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Pensiero 07–08–09 — 2013

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07-08-09 2013 —
Luglio — settembre Sommario
pp.

Periodico dell’Associazione Svizzera dei Liberi Pensatori — Sezione Ticino

Editoriale

2–3

pp.

la Redazione

pp.

Etica pratica nel villaggio globale
di Giovanni Ruggia p.

4–5

L’etica immanente di E. Armand
di Edy Zarro pp.

8–9

p.

L’editto di Costantino
di Tiziano Moretti p.

9– 11

Streghe di ieri e streghe (strioni) di oggi. Un racconto di Orlando Casellini per riflettere sulla sanguinaria guerra contro il diverso
di Edy Bernasconi p.

12

p. pp.

Patriottismo… fratturante, ovvero Quando l’amor patrio fa da supporto al bigottismo
di Guido Bernasconi

15

Etica o morale?
di Giovanni Barella pp.

5

Morale ed etica per vivere in una valle di lacrime?
di Guiber

6–8

Gita al Parco Naturale delle Gole del Breggia — 5 ottobre 2013

11

L’etica dei liberi pensatori
di Diego Scacchi p. pp.

13

Interrogazione Parlamentare — 13 maggio 2013

14

di Matteo Quadranti e Francesco Cavalli

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Libero

Pensiero

07–08–09 — 2013

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Editoriale
Se la morale non urtasse, non verrebbe lesa.

Tutti aforismi o massime richiamanti l’etica o la morale, tema di fondo di questa pubblicazione, susseguente ad altri due temi che hanno a che vedere con la condotta ed il pensiero umano: sesso ed arte affrontati nei periodici precedenti. Morale ed etica vengono approfonditi nell’ottica di “senza un dio di mezzo” che ne stabilisca i parametri! Giovanni Barella ne esamina l’aspetto etimologico; Giovanni Ruggia ne suggerisce un ancoraggio nella biologia umana; Guiber si sofferma sull’analisi che l’influsso religioso ha o vorrebbe avere sulla condotta di tutti noi, mentre Diego Scacchi sottolinea l’indipendenza della morale da ogni forma di credenza ; Edy Zarro presenta la posizione laico-materialista dell’anarchico individualista francese E. Armand (1872-1962); Edy Bernasconi affronta una visione popolare– fiabesca della tematica riferita proprio al nostro territorio, con una proposta di gita culturale. In questo numero v’è anche la ripresa di quello che si può definire un atto di coraggio da parte di due deputati al Gran Consiglio ticinese, seguito da alcune considerazioni di Guido Bernasconi. Spazio anche per approfondite riflessioni, a cura di Tiziano Moretti, in merito ai limiti culturali e cronologici legati alla celebrazione fideista del presunto “battesimo” della tolleranza religiosa. Buona lettura!

Karl Kraus, 1874 – 1936, scrittore, giornalista, aforist a e autore satirico austriaco, viene generalmente considerato uno dei principali autori satirici di lingua tedesca del XX secolo, ed è noto specialmente per le sue critiche taglienti alla cultur a, alla società, ai politici tedeschi ed alla stampa.

simbolo Il bello è il orale. del bene m 2 4 – 1804,

È morale ciò che ti fa sentir bene dopo che l’hai fatto, è immorale ciò che invece ti fa sentire male.
Ernest Hemingway, 1899– 1961, scrittore e giornalista statunitense, autore di romanzi e di racconti brevi.

ant, 17 Immanuel K o. Fu uno dei desc filosofo te ti nti esponen più importa o tedesco, e ism dell ’illumin egli elementi ticipatore d sofia an lla filo fondanti de ica. idealist

Cerca di diventare non un uomo di successo ma piuttosto un uomo di valore.

Ashleigh Ellwood Brilliant, 1933, fumettista e scritto re statunitense.

Soldi, non moralità, questo è il principio delle nazioni civilizzate.

Noi atei crediamo ndo di dover agire seco coscienza per un non principio morale, mo perché ci aspettia una ricompensa in Paradiso.

Alber t Einstein, 1879- 1955, fisico e filosofo della scienza tedesco.

L’etica del lavoro è l’etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi.
Bertrand Arthur William Russell, 1872–1970, filosofo e matematico gallese

enze, 12 Margherita Hack, Fir ’astrofisica, giugno 1922, è un ca e divulgatrice scientifi liana. attivista ita

Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali.
Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma, 1869–1948, politico e filosofo indiano.

no I politici han a. etic una loro Tutta loro. ca Ed è una tacquella più sotto di co di un mania sessuale.

Voltaire, 1694 – 1778, filosofo, drammaturgo , storico, scrittore, rom anzi saggista france ere e se. Il primo passo

C’è solo una m come c’è solo orale, geometria. una

di nome d’arte Woody Allen, nigsberg, t Kö Allan Stewar a, sceneg gia35, è un regist 19 clarinettista, tore, attore, scrittore e compositore, statunitense, afo commediogr i e più celebri tra i principal poca moderumoristi dell’e ntensa na, grazie all’i a nematografic produzione ci gag che ici e alle e ai testi com porre già in a com ha iniziato nziale. età adolesce

Albert Schweitzer, 1875– 196 5, medico, teologo, musicista , missionario luterano tedesc o.

nell’evoluzione dell’etica è un senso di solidarietà con altri esseri umani.

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Etica pratica nel villaggio globale
di Giovanni Ruggia

Libero

Pensiero
La nostra mente possiede un collegamento privilegiato con le mani (e col corpo); fare con le mani e l’attività fisica del corpo provocano piacere e benessere in e per se stessi, danno automaticamente senso a ciò che si fa, ci si immerge e si interagisce col mondo naturale, c’è un’etica e una dignità naturale nel lavoro manuale e nell’attività fisica.

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La partecipazione attiva nelle attività artistiche (teatro, danza, musica, pittura, scultura, letteratura, giardinaggio, modellismo) sottolinea l’importanza di un fatto, di una cosa o di un’idea che giustifica impegno, sforzi e partecipazione emotiva straordinari nel porla in atto.

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In Europa si usa porre l’inizio della riflessione razionale sui principi etici nell’Antica Grecia, la quale fu integrata da apporti dal credo cristiano e in seguito dal pensiero rinascimentale e illuminista. Importante fu anche l’influsso del mondo islamico nel preservare il pensiero filosofico classico.
Dall’insegnamento della filosofia al liceo possediamo tutti alcune conoscenze di base. Siamo tuttavia sicuri che, soprattutto nell’odierna società multiculturale, queste conoscenze rappresentino una base comune? È vero che il pensiero filosofico classico fu assunto anche dalla filosofia islamica e raggiunse l’India, ma i migranti degli ultimi decenni hanno familiarità con quest’eredità culturale? La società attuale è più complessa di quella antica. Inoltre abbiamo accumulato un grande corpus di conoscenze che, tuttavia, sono distribuite in modo squilibrato e ciò comporta inevitabilmente un’asimmetria di potere. Scienziati, tecnici, medici, professionisti sono molto più performanti dei loro colleghi antichi e portano di conseguenza una maggiore responsabilità. Se c’è una cosa che la ricerca filosofica e scientifica ci ha insegnato negli ultimi secoli è che l’etica non si può dedurre dalla logica (anche il male può essere razionale); e la storia ci insegna che nemmeno le verità rivelate ci sono state d’aiuto. Eppure gli umani sono riusciti a sopravvivere e prosperare per decine, se non centinaia di migliaia di anni. Se non possiamo derivare l’etica – cioè regole di comportamento tra esseri umani in relazione ai mezzi, agli obiettivi e ai moventi – dall’alto, dobbiamo e possiamo derivarla dal basso. Sappiamo oggi dalla biologia che non esiste alcuna dicotomia tra funzioni alte e basse del nostro comportamento. L’opposizione corpo–mente è un concetto fuorviante. Il conscio e l’inconscio esplicano entrambi certe funzioni in modo differente. Le scienze sociali hanno avuto a lungo un tabù con le radici biologiche del comportamento umano. Il cervello umano era considerato una “tabula rasa” che poteva fare qualsiasi cosa a seconda dell’ambiente culturale in cui era stato allevato. L’essenziale unità dell’umanità, indipendentemente da razza, genere, età, orientamento sessuale e concezioni religiose e filosofiche, giustificava l’omissione di qualsiasi

variabilità biologica, di qualsiasi accenno a un determinismo biologico nelle differenze sociali e intellettuali tra gli esseri umani. Le devastazioni dell’eugenismo, del razzismo e del nazionalismo legate al colonialismo e all’imperialismo, giustificate in termini scientifici, erano ben presenti. Oggi sappiamo che queste argomentazioni non erano scientifiche ma ideologiche. La mente umana è il prodotto di un processo automatico, freddo e distaccato, la selezione naturale per pressione ambientale. Le emozioni che proviamo, quando interagiamo col nostro prossimo, sono un dispositivo, evolutosi per selezione naturale, che ci segnala che sono in gioco faccende importanti. Ciascuno di noi, per il suo carattere innato, per l’ambiente culturale in cui è cresciuto, per l’educazione che ha ricevuto, tende a recepire i segnali che gli invia la coscienza in modo diverso, a provare orgoglio o vergogna in modo differente, a valutare differentemente il vero e il giusto. Non possiamo quindi derivare semplicemente il nostro comportamento da principi di base ma possiamo rivolgerci alle interazioni con il nostro prossimo, all’empatia verso le sofferenze e le necessità degli altri nelle quali possiamo riconoscere le nostre stesse, in una continua negoziazione tra il nostro ego e il nostro prossimo, cercando di mantenere un equilibrio tra fini e mezzi. È necessario un compromesso tra diverse esigenze. Abbiamo bisogno di un’etica intersoggettiva. I principi del giusto e dell’ingiusto diventano oggetto di consenso che deve essere raggiunto mediante lo scambio di argomentazioni razionali. Tuttavia sappiamo che gli esseri umani non sono mossi dalla ragione ma dalla passione. Possiamo cercare di incanalare le passioni utilizzando le emozioni e i sentimenti comuni a tutti gli esseri umani: gli esseri umani nascono, vivono e muoiono in una società, senza società non sarebbero nemmeno umani. La felicità umana non può esistere senza la presenza di altri esseri umani, la cui felicità è premessa della nostra. È una continua ricerca di equilibrio tra esigenze contradditorie: autonomia, uguaglianza, libertà personale e interessi generali. Un vero sentiero in cresta. Quindi si tratta di imparare a sentire le emozioni nel nostro prossimo. E il modo più naturale di farlo è di utilizzare il nostro corpo, imparando a sintonizzare i nostri sensi, affinando i talenti naturali che ciascuno di noi possiede nell’interpretare il linguaggio del corpo, uno strumento universale per superare le barriere linguistiche e culturali

per mettersi nei panni degli altri. Mettersi nei panni degli altri non significa solo simpatia e capacità di collaborare ma anche, in ugual misura, diffidenza, prudenza e antagonismo. Il nostro prossimo può essere non solo un collaboratore e un alleato ma anche un avversario o un rivale. Gli umani non sono di natura né buoni né cattivi. Come si comportano dipende dalle circostanze, dalle esperienze personali, dalle opportunità. Senza contare che la capacità empatica delle masse si può manipolare facilmente, come dimostra la storia. Quindi più delle belle parole servono accorgimenti tecnici, sociali e legali per equilibrare i rapporti di forza, mitigare le disuguaglianze, incentivare le buone tendenze e ostacolare le cattive. L’evoluzione delle società umane in seguito alla crescita demografica e alle migrazioni, dalle prime bande di foraggiatori primitivi agli stati organizzati attuali, mostra una continua evoluzione in etica, parallela ai cambiamenti intervenuti per quanto riguarda l’accesso a partner di riproduzione e i mezzi di produzione. Lo sviluppo di comunità più grandi aumenta la sicurezza ma nello stesso tempo diminuisce le opportunità personali, porta una maggiore solidarietà all’interno di ogni gruppo ma un parallelo aumento dell’avversione nei confronti di estranei, stranieri, diversi, e della violenza tra i gruppi. In questo processo le religioni hanno giocato un ruolo di collante in molte civiltà. Oggi siamo arrivati al limite di questa evoluzione: in un villaggio globale non ci sono più altri dai quali distinguersi. Bisogna rifondare un’etica globale, senza per ciò ripartire da zero. Possiamo provare a ricuperare dalle vecchie etiche gli aspetti che ci possono servire e scaricarne altri rivelatisi controproducenti. La storia delle diverse civiltà umane è un grande database di esperimenti naturali dal quale attingere, ricordando che è responsabilità degli umani, qui e ora, trovare soluzioni politiche eque alla convivenza sociale: lo stato non deve imporre una determinata visione del mondo. E, come accennavo sopra, ciascuno di noi può fare la propria parte personale, cercando di entrare in sintonia con il proprio corpo. Se siamo un ammasso di cellule con complicate reazioni neurofisiologiche, queste reazioni ci permettono di entrare in contatto con altri ammassi cellulari attraverso gli organi di senso. Dobbiamo sforzarci di migliorare le nostre capacità di sentire, educando e allenando il corpo: sesso, lavoro, arte. L’attività sessuale mette in diretto contatto la nostra mente con il mondo fisico.

Etica o morale?
rischiano di distruggere il desiderio di competizione), nei media (dove spesso l’informazione è manipolata o polarizzata), nella medicina (dove le nuove tecniche rendono Gli aggettivi “giusto” e “sbagliato” possibili situazioni finora inimmaginabili). sono fra i più frequentemente usati Il vocabolo Etica viene dal greco “èthos”, un per indicare la correttezza o meno lemma con più significati che non trova di un comportamento, di un metodo, equivalente in italiano anche perché l’impodi una risposta, di un enunciato, ecc. stazione delle idee, la visione della vita, era Sono parole messe in relazione, di regola, con diversa dalla nostra. In primo luogo significa un ambito ambiguo e problematico: quello l’habitat, cioè il modo di abitare il mondo morale e etico. Se da un lato moralità ed etica di una specie animale; ma “èthos” può anche vengono spesso considerate universali e significare il carattere d’una persona, cioè dotate di un carattere costrittivo, dall’altro vi il modo in cui ella abita il mondo; di conseè un ampio disaccordo su cosa è giusto e guenza ha anche la valenza di costume, cioè cosa è sbagliato. La facile constatazione che il modo di comportarsi in una determinata giusto e sbagliato non sembrano essere gli società ad una data epoca. stessi per tutti induce a credere che in ambito Da “èthos” è derivato l’aggettivo “èthikè”, morale ed etico il punto di vista migliore sia tradotto letteralmente in “comportamentale”, il relativismo; in effetti, se non sappiamo dire termine apparso per la prima volta grazie perché certe azioni come la tortura, l’omiall’espressione “èthikè théôria” (contemplacidio, il furto, lo stupro sono sbagliate, quale zione comportamentale) di Aristotele, giustificazione possiamo addurre per opporci per indicare un sapere relativo al modo di ad esse? Moralità ed etica sono solo una comportarsi. questione di preferenze, o possiamo fornire Insomma, per i Greci l’etica era una forma di valide ragioni a sostegno delle nostre conconoscenza concernente i comportamenti: vinzioni etiche e morali? descrittivi nel loro modo d’essere, ma in Il Marchese francese di Vauvenargues, Luc seguito anche normativi alla ricerca di un de Clapiers (1715-1747), aveva già trovato la miglioramento della condotta. chiave dell’arcano affermando: “On ne peut La parola Morale è di matrice latina. Cicerone être juste si on n’est pas humain”! Si tratta ha dapprima tradotto “l’èthos” greco in “mos, di una massima di questo scrittore saggista mores” (costume, costumi) e ha coniato e moralista amico, fra gli altri, di François– il termine “moralia” per tradurre l’aggettivo Marie Arouet, meglio conosciuto con lo pseu- “èthikè”, dandogli il medesimo significato. donimo di Voltaire. Fu proprio quest’ultimo Dunque si potrebbe concludere che etica e ad incitare il Marchese a scrivere i suoi promorale abbiano il medesimo significato in dotti più conosciuti: Introduction à la connais- quanto si preoccupano indistintamente dei sance de l’esprit humain e Réflexions et valori bene e male, riflettono nello stesso maximes. modo sulle basi di queste distinzioni, si ponMa, in fin dei conti, cosa sono etica e morale, gono i medesimi quesiti come distinguere parole usate come non mai nei nostri tempi? e applicare delle regole fondamentali. Qual è la loro origine? (In questo breve Tuttavia, nel corso dei secoli, si è creata una excursus mi riaggancio ai pensieri di Roger– differenziazione progressiva fra i due termini. Pol Droit, accademico francese e filosofo.) Grazie al dominio di una religione, che ha Ogni giorno le ritroviamo pronunciate in proclamato quello che s’ha da fare, che innumerevoli discorsi, stampate in una molti- ha dettato i modi di comportarsi ed i valori tudine di giornali e libri, udite alla radio, da seguire, che non ha lasciato spazio alla alla televisione, a scuola. Ci si occupa e preriflessione, a tutt’oggi il termine “morale” occupa di etica e morale in una quantità è vieppiù riservato alle norme ed ai valori di settori: nell’economia (dove la crisi dimoereditati dal passato e dalla tradizione, stra la necessità di regole precise), nello possibilmente da trasmettere. Di converso sport (dove il doping e gli incontri truccati “etica” si usa piuttosto quando norme e di Giovanni Barella comportamenti sono da costruire, da inventare, per giustificare un azione che concerne generalmente la collettività (per esempio la deontologia riferita ai progressi della tecnologia medica e scientifica), l’elaborazione o l’adeguamento necessari a causa delle mutazioni in corso. A questa distinzione va aggiunto il fatto che il termine “morale” è vieppiù interpretato con connotazione negativa: richiama rimproveri noiosi, repressivi, superati, dolorosi e inutili da sentire perché inefficaci. Mentre il termine più antico di “etica” diventa paradossalmente come il più nuovo, il nome della morale in corso di formazione, soprattutto nei casi di nuovi argomenti (medicina, unione omosessuale, protezione dei minori su internet, legalizzazione delle droghe leggere, manipolazione genetica,…): forse per sottolineare con maggiore intensità l’uscita dalla dipendenza. Checché se ne dica i due termini sono equipollenti e dunque non importa quale si usa: l’importante è che con la cura di sé ci si prenda cura pure degli altri e di altre cose, senza però mai credere ciecamente ai valori dati, sapendo che la faccia nascosta delle virtù umane può celare degli appetiti feroci, che la giustizia medesima può nascondere il desiderio di vendetta e la gioia di donar sofferenza, così come l’uguaglianza può dar spazio alla rinascita degli incapaci e la fratellanza un sentimento di irritazione.

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Morale ed etica per vivere in una valle di lacrime?
di Guiber

Libero

Pensiero
il primo, di aver bisogno di una guida carismatica, il secondo, di raccogliere una massa eterogenea di scontenti. Il carisma dei leader si esaurisce anche troppo presto quando si scopre che anch’essi hanno, come le persone comuni, non solo le virtù ma anche i difetti: primo fra tutti quello di montarsi la testa. Quanto agli scontenti, è assai difficile mantenere l’entusiasmo protestatario negli individui di una massa raccogliticcia, quando non si trova il modo di dare subito concreta risposta alle principali richieste da loro formulate, soprattutto quando non esiste un condiviso ordine di priorità. Ad aggravare la condizione di generale disorientamento ha contribuito la crisi delle ideologie: ciò che ha convinto le persone a rifiutare per principio, all’insegna dell’improvvisazione e del pressapochismo, ogni coerente progetto politico che possa prospettare concrete possibilità di cambiamento. Non v’è alcun dubbio che a diffondere la sfiducia nelle ideologie hanno contribuito, con i cospicui mezzi a loro disposizione – in primis il controllo dei mezzi di comunicazione di massa! – i detentori del potere economico, i quali non hanno alcun interesse a cambiare questo modello di società. Ora, poiché lo Stato affronta una crisi di credibilità non troppo dissimile da quelle che hanno provocato le turbolenze caratteristiche della prima metà del secolo scorso, si può immaginare che la crisi socio-economica provocherà disordini sociali che non potranno essere controllati se non con misure autoritarie.

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al Sudan, all’India, alle Filippine, senza dimenticare l’ex-Jugoslavia ove tra i cristiani permane l’antica ruggine tra cattolici e ortodossi. Vi sono poi in condizioni di guerra latente musulmani e induisti nell’India e nel Pakistan, induisti e buddisti nello Sri-Lanka, buddisti e musulmani nel Myanmar, senza dimenticare la permanenza degli attriti inter– cristiani nell’Irlanda del Nord. Di fronte a un simile panorama si può ben dire che è del tutto priva di fondamento la favola secondo cui tutte le religioni sarebbero portatrici di un messaggio di pace e di fratellanza universale. Si dirà che la chiesa non è più quella di prima ed è in effetti una dote ben curiosa quella di chi, pretendendo rinnovarsi, rimane semper idem. Ora, con il papa Francesco, secondo i vaticanisti, è iniziata una “nuova primavera”. E ciò, anche se il ciclo stagionale ecclesiastico può non coincidere con quello naturale, suggerisce che la stagione rappresentata dall’ormai emerito papa Benedetto è stata diversa. Sottintendendo che è stata invernale. Eppure il Bergoglio, nel suo primo incontro con il corpo diplomatico accreditato presso la “Santa Sede” (il 22 marzo scorso), ha subito chiarito quale sia la sua posizione ideologica, manifestando apprezzamento per l’impegno del suo predecessore contro la “dittatura del relativismo”. Che il relativismo (quello filosofico) sia sgradito ai cultori dell’assolutismo teocratico non è cosa nuova, è tuttavia alquanto singolare che sia un gesuita ad esprimersi in tal modo, quando si considera che il sua Societas Jesus ha fatto del relativismo (quello morale, della casuistica) il suo cavallo di battaglia. Il Bergoglio, non diverso dai suoi predecessori, ha voluto distinguersi all’inizio del suo pontificato rimpolpando la già nutrita schiera della “comunione dei santi”. In una sola infornata, il 12 maggio scorso, unitamente a due suore sudamericane, ha canonizzato la bellezza di ottocento martiri. Gli ottocento martiri di Otranto furono decapitati nel 1480 dai musulmani, per non aver voluto rinnegare la propria fede. Per uno che vuol essere “costruttore di ponti” con i fedeli delle altre religioni, segnatamente con l’islam, non sembra essere un buon inizio l’esibizione di ottocento decollati, vittime dei crudeli seguaci di Maometto. A questo punto il pensiero va a quei morti d’altra fede, non necessariamente di carattere religioso, di cui il Bergoglio dovrebbe aver più fresca memoria: quelli causati (a migliaia!) dalla dittatura dei generali argentini, “alfieri dei valori del Cristianesimo e dell’Occidente”, che, cristianamente, hanno governato tra il 1976 e il 1983, mentre la Chiesa rimaneva in connivente silenzio. Evidentemente, il fiero motto “Non abbiate paura!”, per i Bergoglio, i Ratzinger, i Wojtyla (ad imitazione dei Pacelli) si addice ad altro contesto. Vi è un’etica religiosa che nelle parole afferma la sua “volontà di bene”, ma che nella

Uno dei motivi per cui in diversi Paesi d’Europa (e anche fuori del Vecchio Mondo) le autorità preposte alla pubblica istruzione hanno scoperto l’esigenza di introdurre nella scuola dei corsi di etica abbinati alla “cultura religiosa” sta nel fatto che ci si è accorti che le giovani generazioni mostrano i segni di una dilagante e contagiosa “maleducazione”.
Non è una novità: da sempre gli adulti considerano i giovani invadenti, petulanti, saccenti e presuntuosi. E il rapporto è particolarmente conflittuale, per ragioni di concorrenza, tra coloro che sono appena entrati nell’età adulta e coloro che si apprestano ad accedervi a pieno titolo, senza voler fare un minimo d’anticamera. Oggi non c’è più rispetto per i “grandi”, si dice. E ci si dimentica di quanto fossero aspri i conflitti generazionali in passato. Vero è che, in passato, l’ordine e la disciplina erano imposti in forza di un’educazione autoritaria che presentava l’obbedienza come la virtù fondamentale di una società gerarchizzata. Va riconosciuto che la società si è trasformata e che i genitori d’oggi delegano in gran parte il ruolo di educatori agli operatori scolastici: negli asili infantili, prima, e nelle scuole dell’obbligo, poi. Così avviene che, nel delicato periodo adolescenziale, i giovani siano lasciati allo sbando “educandosi” (si fa per dire) reciprocamente a rispettare una gerarchia del “merito” (si fa ancora per dire), laddove s’impone il più dotato: non di rado il più forte, il più furbo, il più determinato, spesso il più prepotente. Il verificarsi sempre più frequente di casi di bullismo è una delle conseguenze di questo stato di cose. Al proposito va detto che il fenomeno del bullismo ha ottenuto un suo specifico riconoscimento soltanto ora che le vittime hanno trovato chi le ha ascoltate e ne ha preso le difese: in passato lo si riteneva un ambivalente passaggio di iniziazione in cui i “forti” sottoponevano i “deboli” alle loro vessazioni, fortificandosi gli uni e gli altri nel carattere e preparandosi ad esercitare i rispettivi ruoli, di dirigenti o di subordinati, nelle inevitabili avversità di una vita aspramente competitiva. Allora, una cospicua parte del giovani faceva ingresso nel mondo del lavoro attorno ai quindici anni d’età rimanendo sotto la patria potestà fino al raggiungimento della

maggiore età, ossia vent’anni compiuti. Oggi, la maggior parte diventa maggiorenne ancor prima di aver concluso gli studi, ovvero acquista diritti civili e politici senza essersi emancipata economicamente. Ai genitori, persa la patria potestà, rimangono integralmente i doveri d’assistenza parentale e le responsabilità morali connessi al loro ruolo (spesso mancato) di educatori. L’immagine dei genitori agli occhi dei figli ha subíto una notevole evoluzione: infatti, se è rimasto l’affetto, è diminuito il rispetto o, per meglio dire, non c’è più il timore reverenziale con cui i piccoli guardavano i grandi. Non sarebbe stato però un male se, avendo perso in autorità, i genitori avessero acquisito in autorevolezza. Le cose sono andate diversamente perché i giovani hanno scoperto che i genitori, a loro volta, hanno perso il rispetto nei confronti dei detentori dell’autorità dello Stato, ovvero degli uomini che rivestono (troppo spesso indegnamente!) le più alte cariche pubbliche. Insomma ci si trova nella necessità di rivedere le regole della civile convivenza, considerato che quelle attualmente vigenti vengono osservate solo quando fa comodo o altrimenti vengono bellamente eluse con accorgimenti di vario genere. Disorientamento morale Per non esagerare, dicendo che ora si tira avanti in una condizione di vuoto normativo (anche perché di norme ce ne sono fin troppe), è però evidente che vi è un generalizzato disorientamento morale. Ciò non vuol dire che le singole persone non sappiano più distinguere ciò che è (in teoria…) giusto da quel che non lo è, bensì che ognuno si chiede fino a che punto sia sensato agire correttamente in un mondo in cui ciascuno antepone il proprio personale interesse a quello collettivo, all’insegna del motto secondo il quale il fine giustifica i mezzi. Il cattivo esempio viene dalle figure pubbliche, a cominciare dai politici che commettono impunemente ogni genere d’abuso ai danni dei comuni cittadini. E non meno scandalose sono le ingiustificabili differenze retributive delle diverse attività, laddove gli onorari dei “dirigenti” e dei “liberi professionisti” (ma anche quelli riservati a privilegiate categorie di artisti e sportivi di mestiere) corrispondono a decine e talora a centinaia di volte i salari percepiti dai lavoratori comuni. Tutto ciò si verifica perché ci sono delle norme che consentono (quando non addirittura incentivano!) le sperequazioni sociali: norme codificate in un corpus iuris assemblato, pezzo per pezzo, secondo procedure

apparentemente democratiche. Orbene, benché il regime repubblicano sembri offrire la possibilità di cambiare le disposizioni normative inadeguate e talora inique, ciò non avviene perché i meccanismi decisionali sfuggono al controllo popolare. In effetti, i sistemi che si reggono sulla democrazia rappresentativa, ovvero sulla delega del potere politico, consentono alle organizzazioni partitiche di usurpare legalmente la facoltà decisionale dei cittadini, interpretandone a piacimento la volontà. Nel nostro Paese, grazie ad una collaudata formula consociativa, i partiti maggiori stanno tutti al governo garantendo la conservazione dei rapporti di forza. Altrove, si raggiunge analogo risultato grazie all’accorgimento dell’alternanza, per cui le destre e le sinistre intervengono sulla struttura socioeconomica del Paese in modo contraddittorio, in un altalenante fare e disfare una diversa trama sul medesimo ordito. Perché, sostanzialmente non cambi nulla. Così, quando la gente esasperata manifesta il suo ripudio per tutto ciò che sa di “politica”, i maggiori partiti di opposto schieramento, improvvisamente scopertisi una vocazione alla responsabilità, in nome dell’unità nazionale nonché dei supremi interessi del Paese, si rassegnano alle larghe intese per governare… fraternamente. Nel frattempo, la disaffezione per la politica ha raggiunto livelli molto elevati al punto che la diserzione dagli appuntamenti elettorali interessa non di rado la metà degli iscritti nei cataloghi. Qualche tentativo di mobilitare gli indignati si è verificato qua e là. Al proposito il caso italiano è emblematico. Purtroppo i movimenti di protesta di carattere spontaneistico hanno due grossi difetti:

mento radicale della prospettiva di fede” (per dirla con le parole del Messori), mentre v’è un compito primario: “che è l’annuncio del Vangelo della salvezza eterna, è la ‘carità della verità’prima ancora di quella del pane, l’amministrazione dei sacramenti che sorreggano nella fede e conducano verso la meta al di là della morte”. In sostanza, la morale del buon cristiano è informata al concetto secondo cui non vi è vita umana senza prospettiva di eternità. Dunque, non dell’effimero benessere corporale si cura la Chiesa, ma della salvezza delle anime immortali. A questo fine bastano le intenzioni di bene, nel rispetto dei comandamenti, nell’osservanza dei precetti, nella pratica delle opere di carità. Il discorso delle beatitudini vien appunto citato a modello attitudinale, in quanto riduce a livello di puro desiderio le aspirazioni alla pace, alla giustizia, alla concordia, al riscatto delle afflizioni. A tutto penserà – dopo! – la divina provvidenza: “rallegratevi ed esultate, perché grande e la vostra ricompensa nei cieli”. Il fatto è che mentre ai fedeli si è continuato a raccomandare mitezza, purezza di cuore, bontà d’animo, amore per la pace e la giustizia, per altro verso li si è indotti ad agire in modo opposto a quanto si predicava. La faziosità religiosa è stata causa di ogni genere di malefatte: le guerre di religione, le crociate, la persecuzione degli eretici, degli infedeli, degli spiriti liberi, l’avallo delle rapine coloniali e dello schiavismo, le discriminazioni di genere e di razza, l’istigazione all’intolleranza nei confronti dei diversi e dei diversamente pensanti. Tracce di quel passato si trovano nella diffusa islamofobia Il ritorno della mosca cocchiera (che porta, ad esempio, i leghisti italiani Per questo, poiché l’autorità–o quanto meno a celebrare il 7 ottobre, in ricordo della batl’autorevolezza–dei pubblici poteri è ai suoi taglia navale di Lepanto del 1571), nel minimi livelli, vediamo che la Chiesa prende disprezzo nei confronti dei “negri” riechegla palla al balzo e, con attitudine da mosca giante la maledizione gettata da Noè su Cam cocchiera, viene volonterosamente in e sui suoi discendenti, nell’avversione per soccorso allo Stato con il suo alto magistero, i “giudei” sui quali, pur ipocritamente omagper il bene della comunità intera. La sua giati quali “fratelli maggiori”, rimane il vuol essere un’offerta irrecusabile, nel senso marchio del deicida, e nella diffusa mentalità che, pur tirando le orecchie agli uomini del maschilista che trova le sue ancestrali potere, viene a esercitare in qualche modo motivazioni nell’attribuzione ad Eva della una funzione mediatrice tra i cittadini seduzione che condusse il capostipite comuni e gli appartenenti alla “casta”, ricor- del genere umano a peccare assaggiando dando agli uni e agli altri la necessità di il frutto della conoscenza (tant’è che agire secondo i principi di quella morale che da allora la donna fu castigata con il flusso non ha mutabilità, in quanto derivata dalla ciclico e, appunto, uno dei motivi d’esclulegge naturale assoluta e intemporale sione dal sacerdozio, nelle religioni del libro, stabilita una volta per tutte dal “legislatore fu–e per taluni rimane–l’impurità connessa divino”. E tuttavia la Chiesa nella sua misall’emissione del sangue mestruale). sione di pace e d’amore universale non è una Quale messaggio di pace e d’amore? società filantropica che si occupa di socA motivare gli innumerevoli conflitti etnicocorrere i bisognosi d’assistenza materiale, religiosi sta la convinzione che la vita terrena denunciando nel contempo le ingiustizie, si svolga in una valle di lacrime, ove la le disparità, le violazioni dei diritti umani sofferenza (quella subíta come quella inflitta) (come aveva ricordato Vittorio Messori, nel è titolo di merito al cospetto dell’altissimo. periodo di sede vacante tra la fine del ponti- Il Medio Oriente circostante alla Terrasanta ficato del Ratzinger e l’inizio di quello del ne è teatro emblematico. Gli scontri sanguiBergoglio). No, al di là della sua importante nosi tra cristiani e musulmani si verificano azione sociale, “in questo suo pur generoso ovunque vi sia presenza considerevole delle darsi da fare solo umano, vi è un rovesciadue comunità religiose dalla Nigeria all’Egitto,

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pratica non sa che proporre la fiducia nella divina provvidenza e, comunque, la speranza in un’eternità ove troveranno completa e definitiva sazietà coloro che nella vita terrena hanno avuto fame e sete di giustizia. Alla prova dei fatti, da quanto c’è memoria storica, si è visto che né l’aspettativa del premio ultraterreno, né il timore dell’eterno castigo hanno contribuito a incamminare gli uomini sulla via che conduce ad una fraterna cooperazione universale. Hanno maggior probabilità di riuscirci quelli che intendono agire concretamente qui e ora, affinché si edifichi il bene comune prescindendo da quella competitività che ha nefasta origine nelle aspirazioni egemoniche di coloro che ancora sono rimasti all’etica della…giungla. E gli operatori di

Libero
bene in questa vita, in ogni caso, non rischierebbero di demeritare quell’improbabile paradiso che la Chiesa riserva a chi il bene si limita a predicarlo.

Pensiero
sono gli argomenti scolastici che fanno di me un ateo. Malgrado l’importanza che io annetto alle dimostrazioni di ordine scientifico, non sono maggiormente ateo perché scientificista. Per evitare ogni equivoco, io non confondo la scienza, insieme di osservazioni pratiche, dalle applicazioni proficue ed utili, con la Scienza speculativa (con l’esse maiuscola). [...] Se mi occupassi di scienza altrimenti che da profano, non esiterei a passare al vaglio della mia critica individuale, e con la stessa severità, sia le ipotesi religiose, sia le ipotesi scientifiche. Sono ateo perché individualista. Il cervello umano non può concepire Dio che antropomorficamente, sotto le spoglie di una specie di dittatore autoritario e dispotico. Orbene, io sono un negatore dell’autorità: io non voglio né Dio né padrone, non voglio un padrone nell’universo così come non lo voglio nel laboratorio. Bakunin ha

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detto: «Se Dio esiste, l’uomo è schiavo: se l’uomo è libero Dio non esiste». Non voglio discutere qui ciò che bisogna intendere per libertà dell’uomo. Con Proudhon, io ripeto: «Se Dio esiste, egli è il nemico dell’uomo». Io non voglio un Dio che bisogna temere per essere saggio. Non temo che i tiranni, coloro che hanno il potere di togliere ai loro simili la libertà e finanche l’esistenza, vale a dire i poliziotti, i giudici, i carcerieri, i carnefici. Dio, tutti gli dèi, sono il simbolo supremo di tutti questi esseri che impersonano, incarnano la violenza organizzata. Io proclamo la ribellione contro gli dèi che occorre temere per essere catalogato fra i saggi. Nessuna conciliazione possibile fra il mio antiautoritarismo, il mio odio per la dominazione, la mia rivolta contro lo sfruttamento ed una concezione qualunque della divinità. E non solamente io, individualista, nego, ripudio dio, ma in pratica non ne ho

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bisogno. Non ho bisogno della ipotesi dio creatore, provvidenza, o legislatore, per sentirmi vivere, per svilupparmi intellettualmente, per evolvere fisicamente, per osservare, meditare, muovermi, amare, ecc… [...] Non ho bisogno di un dio per perseverare nella vita individuale, facendo tesoro delle esperienze, apprezzando le gioie, alla ricerca di espansione ed attività per il mio cervello e per i miei sensi. Non annetto grande importanza, lo ripeto, agli argomenti scolastici, ma per condurmi nella vita, non sento affatto il bisogno di essere guidato da un direttore morale che per condurre a sé le sue creature, o per punirle delle loro disubbidienze, le dà in preda alle ecatombi; alle raffinate crudeltà delle guerre contemporanee e alle sofferenze che ne derivano […].

L’etica immanente di E. Armand
zioni dai titoli significativi Les Réfractaires, Hors du troupeau. Nel 1915 pubblica Par delà la mêlée e quando nel 1917 viene imprigionato con l’accusa di aver aiutato un disertore, E. Armand (il cui vero nome era Ernest Lucien Juin) è probabilmente lascerà la responsabilità del giornale ad un collaboratore, Pierre Chardon. l’esponente più noto dell’anarco– Nel 1922 E. Armand viene liberato e darà vita individualismo francese. a un nuovo periodico L’en dehors che cesserà Nato il 26 marzo 1872 a Parigi, figlio di un unicamente nel 1939 poco dopo lo scoppio comunardo acceso anticlericale, non della seconda guerra mondiale. frequenta la scuola, e della sua educazione Nel 1940-41, a quasi settant’anni, E. Armand si occupa il fratello grazie anche alla ricca viene dapprima imprigionato per tre biblioteca del padre. Ma questo non gli mesi e successivamente internato per un impedisce verso i tredici anni di imparare periodo complessivo di sedici mesi in e praticare una decina di lingue. diversi campi di prigionia per la sua intensa A sedici anni, durante un soggiorno a Londra, attività antimilitarista. acquista una copia del Nuovo Testamento, Terminata la guerra, nonostante l’età avanzata la cui lettura, avvenuta in un momento e la salute malferma, dal 1945 pubblica un di crisi esistenziale, gli fa scoprire la figura mensile L’Unique che richiama esplicitamendi Gesù Cristo e lo lascia profondamente te il filosofo tedesco Max Stirner, contemscosso. Dopo aver assistito ad una riunione poraneo di Michele Bakunin e Carlo Marx. dell’Esercito della Salvezza, nel dicembre La rivista, che negli ultimi numeri apparirà 1889 entra a far parte dell’organizzazione come supplemento del periodico pacifista religiosa. Grazie alla sua vasta cultura in Défense de l’Homme, cesserà alla morte di breve diventa assistente di alcuni “ufficiali” e E. Armand, avvenuta a Rouen a quasi ha modo di girare l’Europa, tra cui la Svizzera. novant’anni il 19 febbraio 1962. A Basilea assume la funzione di segretario Nei suoi oltre sessant’anni di attività propadi redazione degli organi di stampa “salutisti” gandistica, E. Armand passa da un iniziale Cri de Guerre / Kriegsruf e Jeune Soldat / anarchismo cristiano ad un individualismo Junge Soldat. Ma già nel 1895-96 entra in anarchico meditato, vissuto e diffuso – concontatto con gli ambienti anarchici leggendo formemente ai suoi principi da lui stesso Les Temps Nouveaux di Jean Grave, e succes- riassunti: «J’expose, je propose, je n’impose sivamente collabora al giornale Le Libertaire pas» [Io espongo, propongo, non impongo] di Sébastien Faure. Finalmente, nel 1897, – non solo tramite i numerosi suoi giornali, abbandona burrascosamente l’Esercito ma anche con opuscoli, libri e conferenze. della Salvezza, la moglie e i figli, e con la nuova Il corpus teorico di E. Armand gira attorno a compagna Marie Kugel nel 1901 inizia la pubtre idee chiave: l’individualismo anarchico blicazione di un periodico L’Ère Nouvelle, che e i rapporti tra le “unità umane” (uomini e si rifà alle idee dello scrittore russo Leone donne) isolate e/o volontariamente associate, Tolstoj. In pochi anni la tendenza anarco senza la tutela dello Stato né di strutture cristiana del giornale si smorza e, seguendo oppressive; il cameratismo amoroso e la l’evoluzione filosofica di E. Armand e della libera sessualità per tutte le “unità umane” Kugel, si avvicina all’individualismo anarchico. (compresa l’omosessualità maschile e femNel 1906 la Kugel muore e l’anno seguente minile e le cosiddette perversioni); il libero E. Armand viene arrestato e condannato a raggruppamento di individui in comuni cinque anni di prigione per un affare di emis- denominate, all’inizio del ventesimo secolo, sione di moneta falsa. L’Ère Nouvelle cessa “milieux libres”, intese come esperimenti le pubblicazioni nel 1910 e con l’aiuto della sociali e tentativi pratici di vivere subito e sua nuova compagna, una insegnante di nome ovunque l’Anarchia. Denise Rougeault che sposerà nel 1911, Tra i numerosi scritti di E. Armand quello che E. Armand inizia una serie di altre pubblicameglio illustra il suo approccio alla morale di Edy Zarro non trascendentale è la dichiarazione di ateismo che rese pubblica nel 1908. Ne riportiamo gli stralci più significativi. Il mio ateismo di E.Armand Io sono ateo, vale a dire che non soltanto non credo nella divinità, sotto qualunque nome o specie essa si presenti, ma che sono altresì risolutamente ostile ad ogni concezione che implichi l’esistenza di uno o più dèi. Sono ateo perché individualista, specialmente perché individualista anarchico. S’intende che il mio ateismo non ha per determinante il fatto che dei sedicenti rappresentanti di Dio si mostrano dei detestabili campioni del genere umano. Vi sono dei credenti in Dio che sembrano valere ben poca cosa; ve ne sono altri che appaiono individualmente superiori alla moralità media generale. Sono troppo intimamente persuaso che gli esseri umani siano determinati dal loro temperamento per annettere grande importanza alle incoerenze dei cristiani, dei musulmani o dei buddisti […]. Sono ateo non già a causa dell’impossibilità in cui si trovano i deisti nel rispondere a talune domande imbarazzanti che finiscono col sollazzare la platea a spese di coloro che ne sono vittime. [...] Non

L’editto di Costantino
di Tiziano Moretti

L’esposizione, che si è tenuta al Palazzo Reale di Milano dal 12 ottobre 2012 al 17 marzo 2013 scorso, ha inteso celebrare l’anniversario dell’”Editto di Milano” degli imperatori Costantino e Licinio del 313 d.C. secondo una chiave di lettura che attribuisce a questo episodio della tarda storia romana il merito di aver inaugurato l’idea di tolleranza religiosa. Tuttavia, una lettura storico-critica delle vicende di quel tempo può far riflettere sui limiti culturali e cronologici di questa interpretazione.
Sono queste le considerazioni espresse nell’articolo Note storiche in margine alla mostra milanese, a firma di Tiziano Moretti, apparso sul numero di aprile 2013 della rivista “Verifiche” (anno 44, n.2). “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre! “ Dante, Inferno XIX, 115-117 Nel febbraio dell’anno 313 d.C. Costantino, di recente vincitore sul suo rivale Massenzio, e il suo collega Licinio promulgarono a Milano il noto editto che concedeva ai seguaci della fede cristiana piena libertà di culto. Non si trattava, a dire il vero, del primo editto di tolleranza nei confronti dei

cristiani. Due anni prima, nell’aprile del 311, un analogo editto era stato promulgato da Galerio, augusto d’Oriente, in modo da por fine alla persecuzione decretata da Diocleziano. Probabilmente Galerio fu mosso a prendere questa decisione dalla speranza di guarire dalla malattia di cui già soffriva. Speranza inutile: il soldato di umili origini che aveva rapidamente asceso la scala sociale sposando la figlia di Diocleziano, si spegneva poco dopo aver promulgato l’editto. La sua scomparsa segnò l’inizio delle nuove guerre civili che mandarono in frantumi il progetto della tetrarchia dioclezianea quale espediente per reggere con fermezza un territorio ormai troppo vasto da controllare. Costantino e Licinio, usciti vittoriosi da questo scontro, prima di affrontarsi a loro volta sul campo battaglia, trovarono un’intesa per affrontare lo spinoso problema religioso che si aggiungeva, come un ulteriore motivo di turbamento, alle vicende già tanto drammatiche di quegli anni sanguinosi, quando l’impero sembrò più di una volta sul punto di sgretolarsi per sempre. Licinio, che aveva già mostrato una certa inclinazione per la religione cristiana, forse per crearsi un solido consenso tra i numerosi fedeli della nuova fede, si volse, ben presto, contro i suoi antichi correligionari da lui sospettati di essere troppo favorevoli a Costantino. Quest’ultimo, a sua volta, si era avvicinato alla nuova religione a seguito di un evento portentoso. Secondo il racconto di Eusebio di Cesarea, autore di una storia ecclesiastica, Costantino, nell’imminenza della battaglia decisiva di Ponte Milvio e al

cospetto delle truppe pronte a battersi, avrebbe avuto una visione: se avesse aggiunto i simboli cristiani alle proprie insegne militari che si ergevano contro quelle nemiche di Massenzio, la vittoria sul suo rivale sarebbe stata certa, una predizione che si verificò puntualmente prima che calasse il sole su quel fatidico 28 ottobre 312. Questo straordinario avvenimento, tuttavia, non trova conferma all’infuori delle parole di Eusebio il quale, però, non era presente alla battaglia, mentre tacciono tutti i soldati che, assieme al futuro imperatore, avrebbero assistito a quel meraviglioso spettacolo. Un analogo silenzio condivide anche l’arco di trionfo che Costantino stesso fece erigere a Roma tre anni dopo la vittoria: sulla sua superficie non ci sono né immagini, né iscrizioni che ci narrano questo evento portentoso, una vera occasione perduta per tacitare per sempre coloro che, già al tempo, avevano avanzato l’ipotesi che il nuovo sovrano si fosse avvicinato al cristianesimo più per convenienza politica o per superstizione che per intima e sincera adesione. Si trova scritto, è vero, che la vittoria era stata ottenuta per l’intervento della divinità, ma non è specificato di quale divinità si trattasse, un dubbio legittimo qualora si ricordi che la maggior parte delle monete di età costantiniana continuò a fregiarsi delle immagini di Apollo, di Mitra e soprattutto del Sol Invictus, particolarmente venerato negli ambienti militari, e che Costantino stesso non smise mai i panni del pontifex maximus, la carica religiosa più autorevole del paganesimo romano. Tuttavia

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l’Editto ci fu, e senza dubbio alcuno, concedeva piena libertà di culto ai cristiani così come ai fedeli di qualsiasi altra religione. Questo evento è celebrato nell’esposizione ospitata a Palazzo Reale a Milano, la città dalla quale ebbe avvio l’età della “tolleranza”, per usare un termine che ricorre spesso lungo i percorsi espositivi. Le sale di Palazzo Reale illustrano con singolare vivacità la realtà di Mediolanum capitale imperiale, dove l’incontro tra Costantino e Licinio dette i suoi frutti nell’editto di 1.700 anni fa, così come fanno rivivere la vita materiale e spirituale di quel mondo lontano. Ma è proprio l’impiego della parola “tolleranza” che, però, fa sorgere alcuni interrogativi che non trovano una adeguata risposta tra queste sale così ricche di testimonianze storiche. È possibile parlare di vera tolleranza a proposito dell’Editto di Costantino e Licinio? Il mondo antico è stato forse intollerante fino al fatidico anno 313? E se qualora si fosse trattato veramente di tolleranza, per quanto tempo è durata? Si tratta di domande attorno alle quali le celebrazioni costantiniane rischiano di non fare piena luce. Un esempio fra tutti è costituito proprio da quanto si trova in alcuni articoli della stampa della vicina penisola che, presentando la mostra milanese, hanno parlato di una vera e propria rivoluzione che ha preceduto in modernità persino le dichiarazioni dei diritti dell’uomo del XVIII secolo, gettando le basi, addirittura, della futura storia europea. Dal mondo antico precedente all’epoca costantiniana non si è trasmesso proprio niente ai secoli successivi? La questione, in apparenza, sembra riconducibile alla diatriba storiografica, una polemica tale da far pensare a saggi eruditi che contrappongono una testimonianza ad un’altra, un’interpretazione all’interpretazione opposta, ma la realtà non è così semplice. Dietro gli eventi del 313 sta la questione, quanto mai viva e attuale, delle presunte radici dell’Europa che, qualora i fautori della rivoluzione costantiniana avessero ragione, andrebbero individuate proprio nel momento in cui l’impero romano era diventato cristiano. Per quanto sia complesso cercare di indagare la mentalità di uomini così lontani da noi per i quali i concetti di religione e di libertà scaturivano da esperienze molto diverse dalle nostre, è davvero arduo accusare il mondo antico di intolleranza. Una delle conseguenze pratiche delle religioni politeiste era proprio quella di non poter essere intolleranti per loro intrinseca natura: come si poteva porre un limite al proliferare delle divinità o al modo in cui esse si manifestavano, se proprio questo era il fondamento della spiritualità politeista? In fondo questo è proprio uno degli argomenti fondamentali della polemica condotta dagli scrittori pagani che hanno avversato il cristianesimo e i cui scritti sono scampati alla distruzione ordinata dagli imperatori cristiani. Essi, in teoria, non avevano nessuna obiezione ad adorare il Dio dei cristiani, ma non riuscivano a spiegarsi le ragioni che imponevano l’esclusività di questo culto, quasi si volesse impedire alla divinità di manifestarsi nel modo che essa riteneva più opportuno. Inoltre, agli occhi degli antichi, l’adesione al cristianesimo impediva la fedeltà nei confronti dello stato minando, secondo la mentalità del tempo, il fondamento stesso della società. Iniziative repressive furono prese, infatti, non solo contro altri culti di origine orientale, ma anche contro esponenti del pensiero filosofico la cui riflessione poteva sembrare pericolosa per la saldezza dello stato. L’unica persecuzione generalizzata e pianificata fu, probabilmente, proprio quella di Diocleziano, alla quale posero fine le iniziative dei suoi successori. Tuttavia, questa persecuzione si inseriva in un preciso contesto: la restaurazione integrale della potenza romana messa a repentaglio dalla crisi civile, sociale e politica del III secolo, una crisi in cui le divisioni religiose avevano giocato un ruolo niente affatto secondario. È chiaro che alla nostra sensibilità di uomini contemporanei una decisione come quella di Diocleziano non può che apparire deprecabile, avvezzi come siamo (almeno a parole) a condannare ogni tentavo di limitare qualsiasi espressione di libertà. Ma non è questo il punto, la questione di fondo è un’altra: il raccapriccio che noi proviamo nei confronti della decisione presa da Diocleziano è il frutto dell’editto di Costantino, di cui la società contemporanea sarebbe la lontana beneficiaria? Il nostro sentire viene proprio da quell’evento definito da molti “rivoluzionario”? Per rispondere a questo interrogativo, è necessario rivolgere ancora lo sguardo ai tempi di Costantino per scorgere, attraverso le nebbie del tempo, gli effetti dell’editto di tolleranza. Non si era ancora spenta l’eco delle parole pronunciate a Milano dai due imperatori, che Costantino dovette intervenire con decisione nelle questioni della chiesa africana, scossa dall’eresia donatista. Una chiesa separata, che aveva largo seguito, non poteva costituire quel saldo appoggio allo stato la cui utilità dovette apparire agli occhi dell’imperatore in una luce assai più chiara rispetto alla visione attribuitagli sul Ponte Milvio. Ecco quindi che i donatisti, cristiani, i quali avevano negato la validità dei sacramenti impartiti dai religiosi che si erano sottoposti alla volontà di Diocleziano consegnando i testi sacri in segno di rispetto alle autorità, furono definiti scismatici e la loro dottrina venne condannata come eretica. Per un’epoca di tolleranza, questo evento, non può davvero costituire un esordio felice. Intanto andava prendendo corpo l’idea della necessità di una chiesa cattolica, una chiesa, cioè, che fosse in grado di assicurare l’unione di tutte le comunità cristiane presenti sul territorio dell’impero in un unico credo religioso. Un’organizzazione, cioè, ricono-

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sciuta dallo stato, e che proprio perciò iniziò a beneficiare di tutta una serie di privilegi negati a coloro che, in qualsiasi modo, fossero cristiani o pagani, dissentivano da essa. In cambio, già nel 314, il Concilio di Arles sancì l’obbligatorietà del servizio militare per i cristiani, assumendo una posizione che avrebbe fatto orrore ai martiri di cui si iniziavano a celebrare le gesta e la memoria. Negli anni seguenti, pur tra temporanei contrasti, alla chiesa fu concesso di ricevere lasciti e fu permessa la costituzione di un foro ecclesiastico, mentre le autorità della chiesa iniziarono a profilarsi come autorità parallele a quelle dello stato. Lo stesso imperatore non lesinò sovvenzioni alla fede recentemente riconosciuta ed avviò un notevole programma edilizio volto alla costruzione di edifici adeguati per il culto, tra i quali va annoverata la prima basilica di San Pietro. Nel 325, a Nicea, il concilio convocato e presieduto dallo stesso Costantino stabilì il credo ufficiale della chiesa ed avviò il rigoroso inquadramento entro una disciplina comune le diverse realtà cristiane presenti nell’impero. La decisione più importante presa a Nicea fu la condanna della dottrina ariana, secondo la quale la natura divina del Cristo sarebbe stata inferiore a quella di Dio, contraddicendo, in pratica, il dogma trinitario che andava profilandosi come credo ufficiale. Costantino, tuttavia, sembrò ritornare sulle proprie decisioni, tant’è che, quando si avvicinò la sua fine, nel 337, scelse di farsi battezzare proprio da un sacerdote ariano, seguace della dottrina condannata a Nicea, che ora l’imperatore intendeva far rientrare nell’alveo della chiesa, attento, fino all’ultimo giorno, più alle conseguenze politiche delle vicende religiose che al loro significato spirituale. La vita di Costantino era terminata, ma la convergenza di interessi tra il potere imperiale di Roma e la chiesa era appena iniziata. Paradossalmente spetterà proprio all’ultimo discendente della famiglia di Costantino, l’imperatore Giuliano, passato alla storia come l’apostata per aver rinnegato la sua educazione cristiana e tentato una tardiva e anacronistica restaurazione del paganesimo, attuare una vera e propria politica di tolleranza. Giuliano, infatti, prima di cadere in battaglia contro i Parti, assicurò libertà di culto a tutte le opinioni religiose, comprese le dottrine cristiane ritenute eretiche dalla chiesa ufficiale. Si trattò, tuttavia, di una brevissima stagione. Dopo la sua morte, l’influenza della chiesa sugli imperatori si fece sempre più incisiva. Come dimenticare, ad esempio, l’ingerenza del vescovo Ambrogio nella questione dell’altare della vittoria? Si trattava della rimozione dal senato di Roma di questo antico simbolo religioso che i senatori avrebbero voluto ricollocare nel posto che aveva occupato per secoli. La questione, in sé, avrebbe riguardato solo il senato e l’imperatore, ma Ambrogio, creando un pre-

Pensiero
cedente carico di conseguenze, intervenne direttamente nella polemica fino a convincere il debole Valentiniano II a negare il permesso di ricollocare l’altare nel senato di Roma. Intanto, nel 380, Teodosio, aveva proclamato il cristianesimo secondo il credo niceno, unica religione dello stato, rendendone obbligatoria l’osservanza. Un decennio più tardi, tra il 391 e il 392, lo stesso Teodosio decretò la persecuzione dei culti pagani. I tempi della tolleranza, se mai erano esistiti, erano davvero durati poco. È sufficiente solo un sommario esame delle vicende di questo turbolento IV secolo per rendersi conto che chiamare quest’epoca il tempo della tolleranza, costituisce un grossolano fraintendimento. Si trattò, a ben vedere, di un mutamento della religione di stato con un’altra, assai più esclusivista rispetto al vecchio culto pagano e fornita di una teologia più strutturata e, per certi aspetti, molto più raffinata. Era un’epoca di profonde tensioni politiche e culturali e, come avviene in tali periodi, il bisogno di risposte assolute che eliminassero ogni dubbio poteva costituire una prospettiva da cui era difficile rifuggire. Del resto la discordia

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religiosa non giovava certo ad un impero la cui preoccupazione principale era stata, per decenni, quella di ritrovare un’unità di fronte al pericolo di un collasso generale. Che poi Costantino abbia promosso la nuova religione, ancora assai minoritaria in ampie regioni dell’impero, per calcolo politico oppure per un’intima convinzione fattasi sempre più autentica, per semplice superstizione o per una confusa sovrapposizione di queste tre ragioni, è questione destinata probabilmente a restare aperta. La tolleranza come viene generalmente intesa nel senso moderno e liberale del termine, ha ben altre radici. Essa prende le mosse dal rovesciamento della visione eurocentrica del mondo, che si produce in seguito alla scoperta di nuove terre e di nuovi popoli nei primi secoli dell’epoca moderna. È una consapevolezza che si fa strada tra le pagine dei Saggi di Montaigne, mentre attorno alla torre dove il filosofo viveva ritirato dal mondo, si accendevano i fuochi dei roghi e delle guerre di religione. È una faticosa conquista della modernità, che si è tentato di soffocare condannando a morte Michele Serveto, Giordano Bruno, Pietro Carnesecchi, Giulio Cesare Vanini e tanti altri

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spiriti che credettero di intravedere la possibilità di una felice convivenza per il genere umano. Si tratta di un’idea che diventa matura nel pensiero di Baruch Spinoza e di John Locke ed inizia a dare i suoi frutti con l’opera degli illuministi. Infine, si tratta di un progetto che trova il suo fondamento nelle grandi dichiarazioni dei diritti che aprono l’epoca contemporanea, ancorate al diritto positivo e sorrette da un’idea liberale, democratica e pluralista della società e non certo uscite dalla volontà, sia pur generosa, di un autocrate che aveva ritenuto utile accostare il trono ad un nuovo altare per reggere saldamente lo stato. Di un sovrano assoluto forse neanche convinto della bontà della sua decisione, se è vero che un giorno, di fronte ai persistenti litigi dei vescovi, accusò queste eminenti personalità di essere in grado soltanto di fomentare odio e discordia preparando, con il loro esempio, la distruzione del genere umano.1 Risulta perciò sconcertante che oggi si tenda a confondere il gesto di Costantino con la radice della tolleranza, perché quest’ultima ha attraversato vicende più complesse e, soprattutto, molto più tormentate, che appartengono alla nostra storia moderna.

Gita al Parco delle Gole della Breggia — Sabato 5 ottobre 2013

L’Associazione Liberi pensatori – Sezione Ticino, in coincidenza con la pubblicazione del libro di Orlando Casellini ‘Angelica. cinque secoli di oblio’ (Progetto Stampa, Chiasso), organizza una escursione guidata nel Parco geologico delle Gole della Breggia con l’autore e una guida del Geoparco che illustrerà le varie fasi della formazione della Terra alle pendici del Monte Generoso.
Ritrovo Centro scolastico di Castel San Pietro alle 08.30 (equipaggiarsi con abbigliamento ideale e, in particolare, scarpe solide). Percorso Camminata in discesa lungo il territorio del Parco (durata 2 ore e mezzo/tre ore) con la guida Giorgio Brazzola per la parte geologica e Orlando Casellini con il quale ci soffermeremo al Prato delle Streghe, dove ci parlerà del suo libro. Sentiero accessibile a tutti. Segue visita al Centro documentazione del Parco delle Gole della Breggia e pranzo in un grotto del posto. Per i trasporti del rientro ci organizziamo sul posto (servono un paio di auto al Centro Breggia di Balerna per riportare gli autisti a Castel San Pietro).

La gita ha luogo solo in caso di bel tempo Eventuali informazioni al numero 1800 a partire dalle 07.00 E’ necessario iscriversi ai numeri 079 272 76 86 (Edy Bernasconi) oppure 078 617 82 72 (Giovanni Barella)

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L’etica dei liberi pensatori
di Diego Scacchi

Libero

Pensiero

Una delle peggiori manifestazioni del fondamentalismo religioso e del clericalismo bigotto, tipici dell’oltranzismo cattolico ben pre-sente ancora ai nostri giorni, nonostante la progressiva laicizzazione della società, è la pretesa che il credente possieda una morale decisamente superiore a quella dell’ateo; quando, addirittura, non si pretende che quest’ultimo è privo di morale, in quanto privo di fede. Questa opinione va evidentemente combattuta poiché destituita di ogni fondamento, e residuo di mentalità superate da secoli.
A questo proposito, sono illuminanti alcune considerazioni contenute nel libro Un’etica senza Dio di Eugenio Lecaldano il quale, dopo aver rilevato che “un’etica senza Dio possa essere elaborata con il solo richiamo alle diverse componenti della natura umana “sviluppa la sua argomentazione affermando che “ non si comprende per quale motivo l’etica debba essere sottratta al suo naturale contesto e resa dipendente da improbabili regni trascendenti. Del resto, quasi ogni angolo della nostra vita è governato dalle nostre emozioni e dal nostro raziocinio ed è tempo ci si accorga che anche l’etica è una pratica inclusa nella nostra quotidianità e parte della nostra storia sulla terra. “Di conseguenza, non si vede perché si debbano cercare al di fuori della nostra vita reale insegnamenti e regole di condotta. Da cui la conclusione di Lecaldano: “Un’etica non più agganciata ai comandi eteronomi di Dio sarà complessivamente più accogliente nei confronti degli esseri umani assunti finalmente nella loro piena concretezza e diversità”. In questo contesto, è indispensabile rilevare che un comportamento dettato da un’autorità esterna (con tanto di minaccia di sanzioni, specie in una pretesa vita futura) è sicuramente meno valido eticamente di un comportamento frutto di una propria convinzione, evidentemente condivisa nell’ambito della società, e che risponda prioritariamente alla propria coscienza. Solo questa etica valorizza una conquista fondamentale dell’individuo: la sua libertà e la sua autonomia. Sulla scia di queste considerazioni, e fondandosi su numerose teorie filosofiche che presuppongono la non esistenza di Dio, un pensiero diffuso a partire dall’inizio del XX secolo, sostiene che solo prescindendo da Dio si può avere una reale vita morale.

Questa opinione non deve essere necessariamente quella di un libero pensatore. In materia di etica, non è il caso di pensare a gerarchie, o a classifiche di merito fra morali religiose o morali laiche; nella misura in cui corrispondono a un libero convincimento, fondato sulla natura dell’uomo e sulla solidarietà sociale, esse vanno apprezzate senza discriminazioni; queste ultime però esistono, in modo intollerabile, in certi ambienti dell’integralismo cattolico. E’per questo che non si giustificano certe accondiscendenze che si riscontrano in determinati ambienti di non credenti, ma caratterizzati da un certo complesso di inferiorità nei confronti della religione e delle sue imposizioni. Per cui, pur non praticando una religione, c’è chi (più o meno in buona fede, si veda il triste fenomeno dei cosiddetti “atei devoti“) riconosce una superiorità della morale di discendenza religiosa, rispetto a quella laica. E’ un atteggiamento inammissibile, contro il quale va chiaramente e fermamente rivendicato un orgoglio laico; il libero pensatore non deve avere alcuna remora a rivendicare la piena validità della sua concezione della morale, del tutta avulsa da imposizioni esterne, anche se ammantate da una “spiritualità” che non appartiene al libero pensiero. Questa soggezione di fronte alla religione, che può condizionare anche il non credente, trova evidentemente le sue radici nella storia. Il fenomeno religioso è imprescindibile dalla natura umana, indipendentemente dal fatto che il singolo individuo accetti o meni un riferimento ad un divinità. Non per nulla, nelle prime civiltà, i capi politici si identificano con i capi religiosi. Quando poi, nel corso della storia, una religione si è andata organizzando in modo tale da influenzare capillarmente la vita quotidiana di ogni individuo, la sua influenza è penetrata sempre più nell’intimo delle coscienze, influenzandone il modo di pensare e di comportarsi. Questo processo è identificabile in modo significativo nella storia, ormai bimillenaria, della Chiesa cattolica. Quest’ultima è sorta, anche in contrasto con gli insegnamenti assai più spirituali ed ecumenici del suo fondatore Gesù, con unaå precisa struttura gerarchica, dapprima segreta nel periodo delle persecuzioni, quindi sempre più pubblica ed invasiva a partire dal IV secolo, dopo il riconoscimento del cristianesimo da parte dell’imperatore Costantino. La Chiesa si è quindi configurata come una vera e propria potenza, non solo spirituale ma anche materiale, entrando pure in concorrenza con il potere politico (massime nel Medioevo,

ma anche successivamente). Tutto ciò ha comportato conseguenze massicce sul comportamento e sulla vita delle popolazioni; basti pensare all’influenza, non solo sulle persone semplici, che hanno assunto le cerimonie religiose, o al prestigio acquisito lungo i secoli dai sacerdoti. Tutto ciò ha comportato il sorgere di abitudini, acquisite per imitazione o convenienza, attraverso l’azione del clero verso i fedeli, siano essi convinti nell’intimo dalla spiritualità religiosa, siano essi portati all’obbedienza per meno nobili motivi. Anche ai nostri giorni, questo sentimento collettivo permane, e porta ad una generale accondiscendenza verso i dogmi e le pratiche religiose: è quindi proprio compito dei liberi pensatori quello di rompere con questa soggezione, anche inconscia, per affermare una propria personalità, e quindi una concezione morale indipendente da comandi divini, o pretesi tali. Questo è oggi il compito del laico; la presenza delle varie espressioni religiose è un dato di fatto, e va riconosciuta e garantita nell’ambito della nostra democrazia pluralista. Ma va anche affermata, energicamente, la visione laica dell’etica, che vuole prescindere da qualsiasi commistione di tipo religioso.

Un racconto di Orlando Casellini per riflettere sulla sanguinaria guerra contro il diverso
di Edy Bernasconi

Streghe di ieri e streghe (strioni) di oggi
(la tecnica più diffusa era quella di appenderle a una corda, il ‘curlum’, con le braccia legate dietro la schiena, gettandole poi ripetutamente a terra fino allo sfinimento), per ottenere la confessione delle poverette. In genere donne (ma nell’elenco dei condannati figurano anche  uomini), sole perché vedove o nubili, peggio se madri o incinte senza essere maritate, quasi sempre di modeste condizioni, finirono sul rogo o vennero decapitate in tutta l’Europa perché accusate di essere possedute dal diavolo e per questo di dedicarsi a pratiche magiche tese ad arrecare il maleficio. L’ultima condanna a morte per stregoneria, in Svizzera, risale al 1782 (Anna Göldi) e fu pronunciata nel canton Glarona. I protestanti non furono da meno, anche se la figura del diavolo cambiava in questo caso profilo ed era identificata con Roma e il potere papale. E Lutero fu maestro in questo. Come dire che le religioni monoteiste non ammettono eccezioni. Il Ticino fece parte del gruppo e lo dice il già citato Martinola,  che nel suo lavoro documenta, richiamando anche Angelo Baroffio, alcuni processi svoltisi nel Cinquecento e che ebbero quali imputate (così si direbbe oggi) alcune donne di Castel San Pietro. Una di esse, ‘Mainetta de Guglielmetti’, ha ispirato il nostro socio Orlando Casellini  che ne ha tratto un racconto romanzato accompagnato da disegni del luogo e versi (pure frutto dell’impegno dell’autore del libro  pubblicato da Progetto Stampa di Chiasso): ‘Angelica, cinque secoli di oblio’è il titolo.  Nella storia fiabesca di Casellini, Mainetta diventa Angelica, sospettata di partecipare al ‘barlotto’, i giochi  notturni organizzati dalle streghe nel cuore di quello che oggi è il Parco geologico delle Gole della Breggia dove si incontra, appunto, un Prato delle streghe, situato giusto sopra il ‘Buzùn dal diavul’, il passaggio più profondo nel quale si insinua il fiume che scende dalla Valle di Muggio. Con Angelica l’altro protagonista della vicenda è Tognino, il ‘Tognino de Corteglia’ il cui nome, rara figura maschile, compare pure nei verbali dei processi istruiti dal landfogto sulla base delle denunce di frati e consoli (le autorità locali di allora). Tognino, nella penna di Casellini, diventa un abile artigiano che sapeva modellare il ferro come nessuno e per questo sospettato a sua volta di essere ispirato diavolo. Lo sviluppo della tecnica e delle capacità dell’uomo di dominare la natura senza l’aiuto della religione, in piena ripresa delle attività umane nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento e ormai superata la stagione dominata dalla

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Furono centinaia le condanne per stregoneria nel Ticino e nel resto dell’Europa e questo a cavallo tra il Trecento e il Settecento. Naturalmente la Chiesa (per una volta scriviamolo con la C maiuscola) fece la parte del leone nel segnalare al potere civile e mandare al rogo (o a far decapitare, era questa la sentenza più lieve) tali donne.
Quella delle condanne per stregoneria è una ulteriore perla che va ad arricchire il già ricco corredo sanguinario che accompagna la storia del potere clericale. In testa alle classifiche figurano, naturalmente, le regioni controllate dal Borromeo (Blenio in testa), il  cui spirito criminale gli valse la santificazione. Al ‘San Carlun’ è pure stata dedicata un’isola sul Lago Maggiore e delle sue prodezze, di passaggio, si è pure occupato Arnaldo Alberti in uno dei suoi recenti racconti. Nulla di nuovo sotto il sole. Si sta beatificando oggi il papa polacco, tra i cui meriti nefandi si iscrive pure quello di aver protetto gli atti di pedofilìa (accanto agli abbracci in tribuna con un dittatore come Pinochet, responsabile della morte di migliaia di militanti socialisti, comunisti o, più semplicemente, democratici). Le streghe sono esistite davvero ? Si dice convinto del contrario Giuseppe Martinola, uno dei massimi storici ticinesi del secolo scorso, che al tema della stregoneria dedicò una ricerca (Processi ticinesi di stregoneria nel Mendrisiotto, Tipografia Editrice Lugano, 1943). Le ‘strie’e, con esse, gli ‘strioni’, vissero tuttavia nell’immaginazione popolare  (e forse ci vivono ancora sotto altre vesti), vittime dell’ignoranza e del pregiudizio alimentati dalle gerarchie ecclesiastiche ai tempi dell’Inquisizione. Il potere civile contribuì ampiamente a diffondere il clima di isterìa che fece da sfondo alla ‘caccia alle streghe’. Sulla paura e l’insicurezza per il raccolto andato male, per la moglie sterile e dunque non in grado di assicurare una discendenza al marito, per il diffondersi di malattie, la Chiesa costruì una mitologìa demoniologica affidando ai famigerati frati domenicani (i Domini canis, cioè i cani di dio) la campagna di persecuzioni sistematiche che sfociarono, il più delle volte, nella condanna a morte dopo lunghi processi accompagnati da terribili torture

Filosofia scolastica, finiva per mettere in discussione il potere delle cerchie dominanti (preti, vescovi e cardinali, ma anche nobili e corporazioni di mestiere, che sui primi si appoggiavano per non perdere il dominio sociale). È in quel periodo, non a caso, che Giordano Bruno viene dato al rogo e Galileo scampa analogo destino dopo aver abiurato. Il Tognino di Casellini avrebbe poi voluto costruire un ponte per unire il suo villaggio al resto del mondo, colpa ancora peggiore. Non è casuale. Attilio Agnoletto in La stregoneria (Mondadori editore, 1984), riferendosi alle paure che dominano la società occidentale tra il Trecento e il Seicento, parla di ‘città assediata’. Di fronte alle insidie della vita bisogna trovare un colpevole. Chi meglio di una donna non sposata, in quel tempo? E chi, oggi, invece di lesbiche, omosessuali, immigrati, frontalieri, ecc. Non certo le multinazionali che tirano i fili della globalizzazione. Il potere costituito ha sempre bisogno di un bersaglio sul quale scaricare i guasti sociali e lo va a identificare negli anelli bassi (e più indifesi) della catena sociale. Tognino, senza averla sposata, si unì pure carnalmente con la bella Angelica (anche essere belle può essere una colpa). Angelica rimase incinta, ma il suo sarebbe stato il figlio del peccato. Subì la stessa fine della mamma racchiuso nella sua pancia. Niente male, se pensiamo che ai giorni nostri, le donne che abortiscono, magari perché costrette a farlo per ragioni economiche e sociali, sono messe all’indice. Perdio, violano il diritto alla vita.  Certo che, se a pronunciare la condanna, sono gli eredi di una tradizione sanguinaria come quella della Chiesa cattolica c’è da riflettere. Il fabbro di Corteglia, uscito di prigione dopo la condanna a sei mesi e resosi conto che la sua amata, in attesa di un bimbo, è stata condannata a morte (per decapitazione su intercessione di alcuni amici che gli evitarono il ben peggiore – si fa per dire – destino delle fiamme) risalì la Valle di Muggio e planò sul lago di Como, con la rabbia in corpo e spinto alla ricerca di una terra libera. Una terra che non esiste perché non è rappresentata da un luogo geografico. Parliamo di un territorio ideale nel quale a dominare sarebbe solo e, unicamente, la cultura del dubbio e, al pari, della tolleranza. Ma questa è la speranaza di Casellini. La realtà di tutti i giorni è un’altra.

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Interrogazione Parlamentare — 13 maggio 2013
Verifica costituzionale dell’obbligatorietà dell’insegnamento del Salmo Svizzero e possibili eccezioni.
di Matteo Quadranti e Francesco Cavalli all’insegnamento religioso prevede al suo cpv.2 che ”La frequenza degli allievi all’insegnamento religioso è accertata all’inizio di ogni anno dall’autorità scolastica mediante esplicita richiesta alle autorità parentali, rispettivamente agli allievi se essi hanno superato i sedici anni d’età”. Tale norma tiene conto di diversi disposti di rango costituzionale quali ad es. l’art. 15 della Costituzione federale relativo alla Libertà di credo e di coscienza, il quale recita: 1 La libertà di credo e di coscienza è garantita. 2 Ognuno ha il diritto di scegliere liberamente la propria religione e le proprie convinzioni filosofiche e di professarle individualmente o in comunità. 3 Ognuno ha il diritto di aderire a una comunità religiosa, di farne parte e di seguire un insegnamento religioso. 4 Nessuno può essere costretto ad aderire a una comunità religiosa o a farne parte, nonché a compiere un atto religioso o a seguire un insegnamento religioso. Questa norma di rango superiore riprende anche gli artt.9 CEDU e 18 del Patto ONU II. A ciò si aggiunga l’art.8 cpv.2 lett b) della Costituzione cantonale che prevede pure la garanzia della libertà di coscienza e di religione. Di transenna, ci si permette rilevare come il “Preambolo” della Costituzione cantonale ticinese sia comunque ancor più laico di quello della Costituzione federale astenendosi dal richiamo a “Dio onnipotente”. Orbene l’Inno, o Salmo; svizzero, composto da un monaco cistercense contiene richiami quali: “Re del ciel” e “Dio lo vuol”. Esso può essere considerato come una “preghiera collettiva” che in alcuni passaggi è un vero e proprio “dialogo” con la divinità al quale l’orante o “cantore” si rivolge direttamente usando il “Tu” (“l’alma mia t’adora Re del ciel”, “t’atteggia”, “Te ritrovo a sera o Signor”, “l’alma mia in te riposa”, “il tuo cielo”, “pel tuo raggio anelo Dio d’amore”, “mi rendi i tuoi favori”, “m’è ostel tuo grembo o Signor”, “in te fido Onnipossente”). Ciò al fine di testimoniare la propria fede nella benevolenza del “Signore”. Si ritiene pertanto utile interrogare il Governo sulla questione a sapere se rendere obbligatori la lettura, il canto e/o l’apprendi-

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Patriottismo… fratturante, ovvero

Quando l’amor patrio fa da supporto al bigottismo
l’aiuto da costoro fornito nella guerra contro i Lorenesi; così si usa il termine di creato, che qua e là appare in qualche statuto (inclusa la stessa Costituzione…), come una sorta di riconoscimento della teoria creazionista; così, infine, si vuol fare ora, imponendo la recita corale di una preghiera musicata rivolta ad una divinità, con il pretesto di rendere in tal modo omaggio alla Madre Patria. L’affetto per la terra in cui si è nati è sentimento naturalissimo: è lì dove ogni individuo lascia entrare le prime immagini del paesaggio circostante; è lì che muove i primi passi e impara le parole atte a distinguere gli elementi naturali e gli interventi dell’uomo nell’ambiente; è lì che allaccia le prime relazioni con i propri simili e conosce i primi amici; è lì che cresce e si fa persona adulta. Insomma, tutto ciò che sta nella sua terra gli è familiare. Estraneo dunque, si sente l’emigrante che va a risiedere nell’altrui regione natia. E di converso, forestiero è considerato dagli autoctoni colui che da lontano arriva nel loro paese d’origine. Non di rado la socializzazione incontra deli ostacoli soprattutto là dove il nuovo arrivato non è visto come un ospite ma come un intruso, il che mette in moto meccanismi di difesa dell’integrità comunitaria, che possono andare dall’emarginazione tout court di chi rimane diverso, all’integrazione di chi mostra capacità d’assimilazione. Il fatto è che, essendo l’emigrazione diventata un fenomeno massiccio anche a livello intercontinentale, tra gli indigeni si sono radicalizzate a livello politico le due distinte tendenze: quelle del rifiuto e dell’emarginazione in contrapposizione a quelle dell’accoglienza e dell’incorporazione. A ciò hanno fatto riscontro, tra gli immigrati, analoghe attitudini: ove a chi ha scelto la via dell’integrazione si è contrapposto chi ha preferito la costituzione di “colonie etniche” autoghettizzate. È in questo contesto conflittuale che trovano una loro motivazione le iniziative pseudopatriottiche dei nazionalisti. E tra queste ha carattere esemplare l’imposizione agli alunni delle scuole pubbliche (stranieri inclusi!) di imparare e di cantare l’inno ufficiale del Paese. In tal modo, tuttavia, quella che, per gli svizzeri, finisce per non apparire più come una spontanea testimonianza d’amore, si configura, per gli stranieri, come una coatta manifestazione d’omaggio. A ben vedere, non è disdicevole che indigeni e immigrati conoscano i simboli identitari (tale è, come si è già rilevato, l’inno patrio) del Paese in cui risiedono. Ma il loro apprendimento invece di avere effetti inclusivi, nel senso di far sentire partecipi tutti coloro che lo cantano di un sentimento condiviso, può avere effetti esclusivi, nella misura in cui suscita viva contrarietà in chi non ne condivide il significato intrinseco. Nel caso che ci interessa, il Salmo svizzero è diventato inno nazionale solo da qualche decennio. In effetti, nella seconda metà degli Anni Cinquanta del secolo scorso venne progressivamente utilizzato in sostituzione del “Ci chiami o Patria” che, pur differendo nelle parole, aveva la stessa melodia dell’inno britannico. Ciò che creava equivoci quando ne veniva eseguita solo la parte strumentale. Il “Ci chiami o Patria” rimase comunque in uso, per non traumatizzare i nostalgici, fino al 1961. L’elevazione del Salmo al rango di inno nazionale risale al 1° aprile 1981. Non è ben chiaro con quali criteri si procedette all’infelice decisione. Probabilmente non si badò molto al contenuto perché si ritenne, allora (con indecorosa leggerezza), che la soluzione fosse provvisoria. Eppur l’esperienza prova che le soluzioni precarie durano tanto quanto quelle cosiddette stabili, e talora di più. Per quanto si sa (ma è passato molto tempo da allora) i politici laici a quel tempo non sollevarono obiezioni o, se lo fecero, non riuscirono a farsi udire. Forse nessuno di loro diede soverchia importanza alla questione, non essendo molto frequenti le occasioni in cui si canta l’inno nazionale. Sta di fatto che il Salmo, composto nel 1841 da tal Alberik Zwissig, è una preghiera corale nella quale chi la canta si rivolge direttamente all’adorata divinità, dichiarandosi fiducioso nell’immancabile protezione . Va da sé che un credente, quand’anche d’origine straniera, potrebbe cantare il Salmo senza problemi di coscienza, poiché già nell’ambito delle sue pratiche religiose si rivolge ad un dio (poco importa quale sia) in modo analogo. Chi, semmai, affronta un conflitto di coscienza è colui che si vede obbligato a mentire. Un ateo, un agnostico, un areligioso non può proferire dichiarazioni di fede se non dichiarando il falso. I deputati che hanno votato a favore dell’obbligo di insegnare e di imparare l’inno nazionale si sono posti la questione sotto questo profilo? Certamente, per i clericali, imporre l’abiura agli infedeli non costituisce problema alcuno: è una prassi conforme alla secolare tradizione della loro organizzazione di riferimento. Ma che dire dei laici che hanno condiviso tale scelta?

di Guido Bernasconi

In data 7 maggio 2008 è stata presentata dal Gruppo UDC la MOZIONE volta all’introduzione dell’obbligatorietà d’insegnamento dell’inno nazionale svizzero (Salmo svizzero) nelle scuole e meglio tramite modifica dei regolamenti che disciplinano la nostra scuola.
Il Gran Consiglio in data 6 maggio 2013 ha accolto, con 49 sì, 22 no e 5 astensioni, le conclusioni del rapporto di minoranza n.6699 R2 della Commissione speciale scolastica favorevoli alla mozione in oggetto. Il Consiglio di Stato e il rapporto di maggioranza ritenevano di contro che tale obbligo fosse inopportuno fermo restando che il Salmo figurava già nella lista dei possibili canti insegnati nelle scuole, segnatamente quelle elementari. Per il resto rinviamo ai singoli rapporti e al Messaggio i quali comunque nulla dicono circa l’eventuale aspetto connesso alla costituzionalità di tale obbligo d’insegnamento. La mozione faceva riferimento all’art.23a della legge sulla scuola del Canton Ticino che tratta genericamente dell’insegnamento dell’istruzione civica e educazione alla cittadinanza. Tale norma si riferisce comunque solo agli ordini di scuola a partire dalle scuole medie mentre un analogo disposto non figura ad esempio nella legge sulla scuola elementare. Si tratterà quindi di procedere con delle modifiche di legge affinché vi siano semmai basi legali chiare e sufficienti. A meno che il Consiglio di Stato ritenga che una modifica dei soli regolamenti scolastici sia supportata da una tale base a livello di Legge. Ad ogni buon conto, l’art. 23a della Legge sulla scuola, al suo capoverso 3 prevede che “Il principio della neutralità dell’insegnamento deve essere garantito”. L’art. 23 della legge sulla scuola, relativo

mento magari mnemonico di un tale Salmo/ preghiera possa rientrare, pur tenuto conto di aspetti legati alla civica e alla storia svizzera, tra le limitazioni alla liberta di credo e di coscienza garantita come diritto fondamentale dalle nostre costituzioni. Come sappiamo l’art.36 della Costituzione federale e l’art.8 cpv.3 di quella cantonale indicano quali siano le condizioni per limitare i diritti fondamentali (base legale, interesse pubblico, proporzionalità, intangibilità della loro essenza). La presente interrogazione è quindi volta, anche in questo contesto, ad ottenere dal Governo, o suggerirgli, qualche approfondimento sul rispetto delle nostre Costituzioni alla luce della giurisprudenza del Tribunale federale in materia di libertà di credo e coscienza (cfr. ad es. la recentissima sentenza pubblicata sub 2_1079/2012 del 11.4.2013, nonché DTF 134 I 114, 129 I 74, 123 I 296, 119 Ia 178, 116 Ia 252). Ciò affinché le normative che andranno modificate reggano se del caso ad un esame costituzionale. Come è noto in Svizzera vi sono sempre più persone non credenti e altre comunque appartenenti a svariate altre religioni. Ciò premesso ci si permette chiedere al Consiglio di Stato: 1 Se ritiene di dover modificare delle Leggi sulla scuola per rispettare la necessità di una base legale sufficiente e chiara per rendere obbligatorio l’insegnamento del Salmo svizzero o se intende limitarsi alla modifica di regolamenti scolastici? 2 Se alla luce di quanto indicato sopra, ritiene di dover prevedere nella legge e/o nei regolamenti, delle eccezioni o facoltà di esonero qualora concludesse che vada rispettata la libertà di credo e di coscienza.

L’idea di rendere per legge obbligatorio l’insegnamento, rispettivamente l’apprendimento, dell’inno nazionale nelle scuole pubbliche mira, apparentemente, a proporre un momento d’unione attorno ad un simbolo identitario: si canta l’inno patrio per tradurre in un atto corale il sentimento di appartenenza ad una medesima comunità di persone che sono affini per luogo di nascita e di residenza, lingua, abitudini consuetudinarie, conoscenze.
In un Paese composito come la Svizzera, ove il territorio presenta ambienti e condizioni climatiche assai dissimili, ove diverse da regione e regione sono le lingue, i costumi e persino gli orientamenti religiosi maggioritari, sembrano essere necessari più che altrove alcuni riferimenti che tutti gli abitanti riconoscano come “propri”: la bandiera, l’inno, la ricorrenza del “natale della patria”. E non è mancato chi ha preteso che la religione fosse, anch’essa, in qualche modo accomunante, considerato che la stragrande maggioranza egli svizzeri aderiva, fino a qualche decennio fa, alle organizzazioni “cristiane”. Gli ecumenici tuttavia hanno avuto poco successo anche perché nel territorio della Confederazione le comunità protestanti sono parecchio diverse per origine (i due filoni principali si rifanno a Ulrich Zwingli, a Jean Calvin e non mancano le influenze valdesi e altre forme legate a più recenti forme di aggregazione dei neo-evangelici), i cattolici a loro volta hanno sofferto uno scisma importante nel 1870, a seguito del Concilio Vaticano Primo, e ne hanno subíto un secondo, negli Anni Settanta del secolo scorso, con la nascita del raggruppamento integralista ostile alle innovazioni del Concilio Vaticano Secondo. Con tutto ciò non è infrequente, da parte dei clericali, il tentativo di trovare un’impronta fideista ad ogni riferimento “religioso”: così si fraintende il richiamo al Dio Onnipotente nel preambolo della Costituzione risalente al 1848, pur essendo evidente che quella formula declamatoria non ha alcun valore normativo; così si vuol vedere nella croce bianca in campo rosso un omaggio al cristianesimo, quand’è assodato che quel segno, ripreso dall’insegna del Canton Schwyz, ricorda un privilegio accordato dall’imperatore Rodolfo d’Asburgo nel 1189 ai miliziani svittesi, per

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Libero Pensiero Periodico dell’Associazione Svizzera dei Liberi Pensatori Sezione Ticino Anno V – N. 17 (nuova serie) Luglio–Agosto–Settembre — 2013 ISSN 0256-8977 Edizione ASLP-Ti Casella Postale 122 CH–6987 Caslano ISNN 0256-8977 Stampato presso La Cooperativa Tipolitografica Via San Piero 13/a 54033 Carrara (MS) www.latipo.191.it Progetto grafico e impaginazione Antonio Bertossi Abbonamento per 4 numeri Fr. 10.- (Estero € 10.-) Per i membri ASLP-Ti l’abbonamento è compreso nella tassa sociale annuale. Gli interessati residenti in Svizzera possono abbonarsi versando la quota sul c.c.p. 65-220043-3 intestato a: Bollettino Libero Pensiero, 6987 Caslano I lettori residenti all’estero desiderosi di abbonarsi alla nostra pubblicazione sono invitati a mettersi in contatto con la redazione ad uno dei seguenti indirizzi: Redazione Libero Pensiero, Casella postale 122, 6987 Caslano (Svizzera) oppure redazione.libero.pensiero @gmail.com Prossima chiusura redazionale 6 settembre 2013 Chi è Libero Pensatore?

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