sono appuntati su di me, mi sento un po’ sotto processo. Potrei, lo so bene, accettare il confronto e difendermi. Non mi mancano gli argomenti. E, anche se mi rifilano il nero, alla fine lo scacco matto lo do sempre io. Potrei giocare a questo gioco e concedergli la prima mossa, ma non voglio. Non più. Intanto però il mio interlocutore comincia a diventare impaziente. Ora sorride al proprio vicino, con quell’aria di sufficienza stampata sul viso di chi è troppo sicuro di sé. Non sa, il meschino, che cosa lo attende. E finalmente ripete la domanda: «Allora, ci spieghi perché non credi in Dio?». Quasi quasi estraggo la scimitarra della Ragione e lo faccio a fette. Ma sono troppo superiore per accettare la sua provocazione. Così lo guardo, gli sorrido paziente… e gli offro l’unica risposta razionale e dignitosa: «Perché… dovrei?». E adesso vediamo come te la cavi in difesa…

Marco Cagnotti

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