bollettino-LibPens-03.pdf

PDF download

(file: @@bollettino-LibPens-03.pdf@@)Libero Pensiero
Edizione ASLP-Ti, Casella postale 122, 6987 Caslano (Svizzera) Anno II – N. 3 (nuova serie) Gennaio-febbraio-marzo 2010 ISSN 0256-8977 Periodico dell’Associazione Svizzera dei Liberi Pensatori Sezione Ticino

Riunione assembleare e presentazione del libro di Milesbo
Lo scorso mese di ottobre ha visto i Liberi Pensatori alquanto presenti sul territorio. Sabato 24 ottobre si è tenuta a Bodio, presso l’Albergo Stazione, l’Assemblea ordinaria dei membri dell’ASLP-Ti. I lavori assembleari sono stati diretti dal presidente del giorno, Franco Ghiggia, e, a differenza di altre riunioni, stavolta la discussione è stata caratterizzata da una serie di interventi critici verso la classe politica. I Liberi Pensatori, richiamandosi ai principi della laicità e quindi della rigorosa separazione tra lo Stato e le chiese quali premesse per garantire l’autonomia dell’individuo in materia religiosa, hanno espresso forti critiche all’atteggiamento giudicato troppo accondiscendente delle autorità politiche e dei partiti, a cominciare da quelli di ispirazione laica, nei confronti delle pretese sempre più marcate delle cerchie clericali, in particolare di quelle che guidano la chiesa cattolica, nel tentativo di recuperare spazio a livello pubblico. Alcuni esempi emblematici in tal senso sono stati citati, all’interno della sua relazione, dal presidente Roberto Spielhofer che ha severamente criticato la recente decisione del Consiglio di Stato di avviare la sperimentazione della nuova materia di storia delle religioni sulla base di un accordo con la chiesa cattolica e con quella evangelica, senza coinvolgere tutti gli attori che avevano partecipato alla discussione sulla riforma dell’insegnamento del tema religioso nella scuola pubblica. Perciò ci sentiamo particolarmente legittimati a prendere parte al gruppo di lavoro chiamato ad elaborare i programmi della nuova materia (sarà obbligatoria per le classi di terza e quarta media toccate dall’esperimento) e alla definizione della procedura di scelta degli insegnanti che dovrà essere fatta sulla base di criteri rigorosamente scientifici, condizione che non potrà essere garantita se saranno privilegiati i diplomati della facoltà di teologia di Lugano, abilitati all’insegnamento a seguito all’accordo con l’Alta Scuola Pedagogica (l’ASP nel frattempo divenuta SUPSI/ DFA). Un altro argomento che ha fatto discutere è quello dei rapporti finanziari tra l’ente pubblico e le chiese. Ancora una volta è stato giudicato poco trasparente il sistema della congrua in vigore nella maggior parte dei Comuni ticinesi. È stato recepito, in merito, il malcontento di parecchi cittadini che non facendo parte di un’organizzazione religiosa non accettano che una parte delle loro imposte sia destinata a finanziare attività che non li riguardano e che devono rientrare nella sfera privata di ogni individuo. Per avere un quadro della situazione l’Associazione, tramite il suo comitato, aveva chiesto alla SUPSI di elaborare uno studio: richiesta che è rimasta lettera morta! In discussione vi è pure stata riconosciuta la deducibilità fiscale delle devoluzioni a favore di parrocchie e altri organismi confessionali da una parte, e, dall’altra, la nostra richiesta presso le Autorità competenti, rimasta ancora senza risposta, di considerare l’ASLP-Ti come Associazione di pubblica utilità e godere, quindi, dei medesimi privilegi degli enti fideisti. A creare sconcerto tra i Liberi pensatori è, di transenna, la passività di quei politici dell’area laica che si dimostrano sempre più accondiscendenti di fronte al rinnovato vigore delle forze confessionali. Purtroppo le persone in causa non erano presenti perciò si è dato mandato al comitato dell’Associazione di prendere contatto con loro per chiarire la faccenda. Durante i lavori è poi stato sottolineato il rilancio, nel corso del 2009, del periodico “Libero Pensiero”, che vuole essere strumento di informazione per diffondere i principi della cultura laica. Alla fine dei lavori v’è stata l’interessante relazione tenuta da René Rosenfeld sul tema “ruolo della religione cattolica nella
Libero Pensiero 1

società moderna ed il suo influsso nell’insegnamento scolastico”. Per farla breve, il relatore ha ben evidenziato come le chiese fanno ancora uso del principio gesuita di prendere in consegna un fanciullo per trasformarlo in uomo (cristiano) dopo pochi anni! Il sabato successivo 31 ottobre, allo scopo di sottolineare i 100 anni dell’ASLP-TI, la

Sezione ticinese ha presentato la nuova edizione dell’opera di Emilio Bossi (Milesbo) Gesù Cristo non è mai esistito, pubblicata la prima volta dallo statista originario della Valle di Muggio nel 1904. La manifestazione, che è stata seguita da un folto pubblico, ha avuto come relatori Diego Scacchi, che ha inquadrato il lavoro di Milesbo nel periodo storico in cui fu realizzato sof-

fermandosi sui suoi contenuti, e i due curatori della ristampa Edy Bernasconi e Edy Zarro, che hanno parlato del pensiero politico dello statista ticinese e delle fonti bibliografiche alle quali attinse per allestire la sua opera. Il pregiato volume ha rivisto la luce grazie alla collaborazione della nostra Associazione con le Edizioni La Baronata.

Separazione tra lo Stato e le Chiese
La decisione, in data 3 novembre 2009, della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, presieduta dalla giudice belga Françoise Tulkens che, accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana, statuisce “La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione. Tutto questo potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei. La Corte non è in grado di comprendere come l’esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costiProssima chiusura redazionale: 26 febbraio 2010 2 Libero Pensiero

tuzionale italiana. L’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni e il diritto dei bambini di credere o non credere. La Corte, all’unanimità, ha stabilito che c’è stata una violazione dell’articolo 2 del Protocollo 1 insieme all’articolo 9 della Convenzione”. La sentenza è di una chiarezza esemplare e non fa altro che applicare i valori fondamentali della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata da 47 Stati europei Italia e Svizzera comprese. Visto l’iter della causa, iniziato nel 2002, non sorprende che il governo italiano abbia chiesto il rinvio davanti alla Grande Camera. Rendono perplessi invece le motivazioni avanzate che sono assurde e prive di qualsiasi fondamento. Aberrante la reazione di una parte del mondo politico italiano, prudente la posizione attendista del Vaticano. In considerazione che un’analoga decisione è stata emessa dal Tribunale federale con la Sentenza 116 Ia 252 del 26 settembre 1990, sorprende invece

che anche personalità di spicco del mondo culturale e giornalistico del nostro Cantone si siano lasciate trascinare dall’assordante e sconclusionato coro dissidente proveniente dalla vicina repubblica. Se la Grande Camera confermerà la sentenza, anche la Svizzera dovrà adattarsi e i crocifissi dovranno essere tolti d’ufficio e non solo dietro richiesta specifica come previsto tuttora. Anche altri episodi, come il ricorso al preambolo della Costituzione per avallare ingiustificate pretese, le genuflessioni e i baciamani di membri del Parlamento durante l’esercizio delle loro funzioni davanti al clero delle rispettive convinzioni o l’orgogliosa ammissione di essere praticanti convinti della loro personale fede da parte di neoeletti consiglieri federali, mostrano la necessità di ottenere, finalmente, nel nostro Paese la netta separazione tra lo Stato e le Chiese. Non è più sufficiente la condizionata laicità garantita dalla Sentenza 116 Ia 252. La riluttanza dei nostri eletti nell’affrontare qualsiasi argomento che riguarda la religione è più che evidente. Basta citare la mozione 04.3046 del 08.03.2004 depositata dalla parlamentare socialista Margret Nellen Kiener,

intesa a sostituire il canto religioso diventato inno nazionale, che venne speditamente liquidata dalla Dichiarazione del Consiglio federale del 28.04.2004. Un secondo tentativo del 15.05.2008 della medesima Kiener per ottenere almeno la sostituzione del testo religioso con un testo laico, mantenendo la melodia, subì la stessa ingloriosa sorte. Questa riluttanza del mondo politico non può essere motivo di rinuncia. L’esempio viene dai Giovani Socialisti Svizzeri, con il manifesto, presentato dal direttivo nazionale, che rimette in discussione i rapporti tra Stato e Chiesa in Svizzera. In sintesi, il documento ipotizza una radicale separazione che comprende, tra l’altro, l’abolizione delle tasse ecclesiastiche, dell’insegnamento religioso nelle scuole, delle emissioni religiose alla radio e alla televisione e la chiusura delle facoltà teologiche nelle università. Al momento il testo è disponibile solo in tedesco (http://www.juso.ch/files/ Religionspapier_0.pdf) e in francese (http://www.juso.ch/files/ socialisme%20et%20religion_ FR.doc.pdf) L’assemblea dei Giovani socialisti ha fatto sapere che, nelle sue grandi linee, il manifesto è stato approvato, ma che sarà ripreso e discusso in occasione della prossima assemblea il 12.12.2009. Sosteniamo dunque questo manifesto e invitiamo i nostri rappresentanti politici di impegnarsi a tutti i livelli per raggiungere in tempi brevi questa pietra miliare della democrazia, la netta separazione tra lo Stato e le Chiese.
Nel rispetto di una totale libertà d’espressione la redazione precisa che gli articoli sono sotto la responsabilità dei singoli autori.

Scuola pubblica e religioni
La scuola pubblica ha l’obbligo morale di insegnare riferendosi allo stato attuale dello scibile. Ne consegue che, quando il caso si presenti, non potrà evitare di spiegare che le religioni sono solo il frutto fantasioso della mente umana. Quest’obbligo morale potrebbe però venire interpretato essere in conflitto con l’Art. 303 del Codice civile svizzero il quale stabilisce che fino al compimento del sedicesimo anno di età i genitori dispongono dell’educazione religiosa e che ogni convenzione limitante tale diritto è nulla. Ma questa interpretazione viene relativizzata dall’Art. 14 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, entrata in vigore In Svizzera il 26 marzo 1997, che stabilisce: 1. Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. 2. Gli Stati parti rispettano il diritto e il dovere dei genitori oppure, se del caso, dei tutori legali, di guidare il fanciullo nell’esercizio del summenzionato diritto in maniera che corrisponda allo sviluppo delle sue capacità. 3. La libertà di manifestare la propria religione o convinzioni può essere soggetta unicamente alle limitazioni prescritte dalla legge, necessarie ai fini del mantenimento della sicurezza pubblica, dell’ordine pubblico, della sanità e della moralità pubbliche, oppure delle libertà e diritti fondamentali dell’uomo. Come recentissimi studi delle neuroscienze hanno dimostrato, gli esseri viventi, nelle prime fasi della vita, apprendono per imitazione. Così un cattolico convinto, se fosse nato in una

famiglia di fede musulmana, sarebbe diventato con ogni probabilità un convinto musulmano, se fosse nato in una famiglia di fede ebraica, sarebbe diventato con ogni probabilità un convinto osservante di fede ebraica e viceversa e così di seguito con le altre innumerevoli credenze. È dunque vittima dell’indottrinamento subito in età infantile. Purtroppo la fede detiene tuttora il privilegio, unico, di essere al di sopra e al di là delle critiche. Le opinioni religiose sono le uniche opinioni dei genitori che, per consenso pressoché universale si possano automaticamente riversare sui bambini, i quali sono troppo piccoli per comprenderne il significato. Compete perciò alla scuola di offrire al bambino, diventato fanciullo, lo stato attuale delle conoscenze anche in relazione alle diverse credenze in modo che possa sapere che il pensiero razionale e la scienza offrono alternative ai dogmi offerti dalle Chiese e possa così scegliere, o non scegliere, con cognizione di causa. Essendo lo sviluppo del senso critico una componente fondamentale della formazione dell’essere umano è compito essenziale della Scuola pubblica di: 1. Abituare gli allievi all’esame critico e razionale dei fenomeni fisici, psicologici e sociali. 2. Far comprendere agli allievi l’insostituibile ruolo della ragione e della scienza nel progresso dell’umanità. 3. Abituare gli allievi a non accettare affermazioni se non vi sono validi motivi per ritenerle vere. 4. Stimolare la curiosità degli allievi e il loro interesse nei confronti della scienza. Roberto Spielhofer

Libero Pensiero

3

Da un potere all’altro
Singolare è il bisogno diffuso di Dio per affermarne l’esistenza o per negarlo. L’Altissimo è una necessità alla quale nessun ateo può rinunciare, già per il metodo che usa per contestarne l’essenza. Questa volontà di negazione è spesso generata da una profonda ferita inferta nel momento in cui Dio ha deluso le attese spirituali, alterando il progetto di vita dell’uomo e della donna. Ciò ha una relazione profonda ed esclusiva con il configurare la figura di un Dio onnipotente, che ha un rapporto privilegiato con l’uomo ed è preso da lui in ostaggio per esercitare a sua volta potere. E’ un potere che può ferire la coscienza individuale in modo profondo quando essa tende alla libertà. Il modo ossessivo in cui Dio è presente nell’ateo è a volte superiore alla dimensione e alla forma in cui è presente nel credente. Ciò fa nascere in chi non crede il desiderio di far proseliti e avere così una forza e un consenso sufficienti per contrastare l’idea di chi ha fede. Alfine di raggiungere il suo obiettivo l’ateo di solito prende a modello la struttura della chiesa a lui ostile. Questo modo d’agire è diffuso anche nelle grandi organizzazioni politiche che hanno voluto contrastare il potere della Chiesa dominante, prospettando una stessa struttura di potere imperiale con una gerarchia d’uguale potenza e d’uguali intenzioni. Una prassi questa che ha condotto a ulteriori limitazioni di libertà e a feroci persecuzioni. La Rivoluzione francese fu uno dei primi eventi della presa di possesso sistematica d’edifici mentali culturali e religiosi per usarli a favore di un nuovo potere politico dominante. Il secondo grande evento fu il comunismo, configurato quale Chiesa atea, che aveva messo sugli altari dei
4 Libero Pensiero

santi laici e degli evangelisti che scrissero prevalentemente d’economia e di materialismo. Milan Kundera definiva il regime comunista in URSS come una sottile coperta stesa su un mondo di religione ortodossa. Contemporaneo al comunismo, il socialismo nazionale di Hitler accompagnò il popolo tedesco nella regressione barbarica espressa col concetto di superiorità di razza. Un’ ideologia, quella nazista, che s’illuse di potersi imporre universalmente sopprimendo il popolo ebraico, probabilmente perché questa stirpe semita si raccontava superiore e preferita da Dio. Il fascismo, dal canto suo e per legittimarsi, rimettendo in questione l’indipendenza del Regno d’Italia e la moralità della Chiesa cattolica stessa, con i Patti Lateranesi, firmati nel 1929 da Mussolini, regalò al Papa addirittura uno Stato. A questo punto ci si può chiedere come concepire e dare una forma di realtà a qualcosa che definitivamente irrompe nel concetto di religione e fa crollare l’edificio di una chiesa

così come sono crollati recenti edifici ideologici. Consideriamo allora le religioni quali fenomeni culturali e non divini che hanno origine in espressioni narrative e letterarie spesso d’altissimo livello. Trattando le fedi con il rispetto dovuto a fatti d’importanza culturale e politica, si definisce una possibilità di considerare razionalmente il problema religioso. Oggi abbiamo coscienza di trovarci di fronte a qualcosa di drammatico. Lo scontro che si prospetta e di cui si parla è fra due religioni: l’islamica e la cristiana. Entrambe s’alleano ad un potere politico condizionato da fattori destabilizzanti promossi in nome di una terza religione: l’ebraica che s’impone politicamente con un sionismo oppressore e colonialista. La collisione fra islam e cristianesimo non ha nulla in comune, come si vuole far credere, con uno scontro di civiltà. Il progresso non matura con la ferocia delle guerre ma con gli incontri e gli scambi fra culture e intelligenze. Mai come oggi i liberi pensatori e i laici hanno la

“Sottanati” al raduno della gioventù cattolica, stadio di Berlino Neukölln, agosto 1933

possibilità d’ergersi, con spirito liberale, ad arbitri e gestori di un momento critico intraprendendo un’azione pedagogica per far capire che l’alleanza del potere politico col religioso, allo scopo d’imporre un dominio totalitario, è sempre azzardata e non porta a nulla di buono. Abbiamo tuttavia dei segnali che qualcosa in

questo senso si muove. Il rifiuto di mettere nella costituzione europea riferimenti alla predominanza del cristianesimo, ignorando i substrati d’altre culture su cui questa religione si poggia, ci porta verso una conclusione che noi auspichiamo: quella di riconoscere con umiltà l’impossibilità per l’uomo e la donna di

concepire un pensiero stabile nel tempo, definitivo e assoluto. Un assoluto perennemente paradossale, che ha diffuso nel mondo occidentale la nostalgia di qualcosa d’incondizionato, creando un’immagine dell’Onnipotente limitata e riferita specificamente al genere maschile. Arnaldo Alberti

Nuove regole per la “dolce morte”?
Il Consiglio federale ha appena posto in consultazione due varianti di modifica del diritto penale (n-art. 115 CP; n-art. 119 CPM (*)), che tendono a disciplinare l’assistenza organizzata al suicidio. La prima prevede l’introduzione di chiari obblighi di diligenza per i collaboratori delle organizzazioni di aiuto al suicidio, la seconda il divieto puro e semplice dell’assistenza organizzata al suicidio. La seconda variante (massimalista, piacerà ai cattolici veri) è stata, all’evidenza, inserita per “tirare la volata” alla prima, che tuttavia è anch’essa, come vedremo, potenzialmente pericolosa. La normativa attuale (art. 115 CP; art. 119 CPM: «Chiunque per motivi egoistici istiga qualcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria») fonda una politica liberale in materia di suicidio e reprime unicamente – ma comunque – l’assistenza al suicidio per motivi egoistici. Tra i motivi egoistici vi sono anche quelli di natura economica. Il conclamato scopo della prospettata novella legislativa è di regolamentare (nella Variante II, proibire) l’attività delle organizzazioni di aiuto al suicidio (essenzialmente Exit e Dignitas), in conseguenza di asserite “derive” – commerciali e di altra natura – riscontrate nella loro attività. Sullo sfondo di questo progetto di revisione vi è pure un certo aumento della tendenza di cittadini esteri a valersi delle possibilità offerte dalla nostra legislazione in materia (nel 2007, su 1360 suicidi, ca. 400 sono stati assistiti da organizzazioni e 132 di essi – tutti assistiti da Dignitas – hanno riguardato persone domiciliate all’estero). Indipendentemente dallo scopo indicato sopra, la normativa (estremamente articolata) prospettata dalla Variante I del progetto governativo contiene una serie di parametri, esigenze e criteri potenzialmente problematici, che potrebbero, a determinate condizioni, vanificare l’opportunità di beneficiare dell’assistenza al suicidio, paralizzando l’attività di queste associazioni. Volendo pensare male, ed essendo poco preoccupati di peccare facendolo, si potrebbe dire che l’intenzione sia proprio quella; e che in questo ambito vi sia una vera e propria “hidden agenda”, un’intenzione segreta che puzza fin troppo di … incenso. Il tragicomico dibattito sorto, in Italia, a margine della vicenda di Eluana Englaro è istruttivo in proposito e deve imporre a tutti una grande attenzione su questo tema. È appena il caso di ricordare come l’assistenza al suicidio permetta a persone in grave stato di angustia di essere accompagnate, in modo umano e dignitoso, in un cammino difficile e definitivo. Un cammino che esse, in molti casi, sceglierebbero comunque adottando modalità ben più drammatiche. D’altra parte, nel luglio di quest’anno Exit e il pubblico ministero del Cantone Zurigo hanno sottoscritto un accordo relativo alle procedure di assistenza al suicidio, che conferma la volontà dell’associazione di operare in modo corretto e trasparente. La prospettata norma introduce una serie di criteri la cui verifica è assai complicata e mette in capo aspetti valutativi e, come tali, eminentemente soggettivi. In primo luogo, la decisione di suicidarsi deve essere “ben ponderata e costante”; in secondo luogo, un medico deve indicare che la persona “soffre di un male incurabile con prognosi di morte imminente”. D’altra parte devono essere “vagliate possibili alternative al suicidio”, ciò che allude in particolare alle cosiddette cure palliative, cioè a quell’insieme di interventi (compresa l’assistenza psichica, sociale e spirituale) destinate ad assicurare alla persona la migliore qualità di vita possibile fino al termine della vita. Tutti questi elementi potrebbero, come
Libero Pensiero 5

detto, determinare contenziosi (con il corollario delle prevedibili “obiezioni di coscienza” sollevate da qualche medico) e in ultima analisi ritardare o rendere impossibile la gestione dei casi concreti. Sembra quindi poco opportuno adottare una normativa tanto articolata quanto farraginosa, che apre la strada a una serie di interpretazioni soggettive. Il tenore attuale dell’art. 115 CP, che vieta comunque l’agire a fini egoistici, consente già di reprimere i comportamenti censurabili. In particolare, un’applicazione rigorosa della norma vigente potrebbe limitare grandemente il cosiddetto “turismo del suicidio”. Non vi può essere dubbio che, quale emanazione del principio della libertà personale, ognuno abbia il diritto di porre fine alla propria vita. Tale diritto di autodeterminazione per quanto
(*) n-art. 115 CP / n-art 119 CPM VARIANTE I Chiunque per motivi egoistici istiga qualcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria. Chiunque nell’ambito di un’organizzazione di aiuto al suicidio presta ad qualcuno aiuto al suicidio (assistente al suicidio), è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria, a meno che non siano adempiute le seguenti condizioni: a. la persona che desidera morire prende ed esprime liberamente la decisione di suicidarsi; la decisione è ben ponderata e costante; b. un medico indipendente dall’organizzazione di aiuto al suicidio certifica che la persona che desidera morire è in grado di intendere e volere in relazione al suo intento suicida; c. un altro medico indipendente dall’organizzazione di aiuto al suicidio certifica che la persona che 6 Libero Pensiero

riguarda la morte deve pure includere la libertà di decidere le procedure e il ricorso all’assistenza di terzi. In linea di principio, la libera determinazione dell’uomo non è legata neppure alla gravità del suo stato di salute; in questo senso, se è vero che dal punto di vista dello Stato il suicidio dovrebbe essere la ultima ratio, per ciascun individuo la scelta di proseguire o di cessare la propria vita deve essere libera e insindacabile. Di conseguenza, ognuno deve poter decidere di essere accompagnato in questo passo, ritenuto che – appunto – chi gli offre sostegno non lo faccia per motivi egoistici. Questo non significa che le organizzazioni di assistenza al suicidio non possano (e probabilmente debbano) prevedere requisiti e modalità più severi e restrittivi. Eveline Widmer-Schlumpf ha dovuto scusarsi con Exit per non
desidera morire soffre di una malattia incurabile con prognosi di morte imminente; d. insieme alla persona che desidera morire vengono vagliate e, se da lei auspicato, organizzate e attuate possibili alternative al suicidio; e. l’aiuto al suicidio è prestato facendo uso di una sostanza prescritta da un medico; f. l’assistente al suicidio non persegue alcuno scopo di lucro; g. l’organizzazione di aiuto al suicidio e l’assistente al suicidio allestiscono congiuntamente una documentazione completa sul caso di suicidio. Il responsabile di un’organizzazione di aiuto al suicidio è punito ai sensi del capoverso 1 se: a. d’intesa con lui, l’assistente al suicidio agisce senza soddisfare una delle condizioni di cui al capoverso 2; oppure b. l’organizzazione di aiuto al suicidio riceve prestazioni valutabili in denaro dalla persona che desidera morire o dai suoi congiunti; sono fatte salve le quote associative e le donazioni versate o disposte almeno un anno prima del decesso.

avere coinvolto l’associazione nelle discussioni in vista dell’elaborazione della bozza di nuova normativa. L’agire del DFGP è stato quanto meno stravagante, considerando il fatto che, come si è visto, la prospettata nuova normativa tende appunto unicamente a disciplinare l’attività delle organizzazioni di aiuto al suicidio. Stravagante ma non sorprendente, in considerazione della nascosta intenzione che sembra presiedere alla elaborazione del progetto; e neppure inedito, in un contesto dominato da tendenze a escludere dal dibattito le voci minoritarie o antagoniste, nonostante il fatto che esse siano direttamente al centro del problema di cui si dibatte; quasi che la democrazia fosse da intendersi, leghisticamente, come mera “dittatura della maggioranza”. Marco Züblin
Il responsabile di un’organizzazione di aiuto al suicidio è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria, se: a. intenzionalmente non applica la necessaria diligenza nella selezione, nell’istruzione e nel controllo dell’assistente al suicidio; e b. l’assistente al suicidio presta aiuto al suicidio all’insaputa del responsabile dell’organizzazione di aiuto al suicidio, senza soddisfare una delle condizioni di cui al capoverso 2. Il responsabile di un’organizzazione di aiuto al suicidio è punito con una pena detentiva sino a un anno o con una pena pecuniaria se agisce con negligenza in relazione al capoverso. VARIANTE II Chiunque per motivi egoistici o nell’ambito di un’organizzazione di aiuto al suicidio istiga qualcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria.

Simboli inutili
La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha confermato che la collocazione dei crocifissi nelle aule scolastiche contravviene al principio della laicità cui lo Stato deve attenersi, in quanto il principio della neutralità confessionale esige che non vengano in alcun modo manifestate preferenze nell’esercizio degli “affari” pubblici. Nel medesimo senso si era già pronunciato il Tribunale federale svizzero nel 1990 e altrettanto aveva fatto la Corte costituzionale germanica. Orbene, la Corte francese è stata istituita nell’ambito della “Convenzione europea di salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali” per giudicare sulle violazioni di tali diritti, quando fossero esauriti i rimedi offerti dai sistemi giudiziari interni del diversi Stati membri del Consiglio d’Europa. Le sentenze non sono soggette a controllo politico: lo sono le loro conseguenze pratiche, nella misura in cui il Comitato dei ministri è tenuto a verificarne l’esecuzione. Rifiutandosi di dar seguito alla decisione dei giudici di Strasburgo, il governo diretto da Silvio Berlusconi non riconosce l’autorità della Corte e di conseguenza, dichiara di fatto decaduta la “Convenzione”, autosospendendosi dal Consiglio d’Europa. È sicuramente il caso di preoccuparsi per l’attitudine di un Paese i cui governanti riconoscono la validità delle sentenze solo se queste rispondono alle loro aspettative. Per inciso, le vicende di vita di Berlusconi manifestano il suo attaccamento alla tradizione solo quando gli fa comodo. Infatti, il diritto di famiglia nell’ottica della tradizione religiosa, ad esempio, imporrebbe comportamenti maggiormente osservanti della morale clericale e più rispettosi dei sacramenti. Va al momento constatato che nemmeno facendosi paladino dell’esposizione dei crocifissi il divorziato, e risposato (!) Silvio è riuscito ad ottenere il permesso di accedere di nuovo all’eucaristia. Comunque non solo nella vicina Penisola, toccata direttamente dalla sentenza, ma pure nel nostro Cantone si sono levate innumerevoli voci illustri per manifestare stupore, indignazione, incomprensione, scoramento, rabbia e paura contro questa decisione. Fortunatamente accanto alle solite debordanti manifestazioni di contrarietà che i lettori hanno scritto sui giornali, si è potuto anche leggere qualcosa di buono. Di seguito ve ne proponiamo un paio, apparsi sul Corriere del Ticino il 7 ed il 20 novembre scorso.

(CdT, 20.11.2009) L’esposizione di crocifissi prestampati in polimero da soli negli uffici pubblici e nelle scuole, alienati dal significato originale, serve in realtà ad abituare occultamente i giovani, i fanciulli e noi stessi, alle generali prevaricazioni dei cattolici sul principio costituzionale dell’uguaglianza di tutti i cittadini di qualsiasi filosofia o fede. Principio da sempre trasgredito de facto con i numerosi noti privilegi. Nelle stesse aule viene impartito l’insegnamento della sola religione cattolica da parte di indottrinatori assunti in ruolo statale (con Edizioni ASLP-Ti Casella postale 122 CH-6987 Caslano (Svizzera)
redazione.libero.pensiero@gmail.com

Simboli di plastica senza più valore
nomina vescovile) e pagati più dei colleghi. Abbiamo visto agitare la croce in campagne elettorali nelle chiese, raccomandare cattolici in pubblici concorsi artefatti per loro, spingere politici fedeli nelle pubbliche amministrazioni, ottenere esenzioni privilegiate dal fisco, e persino finanza criminale (cfr. l’esplosivo Vaticano S.p.A., di Gialuigi Nuzzi, Ed. Chiarelettere, basato su un archivio desecretato dello IOR e citato anche dal Papa). Quei crocifissi di plastica hanno perso ormai persino il senso visivo del valore originale. Preziosi invece crocifissi pendono sul petto dei cardinali nominati dal Papa. Li ostentavano, sui ricchi piviali, i pontefici, «delegati» di Dio in terra, «vicari» di Cristo e molto improbabili successori dell’apostolo Pietro (attraverso una successione elettiva praticata per secoli da cardinali, a turno sul soglio, sulla base del blasone, della ricchezza o della simonia). Ogni principe cattolico o protestante, conquistato nel sangue un paese, innalzava la croce ed imponeva la propria variante cristiana («cuius regio eius religio»). I frati agitavano la croce rovente nei roghi della Santa Inquisizione in faccia alle «streghe» ed agli «eretici» morenti. La portavano i crociati assassini. La ostentano perfino i mafiosi. «La croce di Cristo – disse il card. Schuster nel 1937 – è entrata ad Addis Abeba alla testa delle truppe italiane (fasciste, ndr) vittoriose». La portano le signore della grande e piccola borghesia «perbene», sui décolletés degli abiti da sera, a mo’ di gioiello, ostentato ringraziamenLibero Pensiero 7

to per grazia ricevuta dei loro spesso ingiusti, quanto spesso ridicoli, privilegi e per diritto alla conservazione. Lo portano

le donne del popolo come portafortuna o per moda. Politici ruffiani si gettano in difesa del crocifisso nelle scuole. Il vero

sacrilegio sta nello sfruttamento della croce per uso politico e demagogico. Mario Ruffin, Treviso

(CdT, 7.11.2009) Fra le riflessioni sui crocifissi, grande assente è la questione centrale: perché? Molti hanno spiegato per quale motivo è inopportuno toglierli. Ma nessuno ha esposto la ragione per cui ha senso metterli. Di certo non l’utilità, come la tavola degli elementi nell’aula di chimica o la carta del pianeta in quella di geografia. Insomma, il crocifisso a che serve? Tentiamo qualche ipotesi. I motivi estetici. Difficile sostenerlo, vista la bruttezza di molti esemplari esposti. Ma, anche ammesso, perché non aggiungere altri splendidi frutti dell’ingegno umano? Dalle opere di Caravaggio fino alle immagini del Telescopio Spaziale, la scelta non manca. Se lo scopo è l’esposizione del Bello affinché gli studenti ne godano, perché il crocifisso sì e tutto il resto no? Perché è un simbolo religioso. Molti commentatori si sono affannati a spiegare che no, proprio non è questo, quel crocifisso. Ché, se così fosse, avrebbe ragione la Corte Europea. Se così fosse, gli alunni non cristiani potrebbero sentirsi disturbati. La scuola pubblica non può farsi portatrice di un messaggio religiosamente schierato, non può nemmeno concepire il proselitismo, eccetera eccetera. E va bene. Allora perché è un simbolo della nostra cultura: è la risposta che va per la maggiore. L’abbiamo letta, da ultimo, anche nel commento di Carlo Silini. Ed è fuori discussione: sì, la cultura europea è impregnata di cristianesimo. L’arte figurativa, la musica, la filosofia sarebbero impensabili senza 2.000 anni di messaggio cristiano. Aggiungiamo di più: la nascita
8 Libero Pensiero

Il crocifisso: perché?

della scienza moderna sarebbe stata impossibile senza l’idea di una razionale divinità creatrice e ordinatrice (tant’è vero che, come ha rilevato Joseph Needham, il metodo scientifico non è nato in Cina, per esempio). Tutto ciò è sufficiente per appendere il crocifisso nei luoghi dell’educazione laica? Tanto per cominciare, la cultura occidentale è legata al messaggio cristiano, ma l’ha anche superato e criticato e perfino negato consapevolmente. È vero che neppure l’Illuminismo sarebbe stato possibile senza il cristianesimo: infatti è nato (anche) come reazione al suo dogmatismo. Noi siamo figli dell’Aquinate, ma pure di Voltaire. Vogliamo dunque esporre, accanto al crocifisso, un ritratto di John Locke? Inoltre il cristianesimo è fra le radici culturali dell’Europa, ma non è l’unica radice. Che dire del pensiero greco? Vogliamo far troneggiare nelle aule anche i busti di Socrate, Platone, Aristotele? Eccoci dunque al nocciolo della questione: non c’è, di fatto, alcun motivo razionale per esporre il crocifisso nello spazio laico di un’aula scolastica di una scuola pubblica. Se c’è, può essere applicato anche ad altri oggetti. Per la cui assenza, però, nessuno si indigna. Perché? Poi, certo, c’è l’obiezione «di pancia» sentita in questi giorni in tanti bar: «Questi qua vengono a casa nostra a offendere le nostre radici cristiane, mentre a casa loro non si può neanche costruire una chiesa». Obiezione sciocca, perché contrappone «noi» a «loro». Come se «noi» fossimo tutti cristiani e «loro» tutti musulmani. Mai sentito parlare

di svizzeri atei o ebrei o buddhisti? Da ultimo, una riflessione sulla libertà. Nessuno vuole opprimerla: ci mancherebbe altro. Ma bisogna distinguere il privato dal pubblico. Il singolo è padronissimo di portare al collo una catenina con la croce. La scuola privata confessionale ha tutto il diritto di appendere i crocifissi. E non c’è nulla di sbagliato nell’erigere campanili o minareti su terreni di proprietà privata. Tuttavia lo Stato sulla religione dev’essere neutrale. Se non lo fosse, diventerebbe uno Stato confessionale, di fronte al quale i cittadini non potrebbero essere tutti uguali: è lapalissiano. La conclusione di Carlo Silini è del tutto condivisibile: non bisogna impedire l’espressione pubblica della religiosità. Quindi permettiamo ai musulmani di erigere i propri minareti. Non solo, aggiungiamo noi: consentiamo alle ragazze musulmane di indossare il velo a scuola. Tutto questo però rientra nella sfera privata. Ma con le aule scolastiche come la mettiamo? Se lo studente cristiano ha diritto al suo crocifisso accanto alla lavagna, il giovane buddhista vorrà una statua dell’Illuminato. Glielo permetteremo? Con quale astruso ragionamento glielo negheremo? Quando si farà avanti un giovane satanista con l’effigie del demonio da appendere al muro, che cosa gli risponderemo? Sono facili da immaginare le assurde derive possibili. Non sarebbe allora tanto meglio una bella parete nuda, uguale per tutti, e poi ciascuno a casa propria espone quello che più gli garba? Marco Cagnotti

Nuova birichinata di José Saramago
L’ottantasettenne José Saramago, onorato nel 1998 con il Premio Nobel per la letteratura, ha pubblicato un suo nuovo pamphlet nel quale, accompagnando passo passo il personaggio che dà il titolo all’opera, “Caino”, attraverso alcuni degli episodi più spassosi della “storia sacra”, introduce il lettore ad un approccio allegramente disincantato della Bibbia giudaicocristiana. Comunista per vocazione politico-ideologica, ateo per convinzione etico-filosofica, lo scrittore portoghese ha una vasta produzione al suo attivo (ben quarantatré titoli) e alcuni dei suoi testi hanno denunciato il ruolo nefasto di quel sentimento religioso che viene suscitato con artificiosi accorgimenti speculando sul timore della morte, alimentato con truffaldine mistificazioni e gestito con aspirazioni monopolistiche da pseudosacerdoti smaniosi di potere.”Caino” non è a ben vedere che un divertissement scritto quasi di getto, come si addice ad un’opera scherzosa che lungi, dall’assumere pretese di rigore esegetico, vuol solo indurre a riflettere sorridendo sull’abusiva sacralità delle mistificate rivelazioni divine. La novità editoriale non avrebbe suscitato soverchio interesse se, in occasione della presentazione della sua ultima opera, l’autore non avesse colto l’occasione di esternare dinanzi a folto pubblico il suo pensiero sulla religione, sulle “rivelazioni”, sulle organizzazioni confessionali e le relative gerarchie sacerdotali. Con la franchezza che lo caratterizza l’anziano scrittore ha dichiarato che non ce l’ha con dio (cosa che sarebbe insensata dal per un ateo convinto) bensì con coloro che si spacciano per suoi interpreti esclusivi. Proprio perché le religioni nel corso della storia hanno fatto all’umanità più male che bene occorrerebbe farla finita con tutte. Per quel che riguarda le “sacre scritture”, secondo Saramago credere ch’esse siano state redatte per ispirazione divina è un assurdo. Per altro, la Bibbia è piena di orrori e violenza, tanto da poter essere considerata un “manuale di cattiva condotta”. Perciò, come egli sostiene, “leggi la Bibbia e perdi la fede” e analogo discorso vale per le altre “rivelazioni”. Riferendosi espressamente a Ratzinger, Saramago denuncia il cinismo intellettuale di chi offende quotidianamente la verità invocando un dio per rafforzare il proprio medievalismo universale. Va da sé che i clericali non potevano non reagire a una simile manifestazione di irreligiosità militante. Tuttavia, finora la gerarchia è stata prudente, esprimendo il proprio disappunto più per il modo con cui lo scrittore si è espresso che non per il contenuto di affermazioni considerate prova di incompetenza esegetica, di ingenuità, oltre che di mancanza di rispetto per due miliardi di fedeli. Dunque, secondo le
Libero Pensiero 9

indicazioni della Chiesa portoghese, si deve replicare seguendo questa tesi: Saramago parla a sproposito di ciò che mal conosce. L’imbeccata l’ha data Manuel Clemente, vescovo di Porto: “lo scrittore, al quale non mancano meriti letterari, nelle sue incursioni bibliche rivela una ingenuità affliggente”. Su questa falsariga si sono sbizzarriti gli opinionisti clericali di cui sono intasati i media portoghesi: tutti, impancandosi a esegeti dei sacri testi, dall’alto della loro sapienza teologica non si sono limitati a denunciare l’ignoranza dello scrittore, ma lo hanno tout court accusato di malafede. Un giornalista che va per la maggiore grazie ai suoi pezzi impregnati di un’ironia mordace, tal João Miguel Tavares, se l’è presa con l’incongruenza di Saramago, chiedendosi come mai un ateo possa accusare “dio” di essere un manigoldo (“pulha”, in portoghese). In effetti, lo scrittore non se la prende affatto con una entità che non esiste: “manigoldo”, semmai, è il personaggio leggendario al quale il racconto biblico attribuisce il ruolo di “creatore e padrone del cielo e della terra”, “signore degli eserciti”, ovvero quello stesso amorevole “padre-

terno” che è autore diretto del diluvio, della pioggia di fuoco su Sodoma e Gomorra, delle piaghe d’Egitto e d’altre piacevolezze del genere, nonché mandante dei ripetuti massacri perpetrati dai fedeli, in suo nome e per suo conto. Ciò che sta nelle cosiddette sacre scritture – dicono i novelli maestri d’esegesi biblica – non può esser preso alla lettera. Sarà proprio così? Ad ogni buon conto, l’interrogativo che Saramago pone è il seguente: per ricavarne ciò che di educativo e moralmente formativo vi sta, quanto occorre distanziarsi da quanto inequivocabilmente vi si legge, nero su bianco? Orbene, un’altra devota opinionista, la signora Constança Cunha e Sá, ci insegna che la Bibbia, essendo un libro sacro di difficile interpretazione, ha una chiave di lettura che esige una profonda conoscenza della storia, della lingua, della geografia e del fenomeno religioso. Tutto un bagaglio di sapere che la signora presuntuosamente si arroga, mentre non si perita di negarlo allo scrittore. A queste argomentazioni Saramago ha così avuto buon gioco nel replicare che i comuni fedeli potrebbero leggere la Bibbia comprendendone

l’autentico messaggio solo se fossero costantemente assistiti da un teologo capace di decifrarlo. Ma né alla signora Cunha e Sá né agli altri clericali della sua risma passa per l’anticamera del cervello che se un dio avesse veramente voluto comunicare con gli uomini, lo avrebbe fatto in modo da essere immediatamente compreso chiaramente da tutti. Invece il dio, stando a quel che sostengono i sacerdoti, si è espresso in modo volutamente ermetico, rendendo così necessaria la loro meritoria (e giustamente remunerata!) opera di mediazione. Il fatto è che tutte le rivelazioni dei presunti profeti d’ogni religione hanno prodotto una innumerevole varietà di interpretazioni spesso incompatibilmente contraddittorie, al punto da suggerire ai credenti un interrogativo blasfemo: sapendo quali nefasti effetti avrebbe avuto l’incomprensibilità del suo messaggio, perché il dio non s’è astenuto dal calarsi nella storia? Be’, chi non crede, come Saramago, una risposta ce l’ha. Guido Bernasconi

IMPORTANTE Abbonamento per 4 numeri Fr. 10.- (Estero € 10.-) Per i membri ASLP-Ti l’abbonamento è compreso nella tassa sociale annuale. Gli interessati residenti in Svizzera possono abbonarsi versando la quota sul c.c.p. 65-220043-3 intestato a: Bollettino Libero Pensiero, 6987 Caslano I lettori residenti all’estero desiderosi di abbonarsi alla nostra pubblicazione sono invitati a mettersi in contatto con la redazione ad uno dei seguenti indirizzi: Redazione Libero Pensiero, Casella postale 122, 6987 Caslano (Svizzera) oppure redazione.libero.pensiero@gmail.com 10 Libero Pensiero

Union Mondiale de la Libre Pensée

Chiuso in tipografia il 30.11.2009

Politicamente scorretto
Nel GdP del 5 novembre il vescovo Grampa sostiene che “il crocifisso nelle aule è simbolo di libertà per tutti”, attacca “l’arido, astratto diritto” (il Cavaliere non detiene evidentemente il copyright antimagistrature) e si fa scudo di un testo della Ginzburg apparso sull’Unità undici anni fa. Quanto al vescovo e al suo giornale piacciano in realtà l’Unità e chi la legge, lo capiamo al volo leggendo il quotidiano della sua setta preferita.

Del più e del Mino

In italiano eccitarsi sessualmente si dice anche arrazzarsi. E allora M’arrazzo doveva saperlo: nomen omen, nel nome sta scritto il destino. Altrimenti detto: sic trans gloria mundi.

S’arrazza

Quadri surrealisti

Sulla croce s’inchioda l’intesa

La decisione unanime dei sette giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo di non consentire l’esposizione di quel gran simbolo di tortura che è la croce nelle scuole pubbliche ha sortito un miracolo laico: destra e sinistra in Italia, sempre prese ad insultarsi, hanno intonato il coro unanime di protesta, officiato da vescovi e cardinali.

Lugano, sull’omni…Bus

Sui bus di Lugano la pubblicità agnostica non è stata accettata; in compenso vi troneggiano le campagne di Scientology.

Lo Stato spendaccione è il leit motiv del granconsigliere-municipale-caporedattore del Mattino, quello che non ha l’oro in bocca. La critica ha del surreale se solo si pensa a cosa riesce a fare il Quadrilorenzo. Da inizio 2007 al 14 novembre scorso ha presentato nientepopodimenoché 317 interrogazioni al Consiglio di Stato (tralasciamo interpellanze, mozioni, iniziative). Trecentodiciassette! Se solo si pensa a quanto tempo richiede una risposta scritta ad un’interrogazione (accertamenti da parte di funzionari, allestimento risposte, passaggi in governo, stampa e spedizione a tutti i deputati e i media, catalogazioni e inserimento su internet etc etc) si capisce quanto sia surreale la critica. Staccando qualche quadro surrealista dalle proprie pareti, lo Stato risparmierebbe.

Architetto incensato, di sicuro, il Mario Botta che si è fatto ricevere dal pastore tedesco a Roma. Una strizzatina d’occhio alla sinistra, un sorrisetto al centro, una visitina al papa reazionario e il gioco è fatto. Botta in visita al Papa? Oppure Botta in visita ad uno dei suoi maggiori committenti, tra cattedrali francesi e chiesette sui monti ticinesi? Pecunia val bene una messa.

Un colpo al cerchio uno alla Botta

Cani da pesca

Interessante articolo e interessanti blog su www.tio.ch il 28 ottobre. Una cittadina luganese atea e non battezzata si lamenta di aver ricevuto l’imposta parrocchiale. Spuntano così altri atei e non battezzati, come a Losone, cui è toccata la stessa sorte. Un blogghista commenta: “certo che quando si vuol fare il papa essendo solo vescovo servono soldi….”

Blog populi, vox dei

C’è un partito che più degli altri è portato per i prodigi, per i miracoli. E così nei giorni scorsi abbiamo visto il suo presidente pescato (è il caso di dirlo) a catturar fauna ittica di frodo. Ovviamente c’è stata una furiosa arrabbiatura, ma non quella del guardapesca che svolgeva il suo lavoro, bensì quella del pizzicato (il cui casato ha una consolidata esperienza con la giustizia). Fin qui nulla di nuovo. Il miracolo è che in quel giorno, dopo secoli di cani da caccia, ha visto la luce il primo cane da pesca della storia, un ppdog preso all’amo.

Mino Grampa (al secolo Giacomo e ultimamente PierGiacomo, di Busto Arsizio) afferma sul sito dell’ex direttore del GdP che da tre anni non prende lo stipendio. Ah povero diavolo, oh grande sacrificio, uh generosità del vescovo cattolico! Probabilmente, disponendo di vitto, alloggio e tutto quanto gli occorre, interamente coperto dalla Curia, gli basteranno per le spesucce collaterali la cassa pensione da rettore del Papio e la Avs di cui a 73 anni gode già da un po’. E che sommate non fanno noccioline. Perché dunque disperarsi? Che la lamentatio sia volta a far affluire ulteriori generose donazioni alla già ricchissima diocesi ticinese? Il gobbo diceva che a pensar male si pecca ma si azzecca. Il Grillotalpa Stampato presso: La Cooperativa Tipolitografica Via San Piero 13/a 54033 Carrara (MS) Internet: http://www.latipo.191.it/ Libero Pensiero 11

Il bell’inBusto

Identità sociale e fenomeni religiosi
Indipendentemente dall’esito del voto sull’iniziativa per il divieto della costruzione dei minareti (quando scriviamo queste note il risultato dello scrutinio non è ancora noto), dalla discussione che si è sviluppata è emerso un aspetto che ha fatto da denominatore comune tra favorevoli e contrari alla proposta (si aggiunga che chi scrive era contrario all’iniziativa, ma questo nel discorso che stiamo facendo non ha rilevanza). La maggior parte di coloro che sono intervenuti nel dibattito (tranne poche eccezioni) hanno insistito sui concetti di civiltà e di cultura riducendoli alla sola dimensione religiosa. Si è così parlato di una civiltà e di una cultura cristiane, con le quali si identificherebbe la totalità del mondo occidentale, e di una civiltà e di una cultura islamiche, riferite alle realtà storiche e sociali dalle quali questa religione ha tratto origine. Si tratta di un’impostazione fuorviante perché non rende conto del modo con il quale lo sviluppo di queste due fenomeni religiosi ha interagito nel corso dei secoli con il contesto sociale. Non è però questo il solo aspetto problematico. Nella già citata discussione sono state richiamate costantemente da una parte l’esigenza del dialogo e dall’altra il rischio di uno scontro tra civiltà (ancora una volta, manco a dirlo, quella cristiana e quella musulmana). Il multiculturalismo della società di oggi è stato ridotto al suo multiconfessionalismo (a tale proposito si legga il numero di settembre-ottobre del periodico dell’Unione atei e agnostici italiani ‘L’Ateo’ [www.uaar.it], che ha dedicato al tema diversi contributi). Ci si trova confrontati con un luogo comune che viene ripetu12 Libero Pensiero

to con crescente insistenza non solo dal papa Benedetto e dai suoi fedeli, ma da persone, compresi politici e intellettuali, che si pretendono laiche. Una tale impostazione mette tra parentesi una parte decisiva non solo della cultura moderna, ma dell’intera tradizione del pensiero materialista che affonda le proprie radici nell’antichità (si consulti, in merito, il primo volume della Controstoria della filosofia del francese Michel Onfray, pubblicato da Fazi Editore), quasi a ritenere che le concezioni del mondo che fanno astrazione da una dimensione trascendente (sia essa costituita da un dio o da uno spirito immanente), non avrebbero partecipato alla costruzione della cultura umana. Ha scritto Paolo Flores D’Arcais, rovesciando la famosa frase di Benedetto Croce (Atei o credenti? – Fazi Editore, 2007), che «dopo Galileo e Darwin non possiamo più non dirci atei». Siamo di fronte, è vero, ad un’ affermazione perentoria che riassume nella ragione, liberata da ogni vincolo, e nel metodo scientifico che ne è figlio, l’unica forma attraverso la quale si sviluppa la conoscenza. Galileo Galilei, invero, si dichiarò sempre credente (ciò non gli consentì, peraltro, di sfuggire al processo intentato contro di lui dalle cerchie ecclesiastiche) e Darwin, del quale ricorre quest’anno il bicentenario della nascita, non si preoccupò troppo della conciliabilità tra la sua teoria e la religione, ma le loro scoperte (soprattutto quella darwiniana) sfociano in un vero e proprio rovesciamento del modo di porsi dell’uomo di fronte all’universo e alla natura. Se ne potrebbe dedurre, come fanno Flores D’Arcais e altri, che l’uomo smette di essere il

centro del cosmo e il fine ultimo di un disegno superiore. Non può più dichiararsi figlio di un dio. Ciò porta a considerare il fatto religioso una costruzione dell’immaginario umano, come già aveva sostenuto uno dei filosofi della sinistra hegeliana, Ludwig Feuerbach, nella sua Essenza della religione. Una visione non fideistica del mondo è quindi possibile e essa consente, se non di dimostrare la ‘non esistenza’ di dio, di rendere altrettanto problematica la prova del contrario. Ciò porta pure a rileggere con occhi nuovi e diversi il ruolo avuto dalle religioni e dalle chiese nella storia, religioni che non sono altro se non l’espressione di forme di controllo sociale. Non fu forse Marx a definire la religione l’oppio dei popoli, qualificandola come sovrastruttura ideologica finalizzata a garantire il consenso verso le classi e le cerchie politiche dominanti? Stando così le cose il fatto religioso con l’ideologia che lo accompagna costituiscono solo una componente di ogni società, una fra le tante, e non possono essere interpretate quale valore identitario unico e totalizzante. Si aggiunga che, se oggi gli atei e gli agnostici rappresentano una fetta consistente del corpo sociale, questa componente esiste da sempre anche se la sua presenza è stata rimossa dalla tradizione culturale. Nelle sue diverse espressioni ha saputo produrre visioni del mondo e valori morali senza far riferimento alla trascendenza. Le varie forme religiose, in altre parole, non hanno mai avuto nella storia e men che meno rivestono oggi una valenza universale tale da consentire la comprensione e da riassumere i caratteri di una società. Edy Bernasconi